Giorgio Chinaglia, leader della Lazio di Maestrelli ed eterna icona biancoceleste

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Goal

"Dopo aver deposto nuovamente il pallone sul dischetto, Chinaglia se ne allontana. Ecco che si muove in questo istante, prende ora la rincorsa, colpisce la palla... Rete! Sulla destra... L'urlo dell'Olimpico ha accompagnato l'azione di Chinaglia, che dopo aver segnato ritorna verso la linea centrale del campo. Con un rigore la Lazio, dopo aver segnato, si avvicina al suo primo Scudetto, e conduce ora l'incontro per 1-0. A te linea Ciotti".

Con queste parole Enrico Ameri, collegato dallo Stadio Olimpico per il popolare programma radiofonico, 'Tutto il Calcio minuto per minuto', descriveva il goal più importante in assoluto della carriera italiana di Giorgio Chinaglia, realizzato su calcio di rigore contro il Foggia, che consegnava lo Scudetto 1973/74 alla Lazio.

Centravanti che sapeva essere devastante grazie alla sua fisicità e al senso del goal, trascinò con le sue reti la Lazio di Maestrelli allo Scudetto. Il suo carattere difficile lo porterà tuttavia a rompere presto con la Nazionale, e nel giro di qualche anno quella squadra straordinaria del 1973/74 si dissolverà, anche a causa di una serie incredibile di tragedie.

'Long John', soprannome datogli dai tifosi biancocelesti, dopo gli anni vissuti in Galles da ragazzo, emigrerà nuovamente, stavolta negli Stati Uniti, dove con i Cosmos, in cui giocherà anche affianco a Pelé, scriverà pagine importanti del calcio a stelle e strisce, vincendo 4 titoli NASL e segnando tantissimo. Dal 1983 al 1986 rileva le quote di maggioranza della Lazio e ne diventa presidente, ma non riesce a riportarla ai vertici del calcio italiano.

Le controversie che hanno caratterizzato il personaggio, non gli hanno impedito di diventare un'icona eterna dei tifosi biancocelesti.

"Su Chinaglia per i laziali vale lo stesso discorso di Maradona per i napoletani - spiega, in esclusiva a Goal, Riccardo Cucchi, storica voce di 'Tutto il Calcio minuto per minuto', giornalista e scrittore - Non ci vuole molto ad andare a scavare e tirar fuori gli aspetti negativi della sua vita e della sua carriera, ma per un appassionato di calcio, per un tifoso della Lazio, Chinaglia è e resterà sempre un eroe per quello che ha fatto sul campo".

L'INFANZIA DIFFICILE E GLI ANNI IN GALLES

Nato a Carrara, in Toscana, il 24 gennaio 1947, Chinaglia cresce in una famiglia molto povera. I genitori, papà Mario e mamma Giovanna, emigrano in Galles in cerca di fortuna nel 1953, lasciando i due figli, Giorgio e la piccola Rita, dalla nonna materna Clelia, figura che sarà per lui molto importante.

Il padre trova lavoro inizialmente come operaio in un’acciaieria, si dà tanto da fare e apre un locale, il 'Mario’s Bamboo Restaurant'. Messi da parte i soldi necessari per il lungo viaggio, nel 1955, chiede ai suoi figli di raggiungerli a Cardiff. Giorgio ha 8 anni e con sua sorella minore affronta un lunghissimo viaggio in treno fino alla città dove viveano i genitori. Per evitare che i suoi amati nipoti potessero smarrirsi, nonna Clelia aveva anche cucito sulla maglia di Giorgio un cartello che riportava l’indirizzo della famiglia nel caso si fossero smarriti. 

"Ricordo poco o niente di quel viaggio, - dirà su quell'esperienza - se non la confusione e la noia. Non ho mai avuto paura di perdermi o che mi succedesse qualcosa, perché ero troppo piccolo e comunque troppo incosciente per preoccuparmi. Poi, mi faceva stare tranquillo quell’etichetta che mi aveva cucito nonna Clelia su un pesante maglione di lana. Era bianca e sopra c’era cucito con il filo il mio nome e l’indirizzo di destinazione: Giorgio Chinaglia, 111 Richmond Street, Cardiff, Wales. Siamo arrivati sani e salvi".

Alla stazione di Cardiff i due bambini trovano i genitori che li aspettano, e per loro inizia una fase nuova della loro vita. I primi anni in Galles non sono semplici per Giorgio. Viene iscritto nella scuola cattolica St. Peter’s Primary. All’età di 11 anni il futuro centravanti azzurro si sente più gallese che italiano e due anni più tardi, nel 1961, dopo aver assistito allo stadio Olimpico di Roma alla partita fra l'Italia e l'Inghilterra, gara che i Tre Leoni si aggiudicano per 3-2  con rete decisiva del mitico Jimmy Greaves, dice al padre che lui aveva tifato per l'Inghilterra. Papà Mario va su tutte le furie e a suo figlio ribadisce che le sue origini ed il suo sangue sono italiani. 

Chinaglia dà una mano a casa facendo il lavapiatti nel ristorante di famiglia, inoltre pratica a scuola il rugby, sport che va per la maggiore in Galles, mentre nel tempo libero inizia a giocare a calcio, sostenuto in questo da papà Mario. Salomonicamente si divide fra le due discipline e rappresenta la scuola in entrambe.

"Giocavo a rugby la mattina a scuola, poi dopo mezzogiorno passavo al calcio. - racconterà 'Long John' - Tornavo a casa sempre tutto sporco, distrutto ma felice. Anche se la mia non è stata un’infanzia facile. A Cardiff pioveva sempre e io odiavo la pioggia, perché inzuppava quella suola di cartone che mettevo nelle scarpe per coprire i buchi che si aprivano in quella di cuoio correndo per inseguire un pallone. C’erano pochi soldi, quindi mi dovevo arrangiare. Nel pomeriggio, dopo l'allenamento, facevo le pulizie allo stadio e pulivo anche le scarpe dei giocatori della prima squadra, inchinandomi a raccogliere qualche moneta di mancia che mi lanciavano sul pavimento sporco dello spogliatoio, perché ero italiano".

Presto, però, il calcio prende decisamente il sopravvento e papà Mario applaude:

"Il rugby - dice al figlio - non è roba per noi italiani, lasciala fare agli inglesi e ai gallesi. Noi siamo nati per giocare a calcio e tu sfonderai, lo so". 

Un osservatore del Cardiff lo nota in una partita giocata al Ninian Park, e gli offre un provino. Alla fine non se ne fa nulla, ma un altro osservatore che lo aveva visto in azione, Walter Robbins, che altri non era se non il tecnico di quello che allora si chiamava Swansea Town e oggi è diventato Swansea City, gli offre la possibilità di giocare con il suo club, che fa la spola fra la Second e la Third Division, la Serie C inglese dell'epoca. 

"Anche se ero grosso e mi hanno subito dirottato verso il rugby, alla fine ho scelto il calcio. - spiegherà - Perché tirar frustrate a quel pallone rotondo mi creava un dolce turbamento, specie quando il pallone finiva in fondo alla rete".

GLI ESORDI: DALLO SWANSEA TOWN ALL'INTERNAPOLI

L'avventura allo Swansea Town inizia con un periodo di apprendistato, in cui Giorgio pulisce anche le tribune dello stadio. Presto però quell'italiano dal fisico così massiccio (è alto un metro e 86 centimetri per 81 chilogrammi di peso forma, ma in quel periodo ne pesa oltre 90) si riraglia il suo spazio nella formazione giovanile dello Swansea Town. Il suo ruolo in campo è una via di mezzo fra il tornante e la seconda punta e indossa la maglia numero 7.

Il 14 ottobre 1964, a 17 anni, Chinaglia debutta ufficialmente in Prima squadra nel terzo turno di Coppa di Lega sul campo del Rotherham United (2-2). La formazione gallese quell'anno retrocede in Third Division, ed è qui che Chinaglia fa il suo esordio in un campionato inglese contro il Portsmouth. Non lascia però il segno e quasi non vede palla. Il primo goal dell'italiano arriva invece all'inizio della stagione successiva, il 24 agosto 1965, nella gara persa 2-1 sul campo del Bournemouth.

Il ragazzo migliora di partita in partita, ma parallelamente alla sua crescita calcistica emergono anche le prime intemperanze di un carattere difficile e litigioso. Su di lui i pareri si dividono. Se Ivor Allchurch, leggenda del calcio gallese, gli pronostica un futuro importante nel calcio, il suo presidente Glen Davis, non lo ritiene all'altezza.

L'italiano colleziona soltanto altre 3 presenze. Al termine della stagione 1965/66, che vede i Cigni chiudere con un deludente 17° posto in Third Division, ma anche vincere la Coppa del Galles, trofeo che gli consentirà di giocare l'anno seguente la Coppa delle Coppe, dopo appena 6 gare totali. l'attaccante è svincolato dal club.

"Suo figlio - dice Davis a papà Mario - non è portato per giocare a calcio e non diventerà mai un professionista". 

Per Giorgio è una grande delusione. Il periodo senza squadra dura però poco. Papà Mario, infatti, mentre è in vacanza a Massa nel giugno del 1966, incontra il presidente della Massese, Angelo Tongiani, che mette sotto contratto l'attaccante venuto dal Galles. Grazie al calcio, Chinaglia, che percepisce un ingaggio da circa 250 mila Lire al mese, si riappropria della sua identità italiana, affermandosi come uno dei giovani più interessanti del panorama calcistico italiano.

All'inizio Giorgio, che veste all'inglese e ha le basette lunghe alla gallese, è notato più per il suo look che per il rendimento in campo. Ma poi si sblocca, segna 5 goal in 32 presenze in Serie C e viene notato dagli osservatori della Fiorentina. Lui spera nell'approdo in Serie A, invece la Massese lo cede ad un'altra società di Serie C, l'Internapoli, che ne acquista il cartellino per 80 milioni di Lire.

Un po' controvoglia, e un po' sbuffando, Chinaglia si trasferisce all'ombra del Vesuvio, dove il commendator De Gaudio gli offre un contratto molto ricco per la categoria: 600 mila Lire al mese, più 100 mila lire per ogni goal che segna e un ulteriore bonus per ogni punto che conquista la squadra. L'attaccante progressivamente si trasforma in centravanti, vede sempre con maggior costanza la porta e in due stagioni segna 24 reti in 66 presenze.

Durante il periodo di militanza nell'Internapoli, succedono due fatti importanti. Il primo è che Giorgio gioca assieme a Pino Wilson, colui che diventerà il capitano della Lazio dello Scudetto. Il secondo è che deve ottemperare agli obblighi di leva. Alla Cecchignola, a Roma, conosce alcuni grandi campioni che ritroverà in azzurro, come Gigi Riva e Dino Zoff. Ma il suo carattere gli gioca un brutto scherzo: rientra tardi in caserma dopo esser stato a cena fuori e, per giunta, senza avere avuto il permesso per uscire.

Discute con un superiore, lo spintona e finisce al carcere militare. Si fa così quindici giorni in cella di rigore. In quei giorni, grazie a qualche buona amicizia, Juan Carlos Lorenzo, allenatore argentino della Lazio, riesce a entrare in carcere e a parlare con Chinaglia. Quando Lorenzo si presenta da lui, gli dice:

"Prima di parlare di qualsiasi cosa, mi faccia avere un pollo arrosto con patate al forno. Ho una fame che non ci vedo".

Lorenzo provvede e con quel gesto si guadagna la fiducia del centravanti, che dopo i 14 goal al suo secondo anno a Napoli, sbarca così in Serie A nel 1969/70.

CHINAGLIA ALLA LAZIO: GOAL, PRESSIONI E VITTORIE

A Roma Chinaglia non giunge da solo, ma in dolce compagnia: va a convivere infatti con Connie Eruzione, una bellissima ragazza mora americana, figlia di un sottoufficiale di stanza alla base Nato di Bagnoli. La coppia convola a nozze nel 1970 e va ad abitare in un appartamento di Via Baldo degli Ubaldi di proprietà del presidente Lenzini, a due passi da piazzale degli Eroi. 

Il giocatore che arriva alla Lazio è una sorta di diamante grezzo. Ha grandi potenzialità, un fisico possente, ma deve affinare la tecnica e crescere sul piano tattico. Lorenzo ne individua subito gli straordinari pregi e i difetti e lo fa lavorare sul tiro, sullo scatto e sulla difesa della palla, trasformandolo in un autentico animale da goal, un vero terrore per i difensori avversari che se lo ritrovano di fronte.

L'esordio arriva alla 2ª giornata del torneo 1969/70 con il Bologna: i felsinei vincono 1-0, l'ex centravanti dell'Internapoli fa fatica. Ma il suo allenatore gli dà fiducia, e il centravanti arrivato dalla C si sblocca la domenica dopo con il goal decisivo segnato nella vittoria contro il Milan. Sarà il primo di 121 segnati con la Lazio in 246 presenze (98 in 209 partite in Serie A).

Omar Sivori, quando se lo vede di fronte così grande e grosso, lo boccia tuttavia sonoramente.

"Chinaglia? Non è un giocatore da Serie A. - sostiene - Mi sembra un elefante chiuso a chiave in un negozio di ceramiche".

Lorenzo, invece, continua a incoraggiarlo e non ha dubbi:

"Continua a giocare così, Giorgio, e tra pochi mesi comincerai a segnare con regolarità".

Le sue saranno parole profetiche. Nel girone di ritorno, infatti, Chinaglia, ribattezzato dai tifosi 'Long John', per accostamento fisico e caratteriale con il cattivo dell'Isola del Tesoro, Long John Silver, esplode e chiude la prima stagione nel massimo campionato con 12 goal in 28 presenze. I biancocelesti terminano l'anno all'8° posto, e si qualificano in Coppa delle Fiere. La seconda annata a Roma, il 1970/71, è invece sfortunata: Chinaglia segna meno, i risultati sono negativi. 

Si vive all'insegna della tensione. Sul banco degli imputati, oltre all'allenatore Lorenzo, finisce anche Giorgio. La stampa lo accusa di vita sregolata. La Lazio chiude al 15° posto, e nonostante i 9 goal del centravanti, retrocede in Serie B. Nel mese di giugno del 1971 i biancocelesti si aggiudicano comunque la Coppa delle Alpi, superando in finale il Basilea. In panchina approda Tommaso Maestrelli, ed è la fortuna della stessa Lazio e di Chinaglia.

"Maestrelli - sottolinea Cucchi - fu l'unico che riuscì a capire fino in fondo Chinaglia, a limitarne gli aspetti più negativi. Nei confronti dell centravanti si manifestò veramente come un secondo padre. Giorgio da giovane ebbe problemi affettivi non da poco. Sentiva, per varie ragioni legate alla sua infanzia, la mancanza di una figura paterna e probabilmente lui trovò in Maestrelli quella figura che gli era mancata".

Il presidente Lenzini respinge tutte le offerte delle big per il centravanti di Carrara, e lui ripaga segnando a raffica nel torneo cadetto: con 21 goal trascina i biancocelesti in Serie A, laureandosi capocannoniere del campionato. È la premessa per una prima stagione da protagonista in Serie A: il 1972/73 la Lazio, guidata ancora dal suo leader, coglie un 2° posto a sorpresa alle spalle della Juventus. I capitolini vengono svanire all'ultimo il grande sogno, con un goal subito all'89' subito a Napoli, che porta il Tricolore alla Vecchia Signora.

Ma la Lazio gioca bene e pratica un calcio offensivo e moderno, all'olandese. La mossa decisiva, nel 1973/74, è l'innesto del diciannovenne prodotto della Primavera Vincenzo D'Amico. In difesa, davanti all'estroso portiere Felice Pulici, Petrelli e Martini sono i due terzini di spinta, Oddi lo stopper e Wilson il libero e capitano. A centrocampo Nanni e Re Cecconi agiscono ai lati del regista Frustalupi, con il giovane Vincenzo D'Amico libero di inventare sulla trequarti per il 'panzer' Chinaglia e il guizzante Garlaschelli. 

La squadra è definata da tutti "una banda di matti", e apparentemente lo è davvero. Lo spogliatoio è diviso in due clan: da una parte Chinaglia, Wilson, Pulici, Oddi e Falco, dall'altra Martini, Re Cecconi, Frustalupi, Garlaschelli e Nanni. Nel campo di allenamento, a Tor di Quinto, ci sono addirittura due spogliatoi separati, e nelle partitelle 'in famiglia' sono sempre scintille fra i due gruppi. Anche a tavola mangiano separatamente.

In ritiro, per spezzare la noia, portano le pistole e fanno tiro al bersaglio. 

"Finché arrivarono i carabinieri ed abbiamo smesso. - rivelò Martini al 'Guerin Sportivo' nel 2010 - Fecero qualche tiro con noi, poi però, ci mostrarono un proiettile acciaccato che era stato ritrovato in uno stabile che si trovava sul lato opposto al motel. Poteva scattare una denuncia. Decidemmo di finirla lì".

Eppure Maestrelli riesce a gestire e a plasmare quella squadra, e fra quei ragazzi che nemmeno si sopportano, in campo si crea un'unità di intenti straordinaria. La Lazio vince ed entusiasma. Chinaglia con un goal decide il derby di andata, si ripete contro Napoli e Cagliari, prima di un rigore fallito controla Fiorentina. L'Aquila chiude in vetta alla classifica il 1973 e il girone di andata, laureandosi campione d'inverno con  Ma è il girone di ritorno a consacrarlo re dei bomber. Mette la sua firma contro il Bologna, con una doppietta, e il 17 febbraio si ripete, 'vendicandosi' della Juventus in un 3-1 che passerà alla storia.

È decisivo anche nel Derby di ritorno, quando ha però la pessima idea di andare a festeggiare sotto la curva Sud, scatenando la furia dei tifosi giallorossi. La domenica seguente contro il Napoli, i partenopei si portano 3 volte in vantaggio, ma 'Long John' è il mattatore con una spettacolare tripletta che fissa il risultato sul 3-3. Contro il Verona dopo il primo tempo il Verona vince 2-1, ma Maestrelli impedisce ai suoi giocatori di rientrare negli spogliatoi, dove si sarebbero scannati. 

La Lazio si carica a mille e ribalta la situazione per 4-2. Ma la Juventus di Parola non molla, si porta a -3 alla ventiseiesima e tallona i biancocelesti fino alla terzultima giornata, quando se Pulici sgambetta la Lazio a Torino, Prati fa altrettanto con i bianconeri, regalando i 2 punti alla Roma. Decisiva è così la penultima giornata di gare. Chinaglia appone la sua firma sull'impresa, trasformando contro il Foggia, che lotta per la salvezza, il rigore che consente di battere i pugliesi 1-0 e ai biancocelesti di laurearsi campioni d'Italia con un turno d'anticipo e al centravanti di vincere la classifica dei cannonieri precedendo Boninsegna.

"Ho conosciuto Chinaglia quando ormai aveva smesso di giocare. Ho un ricordo vivo di lui calciatore da appassionato di calcio e da tifoso della Lazio. - spiega a Goal Riccardo Cucchi - Frequentavo la Curva e da ragazzo andavo a vedere quella squadra meravigliosa creata da Maestrelli e di cui lui era evidentemente un esponente straordinario".

"Certamente Chinaglia è stato un calciatore molto importante per la Lazio, in qualche misura credo che ancora oggi i ragazzi, anche i più giovani, identifichino ancora la squadra, i suoi colori, la sua storia in Giorgio Chinaglia. È stato un giocatore straordinario in una squadra che aveva espresso ed esprimeva un calcio estremamente moderno per quegli anni. Ultraoffensivo. Al suo centro c'era la straordinaria efficacia realizzativa di un calciatore non bello esteticamente ma molto potente, carismatico verso i compagni e con un grande fiuto del goal".

"Di Chinaglia ho tanti ricordi, che confidai anche a lui quando ho potuto conoscerlo. Due in particolare. Uno è il goal del 12 maggio 1974. Ero in Curva Nord quando Chinaglia realizzò contro il Foggia quel rigore che regalò alla Lazio lo Scudetto. Per un tifoso della Lazio vincere lo Scudetto era qualcosa di impensabile, nemmeno nei sogni si arrivava a pensare a tanto, e fu un giorno straordinario. Ero dalla parte opposta del campo, perché il rigore fu battuto sotto la Curva Sud. Avevo le orecchie incollate alla Radiolina, e grazie ad Enrico Ameri riuscii a capire cosa stava succedeva. E ricordo le parole di Ameri, il rigore trasformato da Chinaglia e poi alla fine l'annuncio della Lazio campione d'Italia. Travolto dall'abbraccio di chi era vicino a me, pensavo: 'Che bello sarebbe se un giorno fossi riuscito a fare il lavoro di Enrico Ameri' e magari a gridare anche io: 'Lazio campione d'Italia!' ".

"Il secondo è un ricordo personale molto delicato. Spesso la Lazio si allenava in un campo a Tor di Quinto, in un quartiere di Roma Nord, dove era possibile fermare la macchina, anche in doppia fila, attaccarsi alla rete, che separava il campo dal marciapiede, e vedere la squadra che si allenava. E da lì gridare. Giorgio fece un saluto, rivolto a me, ragazzo, che invocavo il suo nome e lo ringraziavo per quello che stava facendo. Questi ricordi poi li raccontai al Chinaglia adulto".

LA NAZIONALE E 'IL VAFFA' A VALCAREGGI

I goal segnati con la Lazio portano presto Chinaglia anche nel giro della Nazionale azzurra. Già a 23 anni, nel 1970, dopo il debutto con l'Italia B a febbraio, è nel listone dei preconvocati per i Mondiali di Messico '70, ma viene poi tagliato da Valcareggi. L'esordio in Nazionale A è soltanto rimandato, e arriva il 21 giugno 1972 a Sofia contro la Bulgaria, debutto bagnato dal suo primo goal.

È quella un'Italia imposta prevalentemente sulla solidità difensiva, che porta Zoff al record di imbattibilità. La partita più importante giocata in azzurro è l'amichevole del 14 novembre 1973 a Wembley contro l'Inghilterra, nel giorno del 39° anniversario della battaglia di Highbury.

I tabloid britannici scaldano la vigilia e provocano Chinaglia, definendo la Nazionale azzurra "una squadra di camerieri", ricordando il fatto che l'attaccante da ragazzo aiutava i genitori nel ristorante del padre. Quei britannici che avevano sentenziato che non sarebbe mai diventato un calciatore, su cui Chinaglia si prende la rivincita. Contropiede letale, inseguito vanamente da McFarland, e assist a Capello per il goal dello storico 1-0 degli italiani.

Il 'Bisonte' della Lazio, che con l'Italia segna 3 reti nelle prime 3 presenze, sembra destinato ad avere un ruolo di primo piano, in realtà, a differenza di quanto avviene nel suo club, è soltanto uno dei tanti. Così i Mondiali del 1974, che arrivano a breve distanza dallo storico Scudetto, si trasformano in un sonoro flop. Valcareggi lo schiera titolare con Riva, ma gli chiede di sacrificarsi per i compagni e inizia a sostituirlo già nell'amichevole contro l'Austria per lasciar spazio ad Anastasi.

Il caratteraccio di Chinaglia prende il sopravvento e avverte il Ct:

"Non sono più disposto ad accettare la staffetta. È la prima ed ultima volta; a me le partite piacciono giocarle fino in fondo".

Il copione, invece, si ripete nella deludente prima gara dei Mondiali contro Haiti, con i centroamericani che passano addirittura in vantaggio con Sanon. A inizio ripresa il cambio si ripete, Chinaglia, molto nervoso, perde la bussola, e mentre sta lasciando il campo, in favore di telecamera, manda a quel paese in mondovisione il Ct. Valcareggi. L'Italia senza di lui rimonta e Anastasi segna la rete del 3-1. I dirigenti federali vogliono rispedirlo in Italia, il Ct. lo perdona e lo impiega anche 40' nella terza e ultima partita con la Polonia.

"L'ambiente di quegli anni non aiutava. - afferma Cucchi - Il calcio di quei tempi era molto più aspro e duro di oggi. Per Chinaglia non fu semplice inserirsi in realtà come quelle della Nazionale, dominate da grandi personalità tecniche e umane. Lui si è sempre sentito un po' sempre un pesce fuor d'acqua in quell'ambiente. Era stato convocato da Valcareggi insieme a Wilson e Re Cecconi, perché la Lazio aveva vinto lo Scudetto e giocava un bel calcio, ma la verità era che quei giocatori erano tali quando giocavano insieme, grazie ad una figura straordinaria, non soltanto come tecnico, ma anche come uomo, che fu Tommaso Maestrelli, e che fuori da quel contesto non era la stessa cosa".

L'Italia esce al Primo turno, a Valcareggi succede Fulvio Berardini ma, dopo altre 3 gare, l'avventura in azzurro di Chinaglia si chiude nel 1975 con 14 presenze e 4 goal.

STAR NEGLI STATI UNITI CON I COSMOS

Il 'gestaccio' in Nazionale segna la svolta in negativo della carriera di Chinaglia. L'attaccante gioca un altro campionato di Serie A ad alti livelli (14 goal in 30 presenze), con un 4° posto finale e la fascia da capitano al braccio, ma viene regolarmente fischiato in tutti gli stadi e preso di mira dai tifosi.

Sua moglie Connie, stanca della situazione, fugge negli Stati Uniti, e la situazione precipita nella stagione 1975/76 con la malattia che colpisce Maestrelli e lo porta alla morte a inizio dicembre. Senza più colui che fu come un secondo padre per lui, 'Long John' fa una scelta di vita e, sul finire della stagione, con la Lazio che si ritrova addirittura in lotta per non retrocedere, saluta per sempre l'Italia da calciatore per raggiungere la sua compagna e unirsi ai Cosmos di New York.

"Come uomo non è stato fortunato, - sostiene Cucchi - probabilmente la sfortuna che ha caratterizzato la sua carriera da calciatore prima e da presidente poi è stata causata anche dal suo carattere, dal suo modo di essere, naturalmente, ma per la Lazio vincere quello Scudetto fu un traguardo straordinario. Ci fu, poi, il rammarico di non poter partecipare alla successiva Coppa dei Campioni. Di non poter ripetere imprese così straordinarie. Quella squadra evaporò nel giro di pochissimi anni, travolta da tante disgrazie, a cominciare dalla morte di Maestrelli, per proseguire con la morte assurda di Re Cecconi e con quella del dottor Ziaco".

"Una maledizione che si è abbattuta su quella squadra, - ricorda - e anche per queste ragioni, oltre che per l'indebolimento della squadra e per le prospettive negative che si addensarono sulla Lazio, che infatti finì per retrocedere e che lui amava tantissimo, Chinaglia, pur amandola tantissimo, non riuscì poi a ripetersi negli anni e fu costretto a tentare questa esperienza negli Stati Uniti con i Cosmos".

Negli States Chinaglia si lascia alle spalle tutto questo ed è uno dei pionieri che cercano di lanciare il calcio a stelle e strisce: gioca accanto a grandi campioni come Pelé, Beckenbauer, Neskens, per un breve periodo anche Cruijff, e segna tantissimo. In 9 anni ben 231 reti in 234 presenze, che lo rendono il miglior bomber di sempre della NASL, la North American Soccer League, l'antenata della MLS, che si aggiudica per 4 volte, vincendo in 5 occasioni la classifica marcatori.

In un'occasione, al Torneo del bicentenario del 1976, con la rappresentativa della NASL sfida anche da avversario in amichevole la Nazionale azzurra, che si impone per 4-0.

IL RITORNO DA PRESIDENTE E I GUAI CON LA GIUSTIZIA

Nel 1983 Chinaglia acquista la quota di maggioranza delle azioni della Lazio, rilevandole da Gian Chiarion Casoni, e ne diventa il presidente. Intanto l'avventura nella NASL volge al termine, come la stessa epopea dei Cosmos, che si conclude nel 1985 dopo un'amichevole giocata proprio contro la Lazio.

Da presidente sogna in grande, senza mai riuscire ad attirare sul club gli investimenti sperati, e il progetto fallisce con la retrocessione in Serie B e anni di grande sofferenza sportiva. Nel 1986 abbandona così la carica. 

"Credo che l'avventura da presidente fosse troppo grande rispetto alle sue reali potenzialità, e che infatti, malgrado il suo atto d'amore verso il club, il tentativo fosse poco strutturato, senza elementi concreti che potessero indirizzare al successo. Così si trasformò in un fallimento. Penso che il rimpianto più grande per Giorgio sia stato quello di non essere stato il presidente che ha riportato la Lazio fra le grandi".

A 43 anni, dal 1990 al 1991 Chinaglia torna a indossare maglietta e pantaloncini con i dilettanti abruzzesi del Villa San Sebastiano. Per un breve periodo fa anche l'opinionista in tv per Rai e Stream negli anni Novanta.

"Giorgio alla Lazio era sicuramente un leader, non sempre in termini positivi, spesso in termini divisori, al di là di questi aspetti credo che alla fine fosse un ragazzo fragile, molto timido, e fosse difficile conquistare la sua fiducia. Probabilmente segnato da un'infanzia non facile. Il suo carattere non l'ha aiutato, come il gesto ai Mondiali rivolto a Valcareggi. Si possono ricordare tanti episodi che hanno limitato il suo potenziale da calciatore, per il carattere molto dificile. Ritengo fosse un uomo fragile, che nascondeva la sua timidezza, la sua fragilità, mostrandosi per qualcosa che non era".

Nel 2011 la sua ultima uscita pubblica lo vede con Carlos Alberto e Pelé come ambasciatore dei New York Cosmos, nel progetto di rilancio della società.

LA MORTE E IL RICORDO: CHINAGLIA MITO ETERNO

Qualche mese dopo, è ricoverato per un infarto in ospedale negli Stati Uniti, dove vive. Sembra essersi ripreso, ma qualche giorno dopo esser stato dimesso, il 1° aprile 2012, il centravanti che aveva portato la Lazio sul tetto d'Italia, muore a 65 anni nella sua casa di Naples, in Florida.  

I tifosi biancocelesti all'Olimpico, prima della gara con il Napoli, gli tributano un omaggio e una coreografia da brividi in Curva Nord. Sul maxi schermo scorrono le immagini delle sue giocate con la maglia della Lazio, e tutto lo stadio applaude sulle note di 'Knocking on heaven's door' di Bob Dylan. In Curva compare lo striscione: "Noi vogliamo 11 Chinaglia. Quel dito verso la Sud rimarrà nell'eternità", accompagnato da una gigantografica della storica esultanza, e si intona il coro: "Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia".

"È complicato dall'esterno capire perché i laziali siano così legati ad una figura controversa come quella di Giorgio Chinaglia. - spiega Cucchi - Persino dal punto di vista politico lui era molto esposto in anni difficili come gli anni Settanta, caratterizzati dal terrorismo e dalle lotte politiche sanguinose. Al di là di questo, ancora oggi, i tifosi della Lazio, a prescindere dalla propria fede politica, vedono in Chinaglia qualcosa di intoccabile, un mito che non può essere in alcun modo intaccato, al di là dei limiti del suo personaggio. Posso assicurare che ancora oggi, a distanza di anni, i più anziani tramandano ai più giovani il ricordo di Chinaglia, e non c'è un laziale, che io abbia incontrato nella mia vita, che non abbia un ricordo straordinario di Chinaglia al di là dei suoi limiti umani".  

"Su Chinaglia per i laziali vale lo stesso discorso di Maradona per i napoletani - conclude la storica voce di 'Tutto il calcio minuto per minuto' - Non ci vuole molto ad andare a scavare e tirar fuori gli aspetti negativi, ma per un appassionato di calcio, per un tifoso della Lazio, Chinaglia è e resterà sempre un eroe per quello che ha fatto sul campo".