C'era una volta il Football - Attilio Fresia, il primo emigrante del pallone

Fu il primo italiano a calcare i fangosi campi dell'Inghilterra.
Quando si parla di calciatori italiani che hanno varcato la Manica, il primo nome che viene in mente è quello di Gianfranco Zola: Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico, il Chelsea ha ritirato il «suo» 25 al momento del rimpatrio. A «Magic Box» fanno seguito Di Canio ed il suo fair play: le abilità tecniche ed anche tattiche del Vialli «player-manager»; la rapidità con cui Di Matteo mise a segno dopo 43 secondi, il 17 maggio 1997, il gol più veloce nella storia delle finali di FA Cup. Zola, Di Canio, Vialli e Di Matteo sono stati i penultimi - gli ultimi sono gli emigranti di nuova generazione: i Macheda e i Borini, che espatriano ancor prima di raggiungere la maggiore età -, ma il primo italiano a calcare i fangosi campi dell'Inghilterra chi fu?

La risposta è servita su un piatto d'argento: Attilio Fresia, nato a Torino il 5 marzo 1891. La sua storia, come quella di molti altri calciatori attivi negli anni antecedenti alla Prima Guerra Mondiale, è ricca di aneddoti e densa di un fascino in bianco e nero. Ragion per cui va raccontata dal principio, ovvero dall'acquisto di questo baffuto attaccante da parte del Genoa, disposto a sborsare la bellezza di 400 lire pur di sottrarlo ai concittadini dell'Andrea Doria. Il suo acquisto, avvenuto praticamente in contemporanea a quello del terzino De Vecchi (bandiera genoana, convocato per la prima volta in Nazionale ad appena sedici anni), fece infuriare non poco la Federazione, ma questo non impedì a Fresia di mettere a segno una doppietta contro il Reading nel corso della tournée italiana dei «Royals», rimasti ammaliati dalle sue capacità tecniche. Grazie a William Garbutt, allenatore del Genoa con trascorsi proprio nel Reading, il trasferimento si concretizzò e così nel dicembre 1913, a pochi mesi dall'esordio in Nazionale avvenuto il primo maggio contro il Belgio, Fresia si ritrovò catapultato in una realtà tutta nuova: «First month, very difficult, English language. Second month, good», le sue primissime parole in un inglese claudicante, assai meno fluido del discreto francese che si diceva parlasse e grazie al quale si era accordato con i dirigenti del Reading. Aggregato alla squadra riserve, giocò la sua prima partita in terra d'Albione contro il Croydon Common, in un incontro valevole per la South-Eastern League. Tempo pochi mesi, e l'esperienza inglese di Fresia giunse al termine: inadatto ai terreni pesanti secondo i cronisti dell'epoca, l'ex attaccante genoano ritenne opportuno far ritorno all'Andrea Doria nel 1915, dove rimase fino allo scoppio della guerra.

Durante il primo conflitto mondiale Fresia stazionò prima a Parma e poi a Livorno, dove riprese a giocare a pallone. Nell'autunno 1920 si trasferì a Modena per concludere la propria carriera e trovarsi un'occupazione stabile: quella di allenatore, perché arrivò l'offerta del Palestra Italia (che nel 1942 avrebbe modificato il proprio nome in Palmeiras) e Fresia, affetto da tubercolosi o più probabilmente  da bronchite cronica, lasciò nuovamente l'Italia, in quest'occasione per il Brasile, dove sperava di trovare un clima più idoneo per le proprie precarie condizioni di salute. Fresia guidò il Palestra Italia al primo successo nel Paulistão: lo spareggio contro il Paulistano del bomber Friedenreich terminò 2-1 per gli «italiani», ma Fresia non riuscì a godere appieno del successo perché con l'avvento della bella stagione le sue condizioni di salute si aggravarono sensibilmente. Decise così di far ritorno a Modena, dove trascorse gli ultimi anni della propria vita assistito dalla moglie Nerina Secchi (sorella, tra l'altro, di Silvio Secchi, tra i fondatori del Modena) prima di spegnersi il 14 aprile del 1923.

Antonio Giusto