Le confessioni di Menez: "Senza calcio forse sarei in galera, quando smetto avrò la panzetta"

Jeremy Menez, assoluto trascinatore del Milan, si racconta alla vigilia del suo ritorno a Roma: "Senza calcio forse sarei in galera". Poi ammette: "Mi piace mangiare... ".
Istinto, talento e poca disciplina. Queste le principali caratteristiche di Jeremy Menez, in campo come nella vita a quanto pare. L'attaccante francese, trascinatore del Milan in questo avvio di stagione, si racconta alla vigilia del suo ritorno a Roma in una lunga intervista concessa a 'La Gazzetta dello Sport'.

"Forse se non avessi avuto il calcio sarei finito in galera. Del resto, ci sono finiti un sacco di miei amici: furti, droga. Ho continuato a sentirli anche quando erano dentro e ogni volta era come rendersi conto di quanto sottile sia il filo che divide una vita felice da una vita buttata via. Dal quartiere me ne sono andato a Sochaux al momento giusto, a 13 anni, l’età in cui puoi iniziare a fare le stupidaggini più grosse. 

Una volta abbiamo fregato un motorino a un pony express che era salito a consegnare una pizza però dopo qualche giorno gliel’abbiamo ridato o la volta che ce ne siamo date un sacco con un gruppo di un altro quartiere, io ne ho prese più di quante ne ho date e qui in fronte ho ancora una bella cicatrice", racconta Menez.

Il cui rapporto con la scuola non è certo stato dei più semplici: "Mi divertivo anche, soprattutto all’inizio quando in classe ero con tutti gli amici del quartiere, ma non andavo bene, diciamo pure che andavo un mezzo schifo. Però non ero di quelli che faceva casino e prendeva solo note, male che vada dormivo. Facevo passare il filo delle cuffiette per la musica sotto la manica della camicia e fingevo di appoggiare la testa sulla mano, aspettando di uscire per andare a giocare a pallone".

Quindi Menez rivela un gustoso retroscena: "A 16 anni Ferguson mi voleva al Manchester United ma io sono rimasto al Sochaux perché pensavo non fosse il momento giusto, non ero pronto. Magari avrei fatto una carriera anche migliore, ma non mi sono mai pentito".

Il francese che fa impazzire Inzaghi conferma di non amare i social nwtwork: "Troppo facile, prendi il telefonino, fai una foto, scrivi quattro cose e condividi tutto con tutto il mondo. Automatico, freddo. Se ho qualcosa da dire a qualcuno in particolare lo dico a lui, se proprio ho qualcosa che devo dire a tutti magari faccio un’intervista. I social sono un modo per farsi amare dalla gente, questo è sicuro, ma io non ne ho bisogno".

Il futuro invece per Menez è già piuttosto chiaro: "Non mi immagino da vecchio, oggi per me l’età che passa è soprattutto quella che mi avvicina al momento di smettere con il calcio e invece voglio giocare ancora 7-8 anni, perché come ha detto da poco Ibrahimovic anch’io mi sento un vino, più invecchio e più sono buono.

Quando smetterò di giocare avrò la panzetta, ci metto già la firma perché mi piace troppo mangiare. Soprattutto una bella raclette o i dolci, e lì noi francesi vi battiamo, ma anche la pasta, e qui ovviamente non c’è storia. Quando giocavo a Roma gli amici che mi erano venuti a trovare mi telefonavano dalla Francia mica per sapere come stavo, ma per parlare degli spaghetti".

La chiosa è dedicata a passatempi e tatuaggi: "Per sei mesi, quando avevo 11 anni, mi sono dato anche al rugby, facevo l’esterno. Se in tv c’è una partita della nazionale francese di pallamano scelgo quella. E se potessi giocherei a tennis più spesso di quanto faccio. Il viaggio per sempre è quello che farò per trasferirmi definitivamente a Montecarlo. Ci ho giocato due anni e quel posto mi ha rubato l’anima, mi ha fatto innamorare. A Montecarlo lavori e ti senti in vacanza.

Il primo tatuaggio lo feci a Roma, il nome di mia mamma Pascale. In Francia non usavano ancora molto e invece lì ce l’avevano tutti, non solo in squadra. Ho detto: “Provo”. Ma se ne fai uno sei morto,  ti fai il secondo, il terzo e poi ti ritrovi pieno". Dipendenza accettabile per un ragazzo che ha rischiato decisamente di peggio.