Buffon rilancia: "Voglio il 6° Mondiale, posso superare Carbajal e Matthäus"

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Il portiere della Juventus e della Nazionale azzurra, Gigi Buffon, guarda al futuro e annuncia: "Gioco altri 2 anni, voglio il 6° Mondiale per superare Carbajal e Matthaus".

Protagonista dell'ennesima grande stagione della sua carriera con la maglia della Juventus e della Nazionale azzurra, Gigi Buffon ha rilasciato una lunga intervista al 'Corriere dello Sport', in cui ha parlato della sua carriera ma anche dei progetti ambiziosi per il futuro.

Così il portiere classe 1978, dopo aver conquistato il record assoluto di imbattibilità in Serie A con la maglia bianconera, pensa ora a un altro primato, da ottenere però con la Nazionale: quello della partecipazione a 6 fasi finali dei Mondiali.

"Per i prossimi due anni io vorrei continuare a giocare come faccio oggi. - ha rivelato - Mi piacerebbe centrare il sesto Mondiale. Sarebbe un record storico. Il portiere del Messico Carbajal e Lothar Matthäus ne hanno disputati cinque. Poi farò le mie valutazioni. In base agli stimoli, alle situazioni e alle opportunità che si apriranno".

"La qualità di un portiere - ha sostenuto Buffon - dev'essere in primo luogo la sicurezza che sai trasmettere agli altri, alla tua squadra. La devi trasmettere anche a prescindere da quella che hai davvero dentro di te. Anche se tu non sei sicuro devi far intendere agli altri che hai il controllo della situazione e che loro possono confidare su di te. Un portiere insicuro fa una squadra insicura. E poi serve solidità mentale. E’ la condizione per durare molto e sbagliare poco. Se ci pensa, tutti i grandi portieri hanno avuto carriere lunghe".

Se riuscirà nel suo obiettivo, Buffon nel 2018 giocherà un Mondiale a 40 anni compiuti e da capitano, come Dino Zoff nel 1982. "Il capitano - ha spiegato il numero uno azzurro - è un giocatore che mette a disposizione degli altri, specie dei più giovani , la sua esperienza e cerca il linguaggio giusto per dare contezza della responsabilità che si ha nell’indossare la maglia del proprio club e della nazionale. Bisogna essere riconosciuti e spendersi per i propri compagni".

Sfogliando il libro dei ricordi, Buffon è tornato indietro nel tempo, ripercorrendo la sua carriera, e ha ammesso: "Da ragazzo succedeva che mi tremassero le gambe. L’errore accadeva, ovviamente, e io lo somatizzavo e lo pativo. Non mi capitava spesso, per fortuna, ma questo rendeva tutto più difficile, come un improvviso corto circuito in un sistema che funziona bene". 

"L’errore più grave fu in una partita dell’Under 21 contro l’Inghilterra. - ha ricordato il portiere bianconero - Fu clamoroso, me lo cercai e me lo meritai. Perché la vita è giusta anche quando ti fa pagare gli errori".

"E' forse nella reazione all'errore che si vede per me la vera qualità di un numero uno. - ha affermato Buffon - La partita seguente, o persino nell’azione successiva all’errore, tu sei pervaso da remore e da indecisioni. Più sbagli più puoi sbagliare, perché può essere attaccata quella sicurezza della quale parlavo prima. Ma per me vale il contrario. Per me comincia proprio in quel momento una parte della sfida racchiusa nel mestiere più difficile del calcio. Essere nell’occhio del ciclone per me è uno stimolo. Devo dimostrare che, sbagliando, sono scivolato e non caduto. Che sono subito in piedi, per ricominciare".

Quanto agli avversari più pericolosi affrontati, Buffon ha rivelato: "Quelli che mi hanno fatto soffrire di più sono stati Bobone Vieri nel momento del suo massimo fulgore e Ronaldo 'Il Fenomeno'. Loro due mi toglievano il sonno...".

Il capitano della Juventus ha scelto anche le sua parate migliori di sempre: "La più bella? Forse quella su un colpo di testa di Inzaghi nella finale di Champions con il Milan, - ha detto - o una che feci in Nazionale con il Paraguay. Avevo diciannove anni".

Fra i ricordi il più bello in assoluto resta però la vittoria dei Mondiali in Germania nel 2006: "Una gioia troppo grande da gestire per un essere umano, davvero. - ha sottolineato Buffon - Quando la partita finì io avevo l’orgoglio di sapere che grazie al nostro lavoro, alla nostra fatica, agli sforzi che avevamo tutti fatto per anni in Italia tutti erano nelle strade. In quel momento, mentre sollevavamo la coppa in cielo, milioni di italiani erano felici, erano allegri, con il sorriso sul volto. E, per una volta, uniti".

 

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