Dallo Spartak alla Dinamo: 25 anni fa l'epilogo russo del Napoli di Maradona

Ora la Dinamo Mosca, nel '90 lo Spartak. Il Napoli torna ad incrociare una russa nelle coppe, il ricordo di quella notte che segnò la fine dell'era Maradona.

I baffi li porta ancora oggi. Stanislav Cherchesov difendeva i pali dello Spartak Mosca in quella maledetta notte del 7 novembre 1990, la notte dell'ultima partita giocata dal Napoli di Diego Armando Maradona in Coppa dei Campioni. Attualmente il nome del 51enne di Alagir, città industriale dell'Ossezia del Nord, è legato invece ad un'altra squadra russa, quella Dinamo pescata dagli azzurri di Benitez al sorteggio degli ottavi di Europa League. 

L'immagine di Cherchesov che alza il pugno in segno di vittoria nel cielo di una gelida serata moscovita è rimasta un simbolo: un simbolo dell'inizio della fine per quel fantastico Napoli capace di vincere come non mai nella storia del club. A Mosca, in uno stadio Lenin (oggi Luzhniki) praticamente semivuoto, si gioca la gara di ritorno degli ottavi di finale dell'antenata della Champions League, la Coppa Campioni per l'appunto.

Reti bianche al San Paolo, nella gara di andata, ma il Napoli si affaccia con relativa fiducia alla trasferta in terra russa: basta un pareggio con goal per andare avanti. Le cose non andarono come sperato. Succede che devi andare in scena e il primattore, alle prese con i propri demoni personali, decide di dare forfait. Il primattore, nella fattispecie, non può che essere lui, Diego Maradona.

Dopo il Mondiale del '90, perso in finale contro la Germania (vittoriosa con un rigore assai dubbio, è la notte dell'hijos de puta masticato a denti stretti dal Pibe al momento degli inni e rivolto al pubblico dell'Olimpico), è iniziata la parabola discendente dell'argentino. Pigro, sempre più schiavo della cocaina, praticamente ingestibile. Un problema, non più una risorsa, non più l'uomo, anzi l'artista, capace di sparigliare le carte.

Andare a Mosca? Non ne ho voglia”, biascica Dieguito, che decide di piantare in asso la compagnia di giro azzurra. Che si arrangino, magari riusciranno a qualificarsi anche senza di me, penserà il capriccioso dio della pelota. Luciano Moggi (sì, proprio lui), allora direttore generale dei partenopei, sibila un minaccioso diktat: “Chi non parte con noi non gioca”.

Una delegazione di compagni di squadra si reca a casa del Pibe, vuol convincerlo che disertare Mosca proprio non si può. E neanche tanto per dribblare l'ira moggiana, quanto perchè Diego è sempre Diego, e anche a mezzo servizio può fare la differenza. Ma Diego, quel Diego, è ormai lontanissimo con la mente e con lo spirito dalle cose del Napoli. Niente, i compagni, gli amici non riescono nemmeno a vederlo.

Dieguito non riceve, vuol starsene per gli affari suoi, e il Napoli si arrangi come può. Mai sottovalutare però il genio, né tantomeno la sregolatezza del personaggio. Alla vigilia della partita, di sera, Maradona – bontà sua – decide di partire da solo per Mosca e noleggia un aereo privato. Costo del viaggio 30 milioni di lire, cosa vuoi che siano per uno come lui. Capodichino è tutta sua.

Sua e della sua compagna Claudia Villafane, e di Marcos Franchi, nuovo manager del Pibe da circa un mese. Si parte, finalmente, ma all'arrivo Maradona non troverà soltanto il gelo climatico. Il gelo è tutto della dirigenza, Moggi in testa, e dell'allenatore, Albertino Bigon. Ma Diego non è tipo da farsi smontare così facilmente. Arriva nell'albergo della squadra, dove lo attende il fedelissimo Carmando, il massaggiatore dei suoi pregiatissimi muscoli. 

Dopo un po' la decisione: adesso che siamo a Mosca, pensa 'Maradiego', mi vado a vedere pure la Piazza Rossa. Come un turista qualsiasi. Arrivato sul posto, il Nostro trova filo spinato ovunque. La piazza è transennata, l'inflessibile polizia russa decide che no, non si può visitare nulla. Però Maradona è Maradona, con la lingua ci sa fare come con i piedi e dopo qualche insistenza i funzionari acconsentono ad aprire un varco solo per lui.

Diego, rapito, visita il Mausoleo di Lenin e le altre bellezze della Piazza Rossa. Si torna a casa, pardon in albergo, alle 3 di notte. Ci sarebbe una partita, per giunta fondamentale, da giocare ma tant'è. Mister Bigon, naturalmente, non può chiudere un occhio, anche se tirare fuori di squadra uno come Diego è pur sempre un azzardo, pure in quelle condizioni. 'El Diez', però, l'ha fatta troppo grossa stavolta.

Parto, non parto, poi parto da solo e faccio il nottambulo. Dritto in panchina. Allo stadio Lenin si presentano in campo questi effettivi: Galli, Ferrara e Francini; Crippa, Alemao e Baroni; Corradini, De Napoli, Mauro, Zola e Incocciati. C'è Zolino come supplente dello svogliato Diego, che si accomoda giustamente in panca e da lì, avvolto in una coperta, segue la partita per poco più di un'ora. Il risultato, come all'andata, non si schioda dallo 0-0. 

Bigon decide che il purgatorio maradoniano può terminare, ed esce proprio il sardo di Oliena. E' una notte stregata, una proverbiale notte stregata. Beppe Incocciati coglie il palo, la porta di Cherchesov continua a rimanere immacolata. Anche oltre i 90 minuti, anche ai tempi supplementari. Come da copione, si va ai rigori.

Un giovanissimo Igor Shalimov, 22 anni, in seguito fulcro del Foggia zemaniano (e poi anche al Napoli, avventuretta di fine carriera), realizzerà il suo penalty, così come Ferrara e Mauro. Si arriva al 3 a 2 per lo Spartak, sul dischetto si presenta Marco Baroni. Pochi mesi prima, lo stopper azzurro aveva realizzato lo storico goal del secondo Scudetto. Marco Paganini, pardon Baroni, non ripete e sbaglia, tirando direttamente sul fondo la sfera. 

Flashback, torniamo al pugno del baffone di cui sopra. Russi ad un passo dalla meta. Il genio pigro di Maradona realizza da par suo e fa 4-3. Tutto inutile: decide Mostovoi per il 5-3 finale dei padroni di casa. Il Napoli saluta la Coppa dei Campioni e un po' anche sé stesso. “Maradona pagherà per i suoi errori”, annuncia infuriato Lucianone. Poco convincente l'autodifesa del Grande Accusato: “Ma io il mio rigore l'ho segnato”.

Si torna a casa, tempo di processi. La gloria azzurra è ormai andata. Il 17 marzo dell'anno seguente, 1991, Diego viene trovato positivo ad un controllo antidoping, al termine di un Napoli-Bari (1-0). La cocaina gli ha distrutto la carriera, e non solo quella. A fine stagione per gli azzurri arriverà un anonimo settimo posto. Sette come gli anni di Maradona all'ombra del Vesuvio. Anni di trionfi, di magie, di emozioni. E di notti maledette. Mosca docet.

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