Goal Economy - Diritti TV 2018/2021, a che punto è la partita?

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Marco Bellinazzo de "Il sole-24 ore" fa il punto della situazione sulla corsa ai diritti tv del calcio per il prossimo triennio 2018-2021.

I diritti tv, manna che dagli anni Novanta ha alimentato la voracità del calcio italiano, potrebbero prosciugarsi. All’orizzonte, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera 2017, o a questo punto forse più in là, dovrebbero essere svolte le aste per acquistare i match della Serie A, della Champions e dell’Europa League per il triennio 2018/21.

Attualmente i broadcaster italiani aggiudicatari, Sky e Mediaset Premium, versano complessivamente oltre un miliardo di euro a stagione. Un traguardo che prossimamente potrebbe risultare irraggiungibile. Non a caso nel mercato tricolore, tra gli operatori, i club e l’advisor Infront si respira un’atmosfera piuttosto tesa.

Prim’ancora di disegnare il format del torneo, di decidere le fasce orarie dei match e di capire quale sarà il ruolo delle nuove piattaforme tecnologiche e dei social network nelle future aste (proprio in questi gironi con un accordo con Sportradar, Sisal ha iniziato a offrire ai proprio clienti la possibilità di seguire in diretta streaming da pc, tablet e mobile tutte le partite della Serie A della stagione in corso e del campionato 2017/2018, oltre alla Bundesliga e alla Lega Pro, già disponibili sul Sisal Live Channel), il vero nodo riguarda la presenza e il grado di effettiva concorrenza dei tradizionali broadcaster per le gare 2018/21.

Per la Champions 2015/18 Mediaset Premium paga 660 milioni. Ma l’appeal futuro della competizione  dipenderà molto dall’applicazione della riforma approvata dalla Uefa a settembre e ora contestata dalle Leghe europee riunite nella Epfl  (ad eccezione della Serie A). Se l’Italia continuasse ad avere tre squadre, con il rischio concreto, come accaduto in 4 anni su 5, che ai gironi arrivino solo due, il prodotto europeo varrebbe di certo meno.

Mediaset Premium poi si trova nella difficile situazione di dover rivolere la disputa con Vivendi, a sua volta in grave difficoltà con Canal Plus spodestato in Francia della qatariota BeIN.  Ed è chiaro che se dovesse venir meno la pay tv sul digitale terrestre - perché ancora bloccata dalla battaglia legale con i francesi, visto che il tribunale entrerà nel merito solo dal  21 marzo 2017, o perché inglobata dal competitor Sky -, non ci sarebbero le migliori condizioni per un rialzo dei prezzi. Anzi. Il monopolio di fatto di un solo operatore interessato al calcio tricolore, potrebbe condurre a una sensibile riduzione del valore dei diritti tv, in controtendenza rispetto a quello che sta avvenendo nel resto del mondo.

Proprio in questi giorni il vicepresidente e amministratore delegato di Mediaset, Pier Silvio Berlusconi, è tornato sull’argomento: “La piattaforma europea di pay tv era una nostra idea e ci stiamo lavorando comunque, se servisse anche con altri partner”. Sottolineando la scorrettezza di Vivendi, colpevole secondo il Gruppo di Cologno Monzese di aver rinnegato ingiustificatamente l’accordo siglato ad aprile 2016, Berlusconi Jr. non ha chiuso all’ipotesi di un tandem con Sky, di cui si parla da tempo. Sulla possibilità che fra gli “altri partner” ci possa essere proprio la pay tv di Rupert Murdoch, Pier Silvio è stato per la verità vago (“Su questo non posso parlare”), aggiungendo che si sta dialogando per ora con "broadcaster in Germania, Francia e Spagna".

Circa poi l’ipotesi dell’entrata in scena di una tlc, come Telecom Italia, Berlusconi ha precisato: "Le società telefoniche e Telecom sono già abbastanza in ritardo, oggi devono entrare nel mondo dei contenuti. Questo aiuterebbe anche la penetrazione della banda larga. Con Vivendi c’è un accordo e ad oggi noi chiediamo l'esecuzione del contratto. Abbiamo ricevuto un danno gravissimo e ancora oggi ci sfuggono completamente i motivi del loro rifiuto”.

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Intanto, pochi giorni fa l’assemblea della Lega ha deciso all’unanimità la ripartizione dei proventi (1,2 miliardi, di cui circa 950 girati alle società) per questa e per la prossima annata. Dopo l’apertura della crisi di Governo appare poco verosimile che in Parlamento avanzi la riforma delle norme sulla vendita collettiva dei diritti tv delineate dalla Legge Melandri con il 40% diviso in parti uguali, il 30% in base ai bacini d’utenza e il 30% secondo i risultati sportivi.

Per il surplus di ricavi rispetto alla stagione 2014/15 (69 milioni netti) si è deciso di applicare una distribuzione proporzionale tra le prime 10 della classifica con un milione a testa per le classificate tra la undicesima e la diciassettesima posizione. Gli introiti supplementari rispetto alla stagione 2015/16, pari a 25 milioni quest’anno e a 49 per l’annata 2017/18 saranno divisi invece in questo modo: il 40% sarà assegnato in parti uguali e il 60% alle squadre classificate tra la quarta la diciassettesima posizione.

 

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