Tutti gli uomini di Juventus-Borussia: il passato, le storie, le parabole di quegli anni '90

Juventus e Borussia Dortmund si sono sfidate soltanto 7 volte in incontri ufficiali, ma sufficienti per scrivere tante pagine di storia.
  Luca Momblano
Corrispondente Goal Italia

Juventus-Borussia Dortmund non è una classica del calcio europeo. Lo dicono i numeri: 7 soli incontri ufficiali, più un’amichevole di lusso il 1 agosto 1995 a Cesenatico. Eppure suscita ricordi a dismisura e tutta una serie di sentito dire che valgono pomeriggi interi a parlare di calcio. Sarà che è stata anche una finalissima di Champions League, significativamente anche l’ultima volta che le due compagini si sono affrontate: fu la prima delle tre finali della massima competizione europea perse da Marcello Lippi alla guida dei bianconeri, ma fu anche la chiusura di un cerchio. Un cerchio che ha scritto momenti topici del calcio internazionale dentro, per l’esattezza, a un percorso lungo 4 anni e 23 giorni.

Juventus-Borussia returns. Adesso è di nuovo ora. Con l’unica vera big italiana del momento (un momento lungo 3 anni) chiamata a dimostrare di valere la top 8 continentale come da richiesta neppure tanto implicita del presidente Agnelli; con i tedeschi forse alla prova del fuoco, la prova che può riscattare una stagione impronosticabilmente travagliata, non favoriti nonostante l’impressionante curriculum Champions della gestione Klopp, ma neppure sfavoriti. In quei 4 anni e qualcosa si scrissero cose notevoli, ci fu sempre qualcosa di importante, per l’immediato o per il futuro, inclusi 5 ex bianconeri (Reuter, Kohler, Moller, Julio Cesar e Paulo Sousa) che uno dopo l’altro abbracciarono la causa teutonica fino alla beffa del 28 maggio 1997.

La copertina va a Roberto Baggio e Alessandro Del Piero, perché nessun altro come il Borussia ha fatto da staffetta agli occhi del mondo: la prima volta fu doppietta del Divin Codino al Westfalenstadion (Klopp avvisato: tre su tre per la Juve in terra tedesca) e fu ipoteca sulla Coppa UEFA e sul Pallone d’Oro; l’ultima fu il tacco di Del Piero che non arrivò ai livelli ultraterreni dell’algerino Madjer soltanto per colpa del risultato, in mezzo per Pinturicchio c’è “il gol alla Del Piero” di Dortmund (girone Champions League 1995/96) e soluzioni che hanno sempre fatto girare la testa al portiere Klos.

Insomma, i numeri 10 hanno fatto da copertina. E’ successo anche al dimenticato Andreas Moller, in rete con una maglia e con l’altra. Alla Juventus però vestiva la numero 11, quella con cui un certo Antonio Conte (suo compagno di squadra) si presentò a sorpresa alla premiazione della Coppa UEFA 1993 al centro del campo del “defunto” Stadio Delle Alpi. Già, Conte. Che appunto non potè giocare il ritorno dell’ultimo trofeo di Giovanni Trapattoni da allenatore juventino e neppure quella del 1997. Il capitano, perché allora lo era davvero, segnò però proprio a Dortmund uno dei suoi gol più belli: palla morbida di Del Piero, colpo di testa in tuffo come a Torino non se ne vedevano da Roberto Bettega, 1-3 davanti a soli tifosi tedeschi.

L’abbiamo capito: sono gli uomini a fare la storia del calcio. Gli uomini e le loro storie. Juve-Borussia ne racchiude parecchie. Dal già citato Reuter (attuale direttore sportivo del BVB) che dopo 8 minuti contro la Juventus segna a San Siro nella UEFA del 1994/95, che la Juve cedette in finale al Parma sfiorando così soltanto il filotto stagionale con campionato e Coppa Italia, in una gara di semifinale d’andata che sarà il suo futuro compagno Kohler (si tratta davvero di poche settimana) a pareggiare su clamoroso buco di Mathias Sammer (ovvero il Pallone d’Oro che nessuno avrebbe immaginato appena 18 mesi più tardi).

Oppure Michele Padovano, che ne gioca due da titolare nel girone Champions League 1995/96 facendo letteralmente impazzire la rude difesa del sempre presente tecnico Hitzfield (proprio lui!): gran gol a Dortmund, gran Klos a Torino, più un palo e una traversa. Oppure ancora Zorc, l’attuale direttore generale del BVB delle nuove meraviglie, che alla Juventus un gol l’ha segnato, piegando le mani a Peruzzi nella meno significativa delle 7 partite di cui sopra, ovvero la quinta del girone Champions con Padovano avversario più assatanato oltre al solito Del Piero che in quel match segna da subentrato su punizione “inutile” al minuto 93 (finisce 1-2 per il Borussia, unica vittoria fin qui a Torino).

Chiaro però che la più importante l’hanno vinta appunto a Dortmund. Si giocò a Monaco di Baviera, in Germania ma praticamente a metà strada. Occorre tornarci sopra ancora un’ultima volta prima che i due club tornino nuovamente ad affrontarsi. Karl-Heinz Riedle e Lars Ricken. Due stacchi sulla testa di Ciro Ferrara il primo, il gol che vale gli almanacchi del calcio il secondo.

Per Ricken, che firmò il gol tuttora più veloce nella storia di una finale di Coppa dei Campioni (ci mise 11 secondi a siglare il definitivo 3-1 subentrando allo svizzero Chapuisat), la Juve era già stata foriera di fortune: due gol (di cui uno annullato nella semifinale Uefa 1995) oltre al capolavoro di Monaco e ancora non aveva compiuto 21 anni. In quella partitissima che la Juventus giocò comunque a livelli eccelsi, anche se da favoritissima, tra i migliori in campo ci fu il mediano scozzese Ricky Lambert. A fine partita scambiò la sua maglia con un certo Zidane, fortissimo ma ancora acerbo. Quella maglia la regalò al padre muratore che la usò sui tetti, d’estate. Logorata, macchiata, strappata, finì nell’immondizia. Oggi la 21 bianconera è quella di Pirlo. Impensabile che Sahin, o chi per lui, possa sottovalutarne la portata.

Anche perché la storia e le storie raramente si ripetono. Ed è proprio questo che rende speciale l’ottavo di finale Champions edizione 2014/15 forse più equilibrato e indecifrabile del lotto. Buona partita!