Editoriale - Italia, due nodi dopo il Brasile: Balotelli-dipendenza e difesa colabrodo

Gli azzurri non sfatano il tabù Brasile, Prandelli ha fatto di necessità virtù ma la difesa a quattro continua a non convincere. Balotelli troppo solo davanti.
La generazione dei 30-35enni del nostro Paese sta vivendo sulla sua pelle sfortune ben più grandi, ma tra le altre cose è l’unica a non aver mai visto una vittoria dell'Italia contro il Brasile. Troppo giovane per poter ricordare la tripletta di Rossi, nella migliore delle ipotesi, si è creata con il tempo una generazione di tifosi - e di giocatori! – che ha finito, se non con il mitizzarla, sicuramente con il porsi nei confronti della Seleçao con un atteggiamento di eccessiva deferenza.

Un atteggiamento che Prandelli ha avuto il merito di provare a raddrizzare già nell’uscita di Ginevra, e che coraggiosamente ha cercato di riproporre nel complicato contesto di Salvador de Bahia. Complicato: perché giocare in casa del Brasile, con una motivazione diversa dall’amichevole, non è certo una passeggiata.

Ma anche perché le necessità contingenti costringevano Prandelli a operare qualche esperimento sul filo del rischio, soprattutto a centrocampo. Con De Rossi squalificato e Pirlo infortunato (e comunque fuori forma contro il Giappone), si è reso necessario e un rimescolamento di carte e di modulo, con il ritorno al 4-2-3-1 e la fiducia accordata a un pacchetto di trequartisti più freschi (Diamanti, Candreva) ma dall’intesa troppo precaria per poter produrre garanzie sufficienti al cospetto di una delle squadre più forti del mondo.

Una scelta inevitabile e per certi versi logica, ma che non ha preservato l’Italia da quei sin troppo frequenti black-out che hanno sin qui caratterizzato la spedizione azzurra in Brasile. La fatica di un centrocampo ritoccato pesantemente a ogni partita si è unita ad altri due costanti di questa Confederations cup.

DIFESA-ITALIA EDIZIONE 'ZEMANIANA'
CHIELLINI BARZAGLI
BUFFON BONUCCI


La prima: l’oggettiva friabilità della difesa, bucherellata su medie zemaniane (8 gol subiti in 3 partite, 7 nelle ultime due!): in problema che nasce non tanto dalle tossine di una lunga stagione, quanto dalla difficoltà dei vari Chiellini, Bonucci e in precedenza Barzagli a riadattarsi alla difesa a 4 dopo un anno abbondante trascorso facendo faville con la difesa a 3.

Più che le giornate storte di Buffon – invero troppo frequenti – sembra essere questo il problema principale, e dato che difesa della Nazionale e difesa della Juventus coincidono in buona parte, ecco che una chiacchierata tra Prandelli e Conte prima dell’inizio della stagione che porterà ai Mondiali sarebbe cosa ben gradita.

La seconda costante riguarda Mario Balotelli, che il sistema di gioco voluto dal Ct lo pone come stella polare della squadra, unico terminale offensivo ma non solo. Scelta logica, visto e considerato l’oggettivo talento del milanista: ma anche scelta rischiosa, nel momento in cui Super Mario non gira come ci si aspetterebbe. Contro il Brasile ha sì regalato un assist da antologia a Giaccherini, ma nel complesso non ha girato con la stessa autorevolezza mostrata contro il Messico, non solo per la diversa caratura dell’avversario.

Lungi da me mettere in discussione Balotelli: semmai, mettere in guardia dai rischi di consegnare l’intero onere offensivo a un solo giocatore, per quanto talentuoso egli sia. Piuttosto, l’impatto di El Shaarawy negli ultimi minuti della sfida di Salvador de Bahia si è rivelato confortante, mostrando un Faraone pimpante e con il giusto profilo, dopo le sbandate degli ultimi mesi.

Contro la Spagna, dove a talento bisognerà cercare di opporre altrettanto talento, ecco che una coppia dall’amalgama non immediato ma dal potenziale esplosivo come Balo-ElSha potrebbe essere l’arma più suggestiva per sfatare il più recente dei tabù. Per poi, se tutto va bene, riprovare, fra otto giorni, a sfatare quello più antico.