Josè Mourinho, una panchina nel suo destino: "Da giovane volevo diventare un calciatore, ma capii che non potevo diventare un grandissimo, e anche allora ero un allenatore in campo"

Lo Special One ha ripercorso le tappe della sua storia, dalla laurea in Educazione fisica alle vittorie con il Porto.
Christian Panucci, in esclusiva per 'Sky Sport', ha intervistato il tecnico del Real Madrid Josè Mourinho. Lo Special One, in una lunga chiacchierata con il suo interlocutore, ha ripercorso le tappe della sua storia personale. Nella primissima parte dell'intervista, che sarà trasmessa stasera sul canale 'Sky Sport 1 Hd', l'allenatore portoghese ha ricordato gli inizi della sua carriera, dal conseguimeto della laurea in educazione fisica ai successi sulla panchina del Porto

Ti sei laureato in scienze motorie, però hai lavorato molto con i disabili. Ti è servita nella tua carriera da allenatore questa esperienza? "Per me è stata un’esperienza incredibile perché tutto è psicologico là, tutto è affetto, tutto è emozione. Ti puoi preparare all’università per lavorare con loro, però poi quando arrivi lì, tutto è passione, cuore, è rapporto diretto, empatia. Io ho lavorato con bambini con problemi motori e poi ho lavorato anche con bambini con problemi mentali, psicologici, e tutto è amore. Tu riesci a fare delle piccole cose che per loro sono delle grandi cose, con base in tutto questo, in amore, in affetto, in rapporto individuale. Una cosa incredibile. Io ero molto giovane e nello stesso tempo in cui allenavo ragazzi di 14/15 anni, lavoravo nella scuola con questi bambini e bambine e per me questa è un’esperienza fantastica che dopo tu prendi per la vita e tante volte dico ai giocatori  quando loro non sono felici che devono essere sempre felici e che ci sono tanti problemi nella vita e questi bambini sono un esempio e che un giocatore deve sfruttare la sua vita come giocatore che sono 10/15 anni e quindi deve essere felice tutti i giorni".

Tu nasci da un padre calciatore e da una madre benestante. In un Portogallo degli anni ’70 e di grandissimi cambiamenti. Tu come li hai vissuti quegli anni?
"Con un po’ di paura, perché dopo la rivoluzione tutta la gente aveva la speranza di un cambiamento positivo però anche con la paura di un cambiamento negativo. La mia famiglia ha pensato a volte di uscire dal Portogallo, altre volte no, altre volte tu pensi che il cambio deve essere positivo e tu devi rimanere. Però allo stesso tempo un momento di libertà, di libertà di espressione, di vivere e questo è stato un momento bello. Io ho avuto sempre una famiglia senza problemi economici, una famiglia che vive nella tranquillità, però allo stesso tempo anche nella realtà. Ho avuto da bambino amici al top della classe sociale e amici che vivevano con grandissime difficoltà e questo mi ha fatto essere preparato a tutto nella vita. Saper convivere, vivere ed avere rapporto con tutti. Questo per me è stato un momento di cambiamento in Portogallo e per me un’esperienza di vita molto positiva che mi ha preparato per la vita".

Quando hai deciso di fare l’allenatore? "Non lo so. Io non ho mai mentito, da bambino non volevo essere allenatore, da bambino volevo essere giocatore. Arrivavo a casa con il pallone sotto braccio e non con il libro per studiare come allenare. Io volevo fare il giocatore ma allo stesso tempo studiare è stato sempre importante perché, senza studiare, non avevo la possibilità di giocare a pallone perché avevo questo controllo in casa. Dopo, con tuo padre giocatore, a casa impari a leggere una partita in un modo diverso, un po’ come io con mio figlio adesso, che dopo una partita mi dice perché ho cambiato uno invece che l’altro, perché ho fatto questo e non quello, chi giocherà la prossima partita. Entri in una dinamica di pensare il calcio in modo diverso da un bambino che non ha il calcio in casa. Dopo ho capito che non potevo essere un grandissimo giocatore, che avevo il talento sufficiente. Potevo essere un fenomeno quando giocavo con i miei amici vicino a casa mia, ma quando passavo al campionato organizzato, diventavo un giocatore come tanti altri e ho capito che anche da giovane ero più allenatore in campo che giocatore. Organizzavo la squadra, dicevo chi doveva giocare qua e chi là, quanto tempo durava la partita e quando non segnavo finiva la partita e io andavo a casa con la palla, ero un po’ più un leader che propriamente un giocatore. Poi, ho studiato tutte le cose con una sequenza quasi naturale e dopo la storia, assolutamente vera, di mio padre allenatore che negli anni ‘80 aveva bisogno di nuovo grande staff tecnico e l’allenatore non aveva come abbiamo adesso 1, 2, 3, 4, 5 osservatori, collaboratori, talent scout. E mio padre mi chiedeva di andare a vedere gli avversari e di fare la relazione e questo mi sembra un modo molto importante di imparare a leggere la partita e di imparare a esprimere quello che vedevo, perché una cosa è quello che tu vedi e un’altra cosa è far capire agli altri quello che tu hai visto. E questo mi ha aiutato tantissimo. Poi, quando sono andato all’università e stavo per finire, ho iniziato a lavorare con il settore  giovanile. Dopo mi è arrivata la possibilità di andare come assistente in prima squadra. Tutto è stato graduale e, esperienza dopo esperienza, mi arrivava sempre un’opportunità più difficile".

L’esperienza a Barcellona? "L’esperienza a Barcellona è stata fantastica. Io dico sempre che tu impari di più con i giocatori. Nella mia esperienza come allenatore, da quando ho iniziato come assistente fino ad adesso, ho imparato di più con i giocatori. Sono i giocatori che t’insegnano di più e che, con la loro esperienza in campo, con le loro domande e con i loro dubbi, ti fanno imparare. Quando sono arrivato a Barcellona, arrivavo in una squadra che aveva Stoichkov, Ronaldo, Figo, Popescu ecc. . . una squadra di gente veramente al top e tu impari tantissimo con i dubbi dei giocatori, parlando con loro, con le domande che i giocatori ti fanno e per me è stata un’esperienza assolutamente fantastica e mi ha aiutato ad essere più preparato per l’esperienza successiva. Dopo, quando sono andato dal Barcellona in Portogallo, avevo già la convinzione di non voler essere più assistente. Quando tu sei assistente nel Barcellona, quando sei assistente di gente come Robson e Van Gaal, pensi di essere pronto per iniziare e quando sono tornato in Portogallo, sono arrivato già con la convinzione che ero pronto per iniziare la mia carriera da allenatore".

Che cosa hai preso da Van Gaal e Robson? "Sono due persone completamente diverse. Robson arrivava all’allenamento dieci minuti prima, giocava a golf e aveva una vita incredibile, piena di gioia. Era sempre positivo e il calcio per lui non era una pressione, ma un motivo di soddisfazione. Io preparavo l’allenamento, preparavo tutto, organizzazione, pianificazione, tutti i dettagli e lui era innamorato dello spazio dell’allenamento: “ Josè, cosa facciamo oggi?”. Gli rispondevo: “Mister, facciamo questo, questo e questo”. Let’s go and enjoy! Van Gaal era esattamente il contrario. Van Gaal arrivava due ore prima e tutti questi dettagli di Cpianificazione li preparava lui. Quello che facevamo noi assistenti era allenare. Io che non allenavo tanto con Bobby, allenavo tanto con Van Gaal. E per me è stato importante perché un’esperienza è stata completamente diversa dall’altra. Nell’ultimo anno con lui al Barcellona, mi dava la squadra per partite del trofeo Gamper, partita di coppa Catalunya e anche questo è stato molto importante. Lui mi dava la squadra e andava in tribuna, era tutta responsabilità mia: questo per me è stato fantastico. Io dico sempre che Bobby mi ha dato un opportunità fantastica di andare a Barcellona, perché sono andato con lui, però poi Van Gaal mi ha dato un’autonomia, una fiducia e un’autostima che mi hanno preparato tanto".

Quindi tu hai vinto la coppa Catalunya a Barcellona! Quando hai deciso di tornare in Portogallo, cosa hai pensato in quel viaggio? "A me non piace tanto guidare, però mi piace tanto stare da solo in macchina. In quel viaggio pensavo che mi aspettava una vita completamente nuova, che ero preparato, andavo per vincere e potevo fare la differenza. Avevo una convinzione e un’autostima assolutamente altissima ed ero molto preparato. Pensavo di andare in Portogallo in una squadra non tra le tre al top e pensavo che la strada normale sarebbe stata quella di prendere una squadra media e poi arrivare. Però poi sono arrivato in Portogallo e il mio ex allenatore Jupp Heynckes era stato esonerato e sono andato al Benfica, che per noi in Portogallo è come il Milan, l’Inter o la Juve in Italia. E per uno che non era mai stato allenatore, non era un’esperienza facile. E sono arrivato in un gigante, in Portogallo è come in Spagna e i Presidenti sono un gruppo politico. E dopo che ero lì da due mesi, c’è stato un cambio di presidenza, abbiamo vinto con lo Sporting 3-0, però sia con una vittoria che senza non potevo continuare. C’è stato un cambio enorme nel club e la gente che mi aveva scelto era andata via. La gente che era arrivata e che aveva vinto le elezioni, era gente con delle idee completamente diverse dalle mie ed io sapevo che non potevo assolutamente continuare. Tu puoi immaginare di essere nel Benfica, la squadra sta bene e sta migliorando e con la sensazione di poter vincere il campionato e andare via per propria iniziativa  è una sensazione molto difficile. Poi sono andato a Leiria che è come una squadra che gioca per rimanere in serie A".

E fai un miracolo: arrivi quinto... "No, arrivo terzo a dicembre e in Portogallo è possibile cambiare squadra nella stessa stagione, non come in Italia e in Spagna che puoi allenare solo una squadra. E arriviamo là a dicembre, eravamo terzi e alla fine della stagione il Leiria finisce quinto, però senza me negli altri sei mesi. Io arrivo a dicembre e il Porto vive una crisi profonda, in quel momento era quinto, sesto, settimo e il Presidente del Porto, che mi conosceva da quando ero assistente di Robson al Barcellona, mi voleva e la sua idea era che quell’anno non potevamo vincere niente perché eravamo troppo dietro e dovevamo solo cercare di finire in posizione di Coppa Uefa,  finire nei primi cinque e l’anno successivo costruire una squadra per tornare a vincere. Sono rimasto a Leiria solo da giugno a dicembre e poi sono andato a Porto per fare la seconda parte del campionato. Abbiamo finito al terzo posto e abbiamo raggiunto la posizione per giocare la Coppa Uefa nella stagione successiva".

Però lì costruisci per la prima volta la tua squadra.
"Si, è stato perfetto. Il Porto aveva una squadra con due portoghesi quando siamo arrivati. Era la squadra dei brasiliani e degli argentini. Non vinceva niente e non c’era empatia con i tifosi, un problema grande. Io che lavoravo in quel momento nel Leiria ed ero nel calcio portoghese da sei mesi, conoscevo tutti i talenti portoghesi che giocavano nelle altre squadre più piccole. Abbiamo comprato 12 giocatori tutti portoghesi, tutti giocatori che giocavano in squadre più piccole e che noi pensavamo che avessero la capacità di giocare in una grande squadra come il Porto. I giocatori erano Paulo Ferreira che adesso sta al Chelsea, Carvalho che sta al Real Madrid, Nuno Valente che ha smesso però ha giocato in Nazionale un Mondiale e un Europeo, Maniche che ha giocato con il Chelsea e la Nazionale. Tutti giocatori che sono diventati importanti nel Porto e in Nazionale e che hanno fatto una carriera molto bella. Era una squadra a cui avevo detto in prestagione: “Noi non abbiamo vinto niente, né io né voi. Tutti zero. Titoli zero”. Era solo Vitor Baia che con i suoi 32 anni aveva già vinto qualcosa, però tutti gli altri zero. E dopo, insieme, abbiamo vinto campionato, coppa Uefa, Champions League, abbiamo vinto tutto con una squadra che è partita da zero prima di arrivare".

Se non sbaglio, giocavi con il 4-4-2? "Giocavamo col 4-3-3 in campionato e col 4-4-2 in Europa. Eravamo una squadra molto organizzata, tatticamente molto disciplinata. Avevamo Deco che in quel momento aveva 23/24 anni, era al top della sua carriera ed è stato un grandissimo giocatore, dietro due punte. Era una squadra molto disciplinata tatticamente con una grande voglia di vincere e una concentrazione enorme ed era molto difficile per noi perdere una partita. In Portogallo, se sei una buona squadra, vinci il campionato, non è difficile. Perché è alla base un campionato di due,tre squadre e c’è una grande differenza fra quelle tre e tutte le altre. Però, in Europa, penso che giocare la Coppa Uefa sia stato importante per noi perché la squadra non sarebbe stata preparata per andare direttamente dal confronto con piccoli club ai grandi club della Champions. Giocare la coppa Uefa penso sia stato importante per questa squadra perché nella seconda stagione, quando siamo arrivati in Champions, eravamo campioni d’Europa, avevamo giocato la Supercoppa Europea contro il Milan, i giocatori giocavano già in Nazionale e quando siamo arrivati in Champions eravamo una squadra con un background già abbastanza importante".

I tuoi giocatori dicevano che si allenavano simulando durante la settimana la partita della domenica. vero. In quel momento, a Porto, avevamo la possibilità di fare questo, perché in Portogallo ci sono meno partite, una coppa soltanto e la possibilità di organizzare meglio le partite, di scegliere quando giocare. Se volevano giocare lunedì e riposare un giorno di più, giocavano lunedì. Se volevano giocare venerdì, prima di giocare una partita di Champions, potevano giocare venerdì. In Portogallo c’è questa possibilità dei club di scegliere, non sono le tv a controllare la situazione. E noi facevamo molto questo. Sapevo che la mia squadra non era una squadra di gente con grande esperienza e con grande cultura tattica ed era importante per noi fare questo tipo di lavoro. Era gente con una consapevolezza molto grande delle proprie qualità e dei propri limiti, una squadra che poteva nascondere i suoi problemi e dove ognuno era capace di dare la vita per gli altri. Una squadra fantastica con gente che rimarrà nel mio cuore, come tutti gli altri, ma sono cresciuto con loro, sono arrivato alla prima Champions con loro, è gente che in questo momento ha praticamente la mia età e ha praticamente finito la carriera, però saremo fratelli per tutta la vita".

Ettore Messina ha dichiarato che pensava che nel basket la casualità fosse poca, ma dopo aver parlato con te dice che anche nel calcio, tu riduci la casualità come allenatore. "Cerco di farlo. Ettore è stato qua e siamo tutti e due allenatori del Real Madrid però la distanza spaziale dove lavoriamo noi è enorme, siamo lontanissimi. Lui è venuto qui una volta con i suoi assistenti ed io, che ho sempre una curiosità altissima di sapere come lavorano negli altri sport. Per esempio, la pallacanestro è uno sport dove tu puoi pensare e imparare, ho deciso di aprire completamente la porta a Messina per fargli vedere come lavoriamo noi. Abbiamo un dipartimento molto meno organizzato di scout e preparazione delle partite e analisi dell’avversario e della nostra stessa performance. Ho aperto la porta ed Ettore ha capito che noi lavoriamo seriamente e lavoriamo tanto. Lui ha capito questo e mi ha fatto felice perché molta gente ha la sensazione che nel calcio viviamo tutti solo del talento dei giocatori e mi sembra che nel calcio di oggi, dove tutte le squadre hanno bravi giocatori, bravi allenatori e sono preparati bene fisicamente, mi sembra che avere questo tipo di organizzazione possa fare la differenza".

Nella partita di Supercoppa col Milan, il secondo tempo del tuo Porto diede l’immagine all’Europa che il Porto, l’anno dopo in Champions, avrebbe potuto fare qualcosa di grande.
"Sì. Abbiamo perso perché il Milan era il Milan e tu sai che il Milan sa perfettamente come gestire un risultato. Loro hanno segnato nei primi minuti con un gol di testa di Sheva sul secondo palo, però dopo noi abbiamo giocato e dominato la partita e nel secondo tempo potevamo perfettamente segnare. Anch’io ho avuto quella sensazione. Volevamo ovviamente vincere la Supercoppa, però, dopo aver perso, ero felice per questa sensazione. L’anno dopo, se giocavamo un’altra volta contro il Milan potevamo vincere. E se tu sai di poter vincere contro il Milan che è campione d’Europa, tu puoi vincere contro qualsiasi squadra. Questa è stata una sensazione importante per me e per i giocatori. Perché quando tu vinci la Coppa Uefa, noi abbiamo giocato contro il Celtic in finale, contro la Lazio che era una grande squadra e abbiamo vinto molto bene in semifinale, però quando tu perdi con il Milan e provi quella sensazione, vuol dire che sei preparato per la Champions. Montecarlo non è stata una coppa persa, ma l’inizio dell’autostima e della fiducia che potevamo vincere e competere senza aver paura di nessuno".