Cabrini, la favola del 'Bell'Antonio' campione del Mondo nel 1982

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Goal

Se Giacinto Facchetti aveva innovato il ruolo negli Anni sessanta e settanta, dandogli una caratterizzazione più offensiva, è con Antonio Cabrini che l'Italia conosce il suo primo terzino sinistro moderno. Forte fisicamente, dotato di grandi mezzi atletici e tecnici e di un tiro potente, grazie al quale è uno specialista di rigori e calci di punizione, il giocatore lombardo non aveva nulla da invidiare ai calciatori di oggi.

Con la Juventus, la società cui principalmente ha legato le sue fortune calcistiche, vince tutto in Italia e nel Mondo (primo calciatore a raggiungere questo traguardo assieme a Gaetano Scirea), con la Nazionale azzurra partecipa a tre Mondiali e nel 1982 è fra i grandi protagonisti del trionfo in Spagna.

GLI ESORDI DA ALA SINISTRA E IL CAMBIO DI RUOLO

Antonio Cabrini nasce l’8 ottobre 1957 nella fattoria dove, da 200 anni, vive la sua famiglia, fra i paesi di Casalbuttano e Casalverde, a pochi chilometri da Cremona.  La cascina si chiama Mancapane, perché, si dice, in tempi remoti, una volta al mese, arrivava il gabelliere per riscuotere le tasse e gli abitanti si lamentavano in quanto mancava loro tutto, persino il pane.

All'età di 13 anni si trasferisce in città a casa della nonna. Legge tanti libri e si appassiona al gioco del calcio. All'epoca frequenta le medie e si iscrive all'Istituto Agrario. Gli piacerebbe diplomarsi come perito, ma riesce ad arrivare soltanto al 4° anno, dopo di che gli impegni calcistici prendono il sopravvento su tutto il resto.

Antonio inizia infatti a giocare nelle Giovanili del  San Giorgio, la squadra di Casalbuttano. A 14 anni il passaggio nel vivaio della Cremonese.

"Mi sono presentato da solo, avevo 14 anni. - ricorderà a 'La Repubblica' - Cercavano ragazzini, quel giorno eravamo una cinquantina. C’erano diversi allenatori, fra i quali Nolli, ex giocatore della Sampdoria ai tempi di Baldini. È stato il mio vero scopritore, lui mi ha creato come giocatore. Inizialmente giocavo all’attacco come ala sinistra. Negli Allievi c’era però bisogno di un terzino e Nolli mi mise lì. All’inizio non fui per niente contento, anche perché a me piaceva fare goal, ma lui mi disse che in quel ruolo li avrei raggiunto grandi traguardi. In grigiorosso ho vissuto anni bellissimi. In squadra c’erano Gozzoli, De Gradi, Azzali, Malgioglio, Cesare Prandelli: tutta gente che è arrivata ai massimi livelli".

Da quel momento in poi la sua carriera è sfolgorante: a 16 anni debutta in Prima squadra in Serie C   con Giovan Battista Rota in panchina nella stagione 1973/74, in cui colleziona in tutto le prime 3 presenze con i grandi.

"L'esordio fu ad Empoli, cercavamo un punto, mi resi conto che in questo mestiere c’era da lottare, ma potevo starci".

Nel suo secondo anno da calciatore senior è già titolare con la Cremonese. Le qualità del ragazzo sono già sotto gli occhi di tutti, e nel 1975 Atalanta e Juventus ne rilevano in compartecipazione il cartellino dal club grigiorosso, pagandolo 700 milioni di Lire ciascuno.

A Bergamo Antonio prosegue nella sua crescita: con Giancarlo Cadè prima e Gianfranco Leoncini poi Cabrini disputa un ottimo campionato di Serie B, con 35 presenze e un goal, al termine del quale la Juventus decide che il giovane terzino sinistro è pronto a sbarcare a Torino.

IL PASSAGGIO ALLA JUVENTUS E I SUCCESSI IN BIANCONERO

Nell'estate del 1976 Madama versa così senza batter ciglio 700 milioni nelle casse atalantine per risolvere la compartecipazione in suo favore, e Cabrini diventa ufficialmente un calciatore bianconero. Il 13 febbraio 1977 è la data da cerchiare in rosso sul calendario: il giocatore cremonese fa infatti il suo debutto in Serie A con la Juventus, nella sfida casalinga contro la Lazio vinta 2-0.

"Il primo incontro con il presidente Boniperti fu durante il ritiro, a Villar Perosa, per il mio primo contratto. - racconta nel 2013 al 'Guerin Sportivo' - Lui arrivava alle otto di mattina. In sette ore sistemava tutti i contratti. Oggi ci vogliono sette mesi. Andava in ordine alfabetico, partiva da Alessandrelli e finiva con Zoff. A me toccò in mattinata. Entro nella stanza dove c’è anche il dottor Giuliano. Mi metto a sedere e, pronti via, Boniperti prende una foto e mi fa: 'Chi sono questi?'. Ed io: 'Quelli del Torino'. Lui: 'Se arriviamo un’altra volta dietro questi qua, non contiamo un cazzo. Arrivare secondi alla Juve è come avere perso, ricordatelo'. Questo fu il suo messaggio di benvenuto".

"Poi mi disse: 'Firma qui'. Firmai. Durata dell’incontro: tre minuti e mezzo. Ah, ovviamente la cifra non c’era... Credo che il primo ingaggio fosse 12 milioni di Lire, il mio primo acquisto è stato una BMW 316. Comunque, prima di uscire dalla stanza, Boniperti mi disse: 'Non preoccuparti, a fine stagione sarai contento'. Alla Juve c'erano infatti già allora dei bei premi legati ai risultati, come molte società fanno oggi con i loro giocatori".

Al termine di quel suo primo anno a Torino, il terzino sinistro totalizza 9 presenze e un goal, conquistando il suo primo Scudetto e il suo primo trofeo internazionale, ovvero la Coppa UEFA nella doppia finale contro l'Athletic Bilbao. Il 10 aprile, nella trasferta del Franchi contro la Fiorentina, realizza la sua prima rete in Serie A aprendo le marcature nell'1-3 contro i viola.

La scalata di Cabrini verso i vertici assoluti e rapida e costante.

"Ho un carattere abbastanza espansivo e aperto, per cui non ho avuto difficoltà di ambientamento a Torino e non ho mai avuto problemi di solitudine; per questo devo ringraziare Tardelli e Scirea, due ragazzi straordinari con i quali ho legato tantissimo, sin dai primi giorni del mio arrivo alla Juventus". 

Nel 1977/78, con Giovanni Trapattoni in panchina, vince il 2° Scudetto consecutivo e, pur essendo partito come rincalzo, riesce ad imporsi e ad affermarsi come 'rivelazione del torneo' e certezza bianconera per gli anni che verranno. Se si esclude una leggera flessione all'inizio della stagione 1978/79 che segue i Mondiali in Argentina, ritrovata la titolarità, sarà uno dei protagonisti di una delle linee difensive più forti della storia del calcio, con Claudio Gentile, Sergio Brio e Gaetano Scirea e il grande Dino Zoff in porta.

"Il mio miglioramento continuo era legato a  quattro fattori.   - sottolinea - Il primo è la grandissima concentrazione. Ero sempre sul pezzo. La testa è stata la mia vera forza. E poi la convinzione di iniziare a essere una pedina fondamentale e non solo un rincalzo. Il secondo è il rapporto con l’allenatore. Trapattoni, specie con i giovani, ha una marcia in più. In quel secondo anno si è preso cura di me al cento per cento. Anche perché aveva in mente un nuovo assetto tattico che io gli potevo garantire. Mi ha insegnato a calciare di destro. Alla fine dell’allenamento, mi prendeva con sé e stavamo sul campo parecchio. Lui ed io. Il pallone e il muro. E giuro, non mi è mai pesato".

"Il terzo sono le mie caratteristiche di gioco, io coprivo tutta la fascia, avevo facilità di corsa e tecnicamente, con la cura del destro, ero cresciuto moltissimo. Mi rendevo conto che avevo delle doti particolari, forse uniche. Ma la cosa più bella è che mi veniva tutto naturale, non ero impostato, era istinto. L'ultimo elemento, ma non meno importante degli altri, era il divertimento. ​Per me il calcio è sempre stato un gioco. I soldi hanno avuto il loro peso, ma mai superiore alla passione e alla gioia che mi dava giocare". 

In bianconero vince praticamente tutto. Nel 1979 si aggiudica la prima Coppa Italia, cui seguono nel 1980/81 e nel 1981/82 il 3° e il 4° Scudetto, vinti entrambi da protagonista rispettivamente con 7 e 5 goal. Il 1980/81 è la sua miglior stagione in assoluto, nella quale fra tutte le competizioni segna 11 reti in 40 apparizioni.

Dopo i trionfali Mondiali del 1982, nel 1983 cambia il suo look: via i capelli lunghi e arricciati per lasciar spazio a un taglio più ordinato.

"Il vero artefice fu Prandelli. - rivela. - Era con me dal parrucchiere e mi disse: 'Tu decidi il taglio per me e io faccio lo stesso con te'. Feci l'errore di far andare prima lui, acconciatura normale. Poi toccò a me: e mi tolsero tutti i riccioli. Fu uno shock. Cesare è così, di scherzi ne ha sempre fatti... Per me è l'amico di sempre".

Vince la sua 2ª Coppa Italia, seguita nel 1984 dalla Coppa delle Coppe conquistata a Basilea contro il Porto, dopo la delusione della stagione precedente per la Coppa dei Campioni persa contro l'Amburgo. In quegli anni gioca accanto ad altri grandi campioni come Michel Platini e Zbigniew Boniek.

" Erano due fuoriclasse. Michel era stratosferico, era un piacere vederlo giocare. Zibì era devastante, ma non riusciva a capire come 'regolarsi' ".

Nel 1985 arrivano la Coppa dei Campioni nella tragica serata dell'Heysel e la Supercoppa Europea, mentre il 1986 porta al terzino sinistro la Coppa Intercontinentale, che solleva da capitano perché Scirea è uscito. Cabrini, proprio con il suo compagno di tante battaglie, diventa  il primo calciatore a vincere le tre principali Coppe europee e a conquistare tutte le competizioni internazionali per club.  

"All'Heysel fu una tragedia incancellabile. Era giusto non giocare, eravamo tutti frastornati. Siamo stati obbligati e, a quel punto, è stata partita vera, soprattutto da parte loro. Doveva essere una festa, invece è stata una sciagura".

A metà anni Ottanta, dopo tante stagioni vissute sempre al massimo, per Cabrini arrivano i prici acciacchi fisici. Prima il problema ad un occhio, nel 1985, quindi un grave infortunio al ginocchio nella stagione 1986/87 che lo porterà all'operazione nell'estate seguente.

"Nella finale di Supercoppa Europea contro il Liverpool nel 1985, giocai con il distacco della retina per una pallonata presa da Brio nella partita contro la Sampdoria. Il medico mi aveva detto di stare fermo per un mese. 'Non posso', rispondo io. Allora lui si raccomanda che non prenda il pallone di testa. Bene: prima palla presa, colpo di testa. Per non parlare del ginocchio sfasciato, avevo il legamento crociato anteriore rotto (infortunio riportato contro il Milan, ndr). Ho giocato più di mezza stagione con le stecche d’acciaio a protezione del ginocchio. Il tutto coperto da una fasciatura color carne per non far vedere niente all’arbitro. Oggi non ti farebbero neanche avvicinare al campo! Per me questo era normale. Sopportavo il dolore, non volevo mollare. C’era la maglia, c’erano i tifosi. E c'era la Juve".

I problemi fisici incrinano un po' il rapporto con i tifosi, che contestano a Cabrini un rendimento che non può essere più quello degli anni d'oro. Dopo l'operazione, tuttavia, Boniperti gli rinnova il contratto per altre 2 stagioni in segno di fiducia. Cabrini resta a Torino fino al 1989, chiudendo con Zoff in panchina dopo 52 goal in 442 presenze (33 in 297 gare in Serie A)  e potendo portare anche la fascia da capitano al braccio dopo il ritiro di Scirea. Alcune delle sue reti restano nella memoria collettiva.

"Il più bello fu il goal-partita nel derby del 26 marzo 1979: collo pieno e pallone nell’angolino opposto. Il tutto a un paio di minuti dalla fine. Venne giù il Comunale. Al secondo posto ci metto il goal Scudetto due anni dopo, contro la Fiorentina: più di prenderla con il sinistro, mi avvitai in aria, ancora non so come feci".

Fra i suoi avversari, i più difficili da tenere a bada giocavano entrambi nella Roma.

"Il più difficile da marcare era Odoacre Chierico. Una finta continua, con lui ho fatto fatica. Poi c’è Bruno Conti che passava da Gentile a me. È capitato spesso che le convocazioni in Nazionale arrivassero dopo Juve-Roma e che il duello, verbale, continuasse pure li, anche se ridotto a livello di scherzo".

CABRINI IN NAZIONALE: IL TRIONFO DEL BERNABEU

Un'altra pagina straordinaria della carriera di Antonio Cabrini è quella scritta con indosso la maglia azzurra della Nazionale. Già ai tempi della Cremonese gioca con la Nazionale Juniores, dopo la sua prima stagione a Torino, il terzino sinistro entra poi a far parte dell' Under 21.  Al termine del 1977/78, stagione che lo rivela come stella del calcio italiano, è premiato da Enzo Bearzot, che punta su di lui per i Mondiali del 1978 in Argentina.

Cabrini è il migliore in assoluto della spedizione azzurra in Sudamerica, e a fine torneo la   FIFA lo elegge 'Miglior giovane'. Esordisce il 2 giugno 1978, a 20 anni, a Mar del Plata contro la Francia, e da quel momento sarà pressoché un titolare inamovibile della Nazionale.

"Il Ct. mi convocò nell’Italia Sperimentale, che a Verona, a fine aprile 1978, avrebbe fatto un’amichevole con la Lega scozzese. Giocai tutta la partita e feci bene. A fine gara Bearzot mi prese da parte e mi disse: 'Tieniti pronto perché ti porto in Argentina, ma non dire niente a nessuno'. Mi si chiuse lo stomaco, ero felicissimo, ma mantenni il silenzio assoluto. Fino al giorno delle convocazioni. Non sapevo che avrei giocato, anche se la spinta al rinnovamento era forte. La Nazionale era sotto assedio. Per me la svolta ci fu con la partita contro il Deportivo Italiano, a pochi giorni dal Mondiale. Entrai nel secondo tempo al posto di Maldera e, dall’allenamento successivo, nei vari schemi da provare, nel ruolo di terzino sinistro c’ero io. Lì in Argentina è nato il trionfo di quattro anni dopo".

L'Italia chiude i Mondiali 1978 al 4° posto, pur mostrando forse il miglior calcio del torneo, andrà meglio 4 anni dopo in Spagna, quando gli Azzurri, contestati dalla critica, eliminano l'Argentina e il favoritissimo Brasile, battono la Polonia in semifinale e nella finale del Bernabeu travolgono 3-1 la Germania Ovest e si laureano campioni del Mondo.

Cabrini vive emozioni altalenanti: è protagonista assoluto nella sfida con l'Albiceleste, in finale spreca il rigore che può portare in vantaggio l'Italia, ma poi si riscatta con una grande prestazione.

"Fra i momenti da ricordare sicuramente non c'è il rigore della finale (ride, ndr). Piuttosto il goal contro l’Argentina. Sinistro di prima intenzione a incrociare sul palo più lontano. Uno dei miei gol più belli in Nazionale. E poi Sandro Pertini e il suo abbraccio a ciascuno di noi: ci ha dato l’esatta misura di quel che avevamo fatto. Che andava oltre l’ambito sportivo.  A distanza di tanti anni resta la sensazione di aver fatto qualcosa di eccezionale, storico, unico. Specie per come eravamo partiti e per il trattamento che ci avevano riservato in molti. La Nazionale di Spagna è figlia di quella dell’Argentina. Meno potente ma più rapida, più cinica, più brillante".

"Divenni rigorista perché non c’era Antognoni per un infortunio, sbagliai certo, ma lo dico sempre. La colpa è di Paolo Rossi, che era in camera con me e voleva vincere la classifica marcatori, e c’è un motivo per cui lo sostengo. - dichiara nel 2019 a 'Vieni da me' su 'Rai 1' - Mi è passato dietro lui, a un metro, e mi ha detto ‘Te la senti?’. Io ho fatto finta di niente, ma in quel momento me l’ha tirata...".

Ancora oggi il legame con i compagni di quella Nazionale è fortissimo.

  "Abbiamo una chat su WhatsApp dove ci sono tutti  tranne ovviamente Scirea, e Zoff, che non se la sente più di usare il telefono e non ha WhatsApp".

Cabrini in Azzurro vive anche il 3° posto degli Europei del 1980, la delusione della mancata qualificazione ad Euro '84 e l'infelice spedizione in Messico nel 1986, in quelli che furono i suoi terzi Mondiali e lo videro protagonista di prestazioni non entusiasmanti.

Anche con l'arrivo di Azeglio Vicini nel ruolo di Ct., tuttavia, il terzino bianconero è fra i pochi della vecchia guardia ad essere confermato. Tuttavia, alla fine del 1987, a 30 anni, dopo essersi operato al ginocchio e aver ritrovato la maglia azzurra, decide di chiudere con la Nazionale. E lo fa con un comunicato all'Ansa in cui rende noto che non risponderà più alle eventuali convocazioni.

"Fu una scelta che fece scalpore, perché non erano ancora i tempi in cui ci si poteva chiamare fuori dalla causa azzurra: magari si faceva in modo di non farsi convocare, ma di certo nessuno aveva prima di lui mai annunciato l'addio all'Italia con un comunicato all'ANSA".

Il ruolo di terzino sinistro, del resto, era in buone mani: dopo alcune partite, infatti, il suo posto in Nazionale sarebbe stato preso da Paolo Maldini, il suo vero erede.

L'ESPERIENZA AL BOLOGNA E IL RITIRO

Il rapporto fra Cabrini e la Juventus si interrompe invece nell' estate 1989.  

"Non avrei mai lasciato la Juve, - assicura - qualche anno prima avevo rifiutato una buona offerta della Roma. Ma era finito un ciclo. Per me ci sarebbe stato un ruolo di secondo piano. Io, invece, volevo giocare e, d’istinto, scelsi Bologna".

"Andar via dopo tredici anni mi è costato molto. Ero arrivato ragazzino, me ne andavo via da adulto, con tutti i sogni realizzati. La Juve mi ha dato tanto ma credo di averle dato pure io, giocando oltre i limiti".

Con addosso la maglia rossoblù Cabrini si toglie le ultime soddisfazioni di una carriera leggendaria.   In Emilia vive due stagioni brillanti, con la squadra che il primo anno, con Maifredi in panchina, conquista l'8° posto e la qualificazione in Coppa UEFA , e che nel 1990/91, la sua ultima stagione, arriva ai quarti di finale del torneo europeo.

Si ritira a 33 anni, dopo aver scritto pagine memorabili nella storia del calcio italiano.

L'AVVENTURA DA ALLENATORE

Chiusa la carriera da calciatore, Cabrini prende il patentino da allenatore e nel 2000 si mette in discussione accettando l'offerta dell' Arezzo in Serie C1. Negli anni successivi guida anche il Crotone in Serie B, e Pisa e Novara in Serie C1, senza ottenere grandi risultati. 

La svolta arriva nel 2012, quando l'ex terzino della Juventus è scelto dalla Federazione come Ct. dell'Italia femminile. Con Cabrini alla guida, le ragazze azzurre fanno un percorso di crescita che dura 5 anni, e che le porta nel 2017 a partecipare all'Europeo. Dopo i risultati deludenti nel torneo, tuttavia, il Commissario tecnico cremonese decide di rassegnare le dimissioni.

IL CABRINI PRIVATO: LE AMMIRATRICI E I DUE MATRIMONI

Oltre al fare l'allenatore, il post carriera di Cabrini lo vede anche cimentarsi come scrittore con due romanzi e come politico, diventando nel 2009 responsabile dello Sport per il Lazio con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Nel 2008 partecipa pure alla sesta edizione del reality 'L'Isola dei famosi'.

Per la sua bellezza fisica, quando giocava era considerato  'Il fidanzato d'Italia':  le ragazzine gli inviavano migliaia di lettere e gli correvano dietro, mentre le donne lo elessero a marito ideale. In virtù del suo fascino era di gran lunga  'il calciatore più amato dalle italiane',  e per questo  Gianni Brera  lo ribattezzò  'Bell'Antonio'  (dall'omonimo film del 1960 di Bolognini, dove ad interpretare Antonio è Marcello Mastroianni, a sua volta tratto dal romanzo di Vitaliano Brancati). 

"Quando Brera mi battezzò 'Bell'Antonio' provai fastidio, - ha rivelato a 'La Repubblica' nel 2017 - ma siccome non potevo cancellare questa cosa l'ho cavalcata. Sono stato il primo calciatore italiano a fare pubblicità.  Mi sentivo il mondo in mano e la vita davanti, spalancata, tutta intera e possibile. A qualcuno quel mondo scappava, scivolava via. A me no. Ho saputo dare il giusto peso e restare concentrato. Conoscevo la mia fortuna e pensavo a giocare bene a pallone".

"A Torino - racconta al 'Guerin Sportivo - stavo tutto il giorno con Tardelli, abitavamo nello stesso condominio. La città non offriva molto. Si passavano le serate a casa, qualche festa tra amici. Ma non abbiamo mai passato certi limiti. Anche noi giovani eravamo ben consapevoli delle regole. Io, per esempio, non bevevo, né fumavo. Non lo nego, avevamo dei soldi, eravamo bei ragazzi, ambiti, talvolta ne abbiamo approfittato. Ma le avventure erano condivise solo fra i protagonisti, per il resto vigeva la regola del segreto".

Le donne impazzivano letteralmente per lui, considerato un vero e proprio sex symbol.

"Le ragazze mi tiravano l'oro come se fossi un santo. Un pomeriggio a Campobasso, nei 50 metri tra il pullman della Juve e l'albergo mi hanno levato quasi tutti i vestiti di dosso, ci saranno state tremila persone. Le donne lanciavano pure gli slip. Paolo Rossi dice che a terra c'erano manciate d'oro... A casa di mia mamma c'è ancora una stanza piena di sacchi di lettere mai aperte. Un giorno mi ci metto...".

Fra le love stories più clamorose che gli vengono attribuite, ci sarebbe quella con l'attrice Sonia Braga, conosciuta durante una cena di gala a New York.

A 26 anni, nel 1983, Cabrini mette comunque la testa a posto, sposando Consuelo Benzi, la sua prima moglie, da cui ha due figli, Martina ed Eduardo.  Nel 1999 i due si separano, e nei primi anni Duemila Antonio conosce Marta Sannito, manager marketing di alcuni brand di moda, di 18 anni più giovane di lui. Fra i due scatta un vero e proprio colpo di fulmine, ne nasce una bella storia d'amore e la coppia convola a nozze nel 2019.

Da poco il Bell'Antonio è diventato anche nonno, visto che sua figlia Martina gli ha regalato il primo nipote, Leonardo, cui come primo dono ha regalato delle scarpe da calcio:

“È strano vedermi nonno. Ma ho già detto a Martina che quando Leonardo comincerà a parlare non dovrà chiamarmi nonno (ride, ndr)”.