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ESCLUSIVO - Kallon: "Studio da allenatore, all'Italia devo molto. Pirlo? Per me è come un fratello"

I tifosi interisti ricorderanno con piacere Mohamed Kallon, nerazzurro dal lontano 1995 (l’Inter lo pescò a soli 16 anni in Svezia per “parcheggiarlo” al Lugano) ma solo dal 2001 al 2004 “Mimmo” (così lo chiamavano tutti a San Siro e alla Pinetina) ha vestito concretamente la casacca che ha tanto amato. Ora, dopo aver appeso le scarpe al chiodo, studia per diventare “mister” e nel frattempo tifa Inter a distanza e ogni tanto torna in Italia per incontrare (e rigiocare) con i vecchi amici. Rigorosamente con la maglia nerazzurra addosso, perché - come dice lui - “Una volta interista, per sempre interista”.

Sei arrivato all’Inter giovanissimo, in una grande Inter, cosa hai pensato quando ti hanno confermato il trasferimento? “Ero ovviamente felicissimo, perché a quei tempi il calcio italiano era il sogno di qualsiasi giovane che volesse fare il calciatore professionista. Poi quella era una grandissima squadra, piena di campioni e per me era un sogno che diventava realtà. Ricordo che ero molto emozionato”.

E i primi giorni? “Ero molto giovane in uno spogliatoio fatto di grandi campioni, ma dopo un po’ di imbarazzo i ragazzi mi hanno messo subito a mio agio, mi davano consigli e mi aiutavano. L’Inter per me è stata una seconda famiglia, devo tanto ai miei compagni e ai dirigenti”.

La tua prima esperienza in Serie A, però, fu Bologna. Il Bologna di Roby Baggio… “Anche quella era una grande squadra, con tanti ottimi giocatori. Di Roberto conservo un ricordo splendido, è un ragazzo eccezionale, mi dava tanti consigli e spesso mi portava fuori per un caffè. Io ero un ragazzino e lui un giocatore già affermato, avrebbe potuto evitare di perdere tempo con me, invece è stato davvero speciale”.

E in campo faceva magie: esagerato se lo definiamo un fuoriclasse mondiale? “Ma scherzi? Io credo che sia uno dei migliori giocatori che il calcio italiano abbia mai prodotto. Tecnicamente era eccezionale, col pallone faceva quello che voleva. Io restavo a guardarlo per cercare di rubargli qualche segreto, ma era impossibile copiarlo”.

Uno alla Pirlo … “Pirlo lo considero quasi un fratello, abbiamo giocato insieme all’Inter e alla Reggina e, anche se poi è esploso al Milan, già allora si vedeva che aveva qualità straordinarie. E’ intelligentissimo, vede il calcio prima degli altri, un giocatore unico. Mi fa piacere che sia venuto qua in America a mostrare la sua classe, aiuterà certamente il movimento a crescere”.

Anche tu nel tuo piccolo stai contribuendo… “Già, ora sono qui in Texas, a Houston, lavoro nelle giovanili dei Dynamo (club di MLS, ndr), sto cercando di mettere a disposizione la mia esperienza e al contempo di crescere dal punto di vista professionale. Il mio obiettivo, ora, è quello di diventare un allenatore professionista”.

Nel 2001 sei tornato all’Inter: quella era davvero una squadra di fenomeni: a parte Ronaldo, chi era il tuo giocatore “preferito”? “La forza di quella squadra era il gruppo: non è retorica, ma la semplice realtà. C’era Ronaldo, è vero, ma senza Zanetti, Recoba, Materazzi, Vieri non avremmo mai raggiunto quei risultati. E’ vero, abbiamo perso lo scudetto all’ultima giornata e la semifinale di Champions contro il Milan, ma a quel tempo eravamo forse la squadra con più campioni in tutti i reparti. Se pensi che in porta c’era Toldo, secondo me uno dei più forti portieri al Mondo al tempo... Ho giocato anche con Batistuta, Adriano, Stankovic, come fai a sceglierne uno?”.

Come hai vissuto il 5 maggio? “Come tutti, c’era molta delusione perché, per quello che avevamo fatto vedere in campo in quella stagione, avremmo certamente meritato di vincere il titolo. Purtroppo non ci siamo riusciti, questo è il calcio e bisogna accettarlo. Quell’esperienza mi ha insegnato che non bisogna mai mollare e si deve lottare per l’obiettivo fino alla fine, senza dare nulla per scontato. E’ stata una dura lezione ma mi è servita molto”.

Hai visto che ora l’Inter di Mancini è tornata in testa? Sei tifoso nerazzurro? “Certo che sì, seguo sempre l’Inter. Io dico sempre, se sei stato un giocatore dell’Inter lo rimarrai per sempre. L’Inter è qualcosa di più di un club, è una famiglia, per questo torno sempre volentieri quando Toldo mi “convoca” per le partite di Inter Forever (la squadra delle “Vecchie Glorie” nerazzurre). E’ sempre un piacere ritrovare vecchi amici”.

Nel 2005 l’ultimo anno in nerazzurro e poi l'addio all'Italia: perché? “Ero da voi da tanti anni e sentivo che era arrivato il momento di cambiare. Mi è arrivata un’offerta dal Monaco, che a quei tempi era comunque una grande squadra e ho pensato che fosse giusto fare un’altra esperienza. E’ stato difficile lasciare l’Inter, ma era il momento giusto per farlo”.

Nella tua carriera hai fatto collezione di compagni straordinari: al Monaco hai giocato con un certo Yaya Touré... “Non solo, c’erano anche Chevanton, Maicon, Flavio Roma, anche quella era un’ottima squadra. Yaya era giovane, ma si vedeva che aveva grandi qualità e che sarebbe diventato un grandissimo giocatore”.

Hai qualche rimpianto nella tua carriera o un sogno che non sei riuscito a realizzare? “No, nessun rimpianto. Oggi mi manca la pressione quotidiana, anche lo stress dei giornalisti (ride, ndr), il boato di San Siro, l’atmosfera delle grandi partite come quelle contro la Juventus, i derby, queste cose qui, ma sono soddisfatto della carriera che ho fatto e sarebbe inutile avere rimpianti. Mi sento comunque fortunato ad aver vissuto quelle emozioni”.

C'è qualcosa che ti manca dell'Italia? “In Italia sono stato benissimo, del vostro paese mi piace tutto, il vostro stile di vita, la cucina, finanche lo shopping (ride, ndr). Sono arrivato da voi che ero bambino e me ne sono andato che ero un uomo, sono molto legato e riconoscente all’Italia”.

Dunque se ti chiamasse una squadra italiana… “Come detto, sono qui per lavorare e per crescere professionalmente. La mia ambizione è quella di fare l’allenatore a livello professionistico e all’Italia sono molto legato. Inoltre, ho visto che in Serie A il livello è tornato molto alto, le squadre italiane si fanno valere nelle coppe europee, la Juve ha raggiunto la finale di Champions. Dunque sarebbe un vero piacere, ma per ora penso solo a “studiare” (ride, ndr)”.