The Dark Side of the Goal - La curva, gli omicidi e la Champions: storia della Tigre Arkan

Capo ultras della Stella Rossa, presidente dell'Obilic, criminale di guerra, santo per alcuni, demonio per altri: la storia di Željko Ražnatovic, Arkan, è una delle più nere nel...

Comincia oggi "The dark side of the Goal": ogni mercoledì mattina, e per tutta l'estate, vi racconteremo storie di calcio dal lato oscuro, dove il campo si mischia alla cronaca e il lieto fine non è necessariamente previsto. Iniziamo con la storia dell'Obilic e della "Tigre" Arkan.

Militare, criminale, leader paramilitare. E basta con gli are. Ah sì, presidente di calcio. Senza are. Željko Ražnatovic, o per meglio dire, Arkan. Per alcuni un eroe, un amico. Come un altro ic, che di strada ne ha fatta tanta, quel Siniša Mihajlovic immediatamente pronto ad omaggiare il caduto ex leader della Guardia Volontaria Serba con uno striscione all'Olimpico, messo in bella (cattiva) mostra dai tifosi della Lazio, dopo la sua uccisione.

Ma partiamo dal principio. Željko, figlio di un colonnello, cresce nell'ambiente militare e duro della Jugoslavia. Brežice, Zagabria, Belgrado. Non ci vorrà molto prima che finisca nei guai, passando tre anni in un carcere minorile per poi diventare un vero e proprio criminale: negli anni '70 compie diversi assassini e rapine a mano armata in Italia, Belgio, Olanda, Svezia. Riesce sempre a fuggire dai carceri europei prima di tornare in Jugoslavia, a Belgrado, dove la sua fama nel frattempo era cresciuta a dismisura.

Celeberrimo negli ambienti della polizia, la quale anelava la Serbia indipendente, Arkan venne nominato controllore e capo degli ultras della Stella Rossa, uno dei simboli della città, alla ricerca di un leader. Zelijko era un grande tifoso della squadra e come il resto della Curva imbevuto di nazionalismo. Ma perchè Arkan? Qualcuno narra di come prese in prestito il nome riprendendolo da una tigre di uno dei suoi fumetti preferiti. Per altri il nome nasce invece dal latino arcanus, mentre secondo alcuni deriva da un falso passaporto turco usato da Ražnatovic.

Arkan unisce la Curva, la plasma, la rende feroce negli spalti e fuori dal Marakana, lo stadio della Stella Rossa. Nel frattempo scoppia la guerra con la Croazia e senza un'esercito affidabile su cui contare, i vertici serbi cominciarono ad utilizzare forze paramilitari. E chi più di Željko poteva rappresentare la nuova armata? Nel nome del presidente Slobodan Miloševic, Arkan porta la Curva del Marakana in guerra (partendo proprio dallo stadio), macchiandosi di crimini agghiaccianti contro l'umanità: nel 1992 le sue Tigri, come decise di chiamare i 3000 volontari reclutati, uccisero, stuprarono, massacrarono e bruciarono vivi musulmani e croati. Venne allestito un campo di concentramento. in cui 20.000 morirono, ma per molti Arkan diventò un eroe, spezzando la storia in due: per croati e musulmani è il Diavolo, per i serbi un Dio giunto per proteggerli in quanto minoranza in diversi territori.

Si arricchisce in maniera spropositata saccheggiando, creando un traffico illegale di sigarette e macchine rubate. Diventa inoltre un simbolo della Serbia, sposa la cantante Ceca, appare continuamente in televisione. Tutto il suo popolo conosce i perchè della sua ascesa, ma tace. Conclusa la tremenda campagna delle sue Tigri è di nuovo a Belgrado con le tasche piene di dinari, per riprendere in mano la sua passione, il calcio. Prova ad acquistare la sua vecchia Stella Rossa, ma la proprietà rifiuta: è più consapevole dei propri mezzi, dopo la vittoria della Champions League. Guarda altrove, con un conto in banca spropositato. A Belgrado un'altra squadra (oltre ai rivali del Partizan) attirava Arkan, un piccolo club capace di raggiungere la finale di Coppa di Jugoslavia lottando dal basso, fino al cielo.

Arkan si rivide nell'Obilic Belgrado, che acquista nel 1996. Tale compagine porta il nome di Obilic, serbo sconfitto nel 1389 per la conquista del Kosovo: la storia narra come prima della battaglia il cavaliere si infiltrò nell'accampamento turco e uccise il sultano con un coltello avvelenato. Akran rimase folgorato vedendo l'epica in ogni dove, praticamente proclamandosi l'Obilic del '900. L'Obilic Stadium, una delle strutture più moderne della città dopo il rinnovamento di Ražnatović, verrà invaso da immagini di tigri, mentre il club cambierà i suoi colori sociali, passando al giallo: in onore, rispettivamente, dell'ignobile battaglione della morte e del nobile felino.

Nella massima serie di Serbia e Montenegro, nata nel 1992, l'Obilic raggiungerà immediatamente la vittoria, appena un anno dopo la salita nella prima divisione; promozione che convinse Arkan ad acquistarlo, parallelamente all'epicità attorno. Arkan vedeva chiaramente i suoi tesserati: militari ai quali applicare una disciplina ferrea. Causa, effetto: loro vincevano, lui sborsava. E i giocatori dell'Obilic erano di certo ben pagati, forse più di quelli di Stella Rossa e Partizan. In tribuna intanto c'erano i suoi ex paramilitari adibiti ad ultras, gli stessi che avevano partecipato al massacro di musulmani e croati. La pulita favola del club semi-professionista arrivato in finale di Coppa e nella massima serie, si mischierà alla nera favola del nuovo proprietario durante il trionfo del primo, e unico, campionato della sua storia.

Dirigenti, giocatori, tifosi e arbitri guardavano all'Obilic con terrore. Guardavano con orrore ad Arkan, alla sua famiglia, ai veterani della guerra. A Belgrado si è narrato per anni di come il presidentissimo Ražnatovic tirasse i fili: dando mandato ai suoi scagnozzi di minacciare di morte gli avversari, mentre Arkan si recava negli spogliatoi per fare lo stesso. Salì la paura, qualcuno raccontò di essere stato rinchiuso in un garage per evitare di scendere in campo contro l'Obilic, altri di come negli spogliatoi degli avversari venisse immesso del gas sedativo attraverso le condutture dell'aria condizionata: non venne provato. La leggenda si mischiava con la realtà, nera.

Con la vittoria del campionato l'Obilic ovviamente potè partecipare alla Champions League, accedendo al primo turno preliminare della stagione 1998/1999. Superò facilmente gli islandesi dell'IBV, battendoli all'andata e al ritorno, ma non potè nulla contro il Bayern Monaco e l'Europa. Arkan si era macchiato di crimini orrendi, ma non era uno stupido. Sapeva di non poter trasportare il far west fuori dalla Serbia, fuori dalla guerra. Passò il testimone alla moglie Ceca per evitare di essere squalificato dalla UEFA in seguito ai suoi comportamenti in guerra e nei confronti delle altre squadre serbe, osservando così da consigliere la disfatta contro i bavaresi (tra l'altro in seguito sconfitti nella scioccante finale contro il Manchester United).

4-0 in Germania ma 1-1 in terra serba, a dimostrazione di come i guerriglieri-ultras potessero incutere timore anche senza minacciare direttamente gli avversari (cosa che fecero però dagli spalti, con tremendi canti e cori). Dopo quell'eliminazione presero coraggio anche gli altri club serbi, in un'unica lega anti Arkan: l'Obilic cominciò a scivolare sempre più in basso, fino alla retrocessione. Retrocessione avvenuta dopo la morte di Arkan, nel 2000. Perchè venne assassinato? Considerando la lista dei suoi nemici, non c'è molto da spiegare. Pareva essere solo questione di tempo.

Torniamo così all'inizio della nostra storia. I tifosi della Lazio, all'Olimpico, esposero uno striscione non colto immediatamente, prima che come al solito la politica spiegasse il calcio, o viceversa. 'Onore alla tigre Arkan'. Gli ultras della squadra biancoceleste, sotto richiesta del proprio idolo Sinisa Mihajlovic, leader della difesa, esposero un cartello per ricordare Željko Ražnatovic.

"Sto molto male" disse al tempo Alen Boskic, attaccante croato della Lazio. "Sono amareggiato e deluso anche perchè quella scritta viene dai miei tifosi. Hanno reso onore a quello che tutto il mondo considera un criminale di guerra contro il mio popolo. Davvero non si rendono conto di quello che fanno. Mihajlovic? Con lui abbiamo parlato del suo necrologio, ma per lui Arkan era un amico e forse avrei fatto anch'io la stessa cosa. Se fossi stato in campo avrei smesso di giocare, ne sono sicuro".

Mihajlovic non ha mai nascosto la sua amicizia con Arkan, in ogni intervista rilasciata sull'argomento durante gli anni 2000: "Lo rifarei, era un mio amico vero ed è stato un eroe per il popolo serbo. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Le sue atrocità? Io sono nato a Vukovar, i croati erano maggioranza, noi serbi minoranza lì. Nel 1991 c’era la caccia al serbo, gente che per anni aveva vissuto insieme da un giorno all’altro si sparava addosso. Arkan venne a difendere i serbi in Croazia. I suoi crimini di guerra non sono giustificabili, sono orribili, ma cosa c’è di non orribile in una guerra civile?".

Il suo rapporto con Arkan è raccontato da un aneddoto riguardante la sua famiglia: "Mia madre Viktoria è croata, mio papà serbo. Quando si spostarono a Belgrado, mia mamma chiamò suo fratello, mio zio Ivo, e gli disse: c’è la guerra mettiti in salvo, vieni a casa di Sinisa. Lui rispose: perché hai portato via tuo marito? Quel porco serbo doveva restare qui così lo scannavamo. Arkan catturò lo zio che aveva addosso il mio numero di telefono. Mi chiamò: "C’è uno qui che sostiene di essere tuo zio, lo porto a Belgrado". Non dissi niente a mia madre, ma gli salvai la vita e lo ospitai per un mese. Non sono un fascista come ha detto qualcuno. Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, lo sono".

Dopo la morte di Arkan e la presidenza di Ceca, mentre l'Obilic affondava, si cominciò ad indagare seriamente sulla vecchia ascesa della società: la numero uno venne arrestata per il ritrovamento di un'arsenale in un bunker segreto, la gestione finanziaria del club apparve sempre meno pulita. A quindici anni dalla sua morte, Arkan continua ad essere un simbolo ed un eroe per alcuni, youtube è invaso da video per ringraziarlo del suo servizio alla Serbia. Per il resto del mondo, sopratutto per croati e musulmani, è un nero demonio, fantasma di un passato mai dimenticato.