The Dark Side of the Goal - 1967, il disastro di Kayseri

Nel 1967 l'inferno in terra a Kayseri, Turchia: 43 morti, 600 feriti, due città devastate e il calcio nazionale mutato per sempre. Sivasspor e Kayserispor, cronaca di quel terri...

Heysel, Hillsborough, Port Said, Calì, Luznhiki. Terrificanti tragedie del calcio mondiale. Avvenute ciclicamente, in ogni decennio dalla diffusione interplanetaria dello sport con la palla a spicchi. In Belgio, in Inghilterra, in Egitto, in Russia. E sì anche in Turchia: una storia che molti non conoscono o hanno dimenticato. Non gli amici e i famigliari dei 43 morti nell'inferno del Kayseri Atatürk Stadyumu, teatro degli orrori, teatro della più grande tragedia del calcio turco.

Siamo nel 1967, nella terza serie turca, divisa in girone bianco e in girone rosso. Mentre nel campionato principale il Besiktas è chiamato a difendere il titolo dall'assalto delle rivali Fenerbahçe e Galatasaray, nelle categorie minori squadre nate da pochissimo o appena fuse per creare un seguito importante di tifosi, provano a farsi strada. Il tutto l'ausilio di ultras non proprio di buone maniere, eufemismo che porterà agli scontri mortali di quel caldo e afoso settembre a Kayseri.

A Kayseri nel 1966 si fondono insieme Ortaanadoluspor e Sanayispor dando vita al Kayserispor Kulübü, primo club della città, al quale seguirà anni dopo il Kayserispor. Kayseri è una città dell'Anatolia Centrale, popolosa e con una storia millenaria tra l'Impero Romano e quello Ottomano. A duecento km di distanza c'è il Sivasspor di Sivas, capoluogo decisamente più limitato in termini di popolazione, economia e sviluppo. A Kayseri abitano diversi commercianti provenienti da Sivas e una larga fetta di abitanti di Sivas proviene da Kayseri. La rivalità tra le due città è enorme, ma dopo quel 1967 sarà infuocata.

Il 17 settembre 1967 i tifosi del Sivasspor arrivano a Kayseri con 20 minibus, 40 pullman. Utilizzando treno e automobili. Nell'aria c'è tensione, nelle strade la sensazione che possa accadere qualcosa di terribile. Una di quelle sensazioni che però scompare dopo pochi secondi, rendendosi conto che pensare al peggio in continuazione non ti permette di vivere. Certo, gli incidenti capitati mesi prima in altri stadi turchi non avevano certo aiutato a tenere il clima freddo e disteso. La positività non poteva essere del 100%.

Scattano le 16:00, l'orario della gara. Stadio stracolmo, tante famiglie sotto il caldo asfissiante cittadino si accomodano per assistere a Kayserispor e Sivasspor. Benvenuti all'inferno. La gara è equilibrata, ma a segnare la rete del vantaggio sono i padroni di casa. L'unica rete della gara. E di reti, nelle settimane seguenti, le due compagini non ne vedranno nemmeno l'ombra. In campo la situazione diventa immediatamente incandescente, qualcosa accade.

Dopo un fallo da tergo in mezzo al campo gli animi si scaldano e il direttore di gara è costretto a mostrare il cartellino rosso ad un giocatore del Kayserispor. Le proteste sugli spalti e sul terreno di gioco sono però talmente forti che l'arbitro è costretto a cambiare la propria decisione mantenendo la parità numerica. La tensione sale alle stelle mentre il 45' scocca. Intervallo all'Atatürk, il più lungo nella storia del calcio turco. Fatto di grida e terrore.

Siamo in un vecchio stadio turco, con regole infinitamente meno pressanti e rigide rispetto agli anni 2000. Siamo negli anni '60. Comincia un timido lancio di pietre subito sedato dalle forze dell'ordine. Le tifoserie hanno gli occhi infuocati e l'adrenalina da teppista omicida. Insulti, cori, attacchi. Parte la sassaiola e sì, il calcio turco cambia per sempre. Cambia per sempre sopratutto la vita delle persone coinvolte in quel disastro. A farne le spese sopratutto i tifosi del Sivasspor.

Presi dal panico, schiacciati nel loro settore, i fans del Sivasspor si danno alla fuga. Una fuga disordinata, dettata dall'orrore, che non può non causare il peggio. Nel tentativo di evitare le pietre la massa non guarderà in faccia a nessuno: i primi a perdere la vita, pressati e asfissiati, saranno due bambini. Terzo attore al Kayseri Stadium è la polizia: mentre i tifosi cercavano di fuggire in campo alla cieca, le forze dell'ordine li respingevano con i manganelli, portando tutiti nella stessa direzione di fuga, verso le porte di ferro dello stadio. E qui la tragedia continuerà a consumarsi.

Schiacciati contro le porte, raggiunti dagli ultras del Kayserispor armati di coltelli, cinghie e bastoni, cercando di fuggire all'incessante sassaiola, moriranno altre 41 persone, mentre altre 400, 600 secondo alcune fonti, rimarranno ferite anche in maniera gravissima. C'è il sole a Kayseri, ma la polvere alzata dall'inferno in terra rende il cielo grigio. E l'oltretomba non potrebbe essere più vicino per i testimoni, per i sopravvissuti, per chi deve rendersi conto di aver perso qualcuno, solamente qualche istante prima.

Gli ultras del Sivasspor, disperati e a caccia di vendetta, riusciranno con difficoltà ad uscire dallo stadio. E Kayseri, quella non legata al calcio, sarà devastata. Auto incendiate, pestaggi contro la popolazione, negozi devastati dalla furia. I lavoratori provenienti da Sivas che lavorano a Kayseri vengono a sapere di quanto accaduto ai concittadini. Qualche ora dopo anche a Sivas, arriverà la notizia. E le attività dei lavoratori provenienti da Kayseri subiranno danni irreparabili. Vendetta in entrambe le città, nonostante la polizia collocata di fronte ad ogni negozio di lavoratori di Kayseri. Alcune forze dell'ordine, anzi, permetteranno senza intervenire, voltandosi dall'altra parte, la vendetta incondizionata contro lavoratori colpevoli solamente di essere concittadini delle bestie dell'Ataturk Stadium.

Undici le persone arrestate quel giorno, solo l'inizio. Un piccolo, minuscolo, intervento. I politici non possono fare diversamente: servizio di autobus tra le due città eliminato, traffico limitato, colpo enorme per l'economia. Troppa tensione per rischiare, vengono chiusi i negozi, Sivas è solo di Sivas, Kayseri solamente di Kayseri. E il calcio? Il calcio si riprenderà molto, molto, lentamente. Diciasette gare di squalifica per entrambe le società, squadre arbitratiamente impossibilitate a sfidarsi negli anni seguenti. Una ferita enorme per il calcio turco, una tragedia per il popolo turco. Quarantatre morti, centinaia di familiari con una vita cambiata per sempre. Il male del calcio, il dark side del goal. Lo sport senza più significati.

(3- continua)

Puntate precedenti: Storia della Tigre Arkan (3 giugno), Marmelada Peruana (10 giugno)