Belgio, piccola corazzata alla quale... "manca un Lewandowski"

Commenti()
Prima nel ranking FIFA, la Nazionale belga sta vivendo una rinascita invidiabile. Anche se, per autorizzare sogni di gloria, manca forse un centravanti di effettivo spessore.

GOALdi Alec Cordolcini

Valgono tanto, i Diavoli Rossi del Belgio. Valgono a livello economico, con il costo della rosa a disposizione del ct Marc Wilmots che si aggira attorno ai 387 milioni di euro, e non si sta parlando di valutazioni di mercato ma di costo effettivo dei giocatori nei trasferimenti che li hanno visti protagonisti. Valgono a livello tecnico, e per una conferma basta sbirciare il Ranking FIFA e guardare chi si trova lassù, al primo posto, davanti a tutti. Un risultato storico, non solo per le dimensioni ridotte del paese (poco più di 11 milioni di abitanti, oltretutto divisi a metà tra fiamminghi e valloni che si guardano costantemente in cagnesco, salvo quando si parli di monarchia o, appunto, di nazionale), ma anche per i salti da gigante compiuti dal Belgio nell’ultimo decennio: 71° nel 2007, 57° nel 2010, 21° nel 2012, 4° nel 2014, 1° nel 2015.

A livello calcistico, dal mese scorso i Paesi Bassi si sono capovolti, con l’Olanda – storicamente il paese guida dell’area – addirittura fuori dall’Europeo, mentre il Belgio si è qualificato i carrozza. Ma anche l’amichevole di stasera contro l’Italia sarà all’insegna del ribaltamento dei ruoli, con i top player che vestiranno quasi esclusivamente la maglia rossa. “Ma dell’Italia hanno tutti un grande rispetto”, commenta Luca Pelizzon, avvocato contrattualista e profondo conoscitore della realtà calcistica di Bruxelles (dove collabora con l’Anderlecht e altri club) e dintorni. “In Belgio sanno che con il calcio italiano non si scherza, anche se questo non si trova in uno dei suoi momenti migliori, perché gli Azzurri possono essere sfavoriti sulla carta e poi vincere 1-0 in contropiede. Hanno mentalità, esperienza e astuzia, doti che portano lontano, fino a vincere i tornei. Doti che il Belgio, fortissimo a livello tecnico, deve ancora affinare se vorrà vincere l’Europeo e arrivare tra le prime quattro al prossimo Mondiale”.

Le rivoluzioni sono figlie di tanti padri, e quella del calcio belga, ne ha almeno quattro: George Leekens, Michel Sablon, Dick Advocaat e Marc Wilmots. I primi due, rispettivamente ex ct dei Diavoli Rossi e dirigente della KBVB, sul finire degli anni 90 hanno aperto il ciclo lanciando una serie di progetti strutturali che andavano dai corsi per diventare allenatori pro alla ristrutturazione dei vivai dei club, con particolare attenzione alla sinergia calcio-scuola. L’olandese Advocaat ha professionalizzato lo staff, introducendo figure come il responsabile degli osservatori, il team manager e l’esperto di video-analisi. Wilmots infine ha fatto la cosa più difficile: tradurre questo processo innovativo in risultati concreti sul campo. “Wilmots”, prosegue Pelizzon, “ha puntato molto su un gruppo solido e lo ha fatto crescere, a volte anche sacrificando giocatori che stavano facendo bene con i loro club, che non facevano parte del nocciolo attorno al quale il ct ha costruito il suo Belgio. Uno su tutti è Nainggolan, entrato in squadra solo dopo il Mondiale”.

Proprio il romanista è la novità del Belgio rispetto al Brasile. “Nainggolan”, dice Pelizzon, “è uno dei centrocampisti più forti in Europa, e in quanto tale non poteva continuare a rimanere fuori da questa squadra. Si è inserito bene, ha lavorato molto per entrare nei meccanismi della squadra e, pur non avendo ancora raggiunto il rendimento che ha con la Roma, si sta ritagliando un ruolo importante”. Contro l’Italia accanto a Nainngolan potrebbe debuttare Sven Kums, capitano del Gent campione belga in carica, con Axel Witsel tenuto a riposo in vista della Spagna. Confermato in porta Simon Mignolet, tornato titolare dopo 4 anni nel match contro Andorra a causa dell’infortunio di Courtois, l’unico dubbio della linea difensiva a quattro riguarda il terzino destro, con ballottaggio tra l’ex laziale Luis Pedro Cavanda è il “Gareth Bale delle Fiandre” (ma siamo nel campo della pura esagerazione) Thomas Meunier per sostituire Toby Alderwiereld.

Al centro giostreranno Thomas Vermaelen e Nicolas Lombaerts, con ritorno a sinistra di Jan Verthongen (nelle ultime uscite il difensore del Tottenham aveva giocato al centro, lasciando la fascia a Lukaku jr., Jordan, attualmente infortunato). Out Marouane Fellaini e Dries Mertens, nel trio magico della trequarti, accanto agli intoccabili Eden Hazard e Kevin De Bruyne (una miniera d’oro, quest’ultimo, che guadagna 6579 euro all’ora – fonte Frank Van Laeken e il suo libro “Het geld van het voetbal” - I soldi del calcio), spazio a Yannick Ferreira-Carrasco, che finora ha trovato poco spazio nell’Atletico Madrid di Simeone.


"Se Lewandowski fosse belga, vinceremmo l'Europeo", ha scritto il quotidiano Het Nieuwsblad


Infine la prima punta, tasto dolente che la puntigliosa stampa belga non ha esitato a schiacciare. Gli attaccanti segnano troppo poco, è l’accusa. Nelle qualificazioni a Euro 2016, solo il 17% delle reti complessive segnate dal Belgio hanno portato la firma di un attaccante, e nessuno è andato oltre la singola marcatura: 1 rete a testa per Origi, Benteke, Batshuayi (primo multato nel nuovo sistema di sanzioni introdotto da Wilmots) e Depoitre (72° giocatore della nazionale a segnare al debutto), addirittura nessuna per Lukaku. “Se Lewandowski fosse belga, vinceremmo l’Europeo”, ha scritto il quotidiano Het Nieuwsblad. Tra i cinque giocatori citati, il più in forma è anche l’elemento meno qualitativo di tutti, ovvero Depoitre, uno che fino a quattro anni fa giocava in C, ma che grazie a spirito di sacrificio e durissimo lavoro è riuscito a diventare un Diavolo Rosso. Contro gli Azzurri potrebbe esserci una staffetta tra lui e Benteke .

Negli ultimi due anni si è parlato tanto della ricetta che ha portato il Belgio a raggiungere livelli toccati solo una volta in precedenza – il quarto posto a Mexico ’86 – senza però la qualità di gioco mostrata dalla squadra sotto la gestione Wilmots. La riforma di corsi per diventare allenatori pro, la ristrutturazione dei vivai, l’adozione di un unico modulo di gioco, il 4-3-3. Ma la peculiarità della ricetta belga risiede nelle varianti che hanno caratterizzato i percorsi formativi dei vari giocatori. Qualcuno è calcisticamente cresciuto all’estero per scelta, come i fratelli Hazard (Eden nel Lille, Thorgan nel Lens), portati dal padre in Francia perché in Vallonia non esistevano strutture formative adeguate; oppure come la nidiata di scuola Ajax Vertonghen-Vermaelen-Alderwiereld.

Altri sono stati costretti a emigrare perché in Belgio nessuno se li filava, come Dembele, a 18 anni nel Willem II, e Mertens, esploso con l’Agovv Apeldoorn nella B olandese. Percorsi differenti anche tra i prodotti casalinghi, dove a enfant prodige come Courtois (debutto nel Genk a 16 anni, campione nazionale l’anno seguente da titolare), Lukaku (capocannoniere del campionato con l’Anderlecht a 16 anni, 10 mesi e 8 giorni), Witsel e De Bruyne, si contrappongono giocatori costretti a costruirsi pazientemente la carriera passo dopo passo. E’ il caso di Fellaini, oggi il giocatore più costoso di sempre nella storia del calcio belga, ma costretto a cambiare quattro club prima di imporsi nello Standard Liegi. Oppure di Benteke, sballottato per anni tra prestiti e cessioni, fino a trovare l’ambiente giusto a Genk e spiccare il volo.

C’è giustamente orgoglio”, conclude Pelizzon, “per il primato nel ranking FIFA, anche se va dato atto a Wilmots e alla Federcalcio belga di continuare a lavorare con assoluta modestia. Il primo posto è stato un bell’obiettivo da raggiungere, un premio alla continuità della squadra, ma sono tutti consapevoli che, con una squadra così talentuosa, senza un grande risultato all’Europeo – e per grande risultato si intende la finale – quella posizione nel ranking non varrà nulla”. Qualità, talento, ambizione ma anche piedi ben piantati a terra. Valgono davvero tanto, questi Diavoli Rossi.

Chiudi