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L'ex difensore, in un'intervista fiume, rivela: "Il Milan è speciale per me, non potrei mai fare l'allenatore, dal momento che non mi vedo in un altro club diverso da questo"

Tre anni e mezzo di silenzio. Da quel Fiorentina-Milan del 31 maggio 2009, ultima partita della sua straordinaria carriera, Paolo Maldini e il calcio hanno iniziato una graduale fase di separazione. L'ex difensore rossonero, oggi imprenditore nel settore immobiliare, in un'intervista rilasciata a 'La Repubblica', ha mostrato tutta la sua amarezza per essere stato abbandonato dal Milan, quella squadra a cui ha dedicato tutta la sua carriera, smentendo anche alcune voci riguardanti un suo ingresso in politica.

"Voglio chiarire un concetto, siccome parlo poco e quando lo faccio voglio essere chiaro: entrare in politica non è assolutamente una mia aspirazione, tantomeno nel partito di Silvio Berlusconi, che in questi ultimi tre anni ho incontrato una sola volta, alla festa dei suoi 25 anni di presidenza". Parole chiare, quelle pronunciate da Paolo Maldini.

"Io lontano dal mondo del calcio? Il rischio c'è - prosegue l'ex capitano rossonero - ed è inutile negarlo. Io, comunque, sono felice, sono imprenditore nel settore immobiliare, attività che avevo iniziato già quando giocavo e che oggi porto avanti a tempo pieno. Dopo quello che ho vissuto con il Milan, 31 anni considerando il settore giovanile, è molto difficile immaginarmi dentro un'altra realtà, anche europea. Per questo motivo, non potrei mai fare l'allenatore, dal momento che non mi vedo in un altro club diverso dal Milan. Dirigente? Forse si, ma un incarico che sia più legato al campo, alle dinamiche calcistiche e meno alla politica".

E allora, perché Maldini ad oggi è una risorsa inutilizzata? "Chi le dice che io sono una risorsa e non un problema? Provo grande fastidio per quello che oggi è diventato il Milan. Ho vissuto 25 anni magici da calciatore, durante i quali si era creata una situazione magica, favorita anche dai grandi investimenti di Berlusconi e dall'idea che il Milan dovesse diventare un modello dal punto di vista del gioco con Sacchi. Ma oggi, il Milan è una squadra come le altre, non ha niente di magico".

"Perché? E' molto semplice. Perché a differenza dei grandi club europei, come Barca, Real e Bayern, dove chi ha fatto la storia da calciatore, come Beckenbauer, Rummenigge, Valdano, Hoeness, Gallego, Butragueno, è tornato a lavorare nel suo club per trasmettere ai giovani ciò che aveva imparato, nel Milan la società ha smesso di trasmettere questo tipo di messaggio, preferendo continuare a investire, ma tagliando il passato".

Nonostante sia stato accostato più volte al Milan come dirigente, sia con Leonardo che con Allegri, per Maldini le porte rossonere sono sempre state chiuse: "Sia Leo che Max mi volevano come dirigente vicino alla squadra, serviva uno che avesse la personalità per parlare con i giocatori importanti, per gestire lo spogliatoio in alcune situazioni. Con Allegri ci siamo sentiti nell'ottobre del 2011, sembrava tutto fatto, doveva solo richiamarmi....più sentito".

Colpa di Galliani? "E' il dirigente che ha vinto più di tutti, è giusto che scelga i suoi collaboratori personalmente. Però vorrei chiarire un altro punto: io non sono uno di famiglia, evidentemente non mi vogliono così spasmodicamente. Quello che ho vissuto io al Milan è stato magico, mi sento in debito e vorrei resituire alla squadra attuale quelle sensazioni. Perché di una cosa sono sicuro: noi ex calciatori abbiamo molto di più da dare di alcune figure che girano oggi nel mondo del calcio..."

Maldini dedica una riflessione anche alla crisi che sta vivendo il calcio italiano: "Bisogna avere la forza di cambiare: stadi vuoti e vecchi, questo non è il calcio che vorrei. Non abbiamo sfruttato l'occasione di Italia '90, guardate in Germania, dopo il mondiale del 2006. Noi siamo vecchi, anche a livello dirigenziale. Le uniche facce nuove sono Tommasi e Albertini, poi il nulla. Spero possa essere un punto di partenza: De Sciglio è molto bravo, ma qualche anno fa non avrebbe trovato spazio. Invece bisogna dare fiducia ai giovani. El Shaarawy? E' forte, ma deve restare umile: nello sport la testa non è un dettaglio".

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