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Questa la conclusione a cui sono giunti i periti del gip incaricato di seguire il caso: "i medici devono conoscere il valore insostituibile di questo strumento".

Una sconcertante verità sul caso Morosini, il povero calciatore del Livorno deceduto in campo nell'aprile dello scorso anno: i medici non usarono il defibrillatore. E' questa la conclusione a cui sono giunti i periti nominati dal Gip di Pescara Maria Michele Di Fine, e incaricati di stilare una consulenza sul decesso del giocatore.

"Tutti i membri dell'equipe medica hanno omesso di impiegare il defibrillatore semi-automatico esterno", si legge nella perizia, secondo quanto appreso dall'agenzia 'Ansa'.

"Ciascuno dei medici intervenuti
- spiegano ancora i tre periti - è chiamato a detenere  nel proprio patrimonio di conoscenza professionale, il valore insostituibile del defibrillatore semi-automatico nella diagnosi del ritmo sottostante e, in caso di fibrillazione ventricolare, il valore cruciale nell'influenzare le chance di sopravvivenza della vittima di collasso".

Sebbene il defibrillatore fosse presente sul campo pochi secondi dopo il collasso del calciatore, nessuno dei medici accorsi lo utilizzò come, secondo i periti, è fondamentale fare in casi come questi. Ora rischiano un'imputazione per omicidio colposo.

Per la morte sul campo dello Stadio Adriatico di Pescara del centrocampista sono indagati il medico sociale del Livorno Manlio Porcellini, quello del Pescara Ernesto Sabatini, il medico del 118 in servizio quel giorno allo stadio, Vito Molfese, e il cardiologo Leonardo Paloscia, direttore dell'Unita' Coronarica e Cardiologia , presente allo stadio in qualità di tifoso.

Secondo i periti Vittorio Fineschi, Francesco Della Corte e Riccardo Cappato, Morosini morì a causa di una cardiomiopatia aritmogena  e il decesso "è inquadrabile come una morte improvvisa cardiaca aritmica, secondaria alla cardiomiopatia aritmogena da cui era affetto, precipitata dallo sforzo fisico intenso".

Passando infine all'esame dettagliato di quanto accaduto quel giorno allo stadio Adriatico i periti parlano di "incongrua, caotica assistenza sanitaria" e di "comportamenti sanitari che, a nostro avviso, hanno rilevanza causale nel determinismo dell'exitus dell'atleta".

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