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L'Inter può aprire un ciclo con Chivu? Qual è il vero problema della Juventus? Il Milan deve comunque ripartire da Allegri? Il 3x3 di GOAL

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  • L'Inter può aprire un ciclo con Chivu?
  • Qual è il vero problema della Juventus?
  • Il Milan deve comunque ripartire da Allegri?

Tre domande a tre giornalisti di GOAL: il punto di vista di Alessandro De Felice, Stefano Silvestri e Claudio D'Amato dopo l'ultima giornata di Serie A.

  • Chivu Inter Parma Serie AGetty Images

    L'Inter può aprire un ciclo con Chivu?

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  • “Inter-Chivu, è solo l’inizio: ma a una condizione”

    Alessandro De Felice - Intelligente e credibile. In una sola stagione, Cristian Chivu ha spazzato via i dubbi degli scettici e condotto al trionfo una squadra - ma sopratutto uno spogliatoio - che sembrava irreversibilmente alla fine di un ciclo e pronto a dover cambiare per ritrovare stimoli e affiatamento. Attraverso la scelta strategia di cambiamento graduale, sia nella rosa che nello staff - come dimostra la conferma di una parte dei collaboratori - dall’area medica alla nutrizione, passando per la fisioterapia e la match analysis -, Chivu è riuscito sfruttare la base costruita tra la gestione Conte e quella Inzaghi in quello che probabilmente è stato il canto del cigno.

    Stesso modulo e stessi uomini, ma con nuovi innesti perfettamente inseriti nel contesto. Un piano geniale che si è rivelato vincente. Chivu ha scelto di ammorbidire il passaggio tra un’era e l’altra, apportando inizialmente poche modifiche e lavorando soprattutto sulla testa dei suoi giocatori. E i risultati stanno pagando: media punti più alta in Serie A sulla panchina dell’Inter (con almeno 25 partite) e la possibilità di scrivere la storia - vincendo la Coppa Italia - ed eguagliare il suo maestro Mourinho. Colui che Chivu ha ricordato anche dal punto di vista comunicativo con alcune dichiarazioni forti.

    La prossima estate sarà cruciale per definire l’esperienza del tecnico all’Inter e segnare il futuro della squadra: sarà tempo, infatti, di scelte forti, sia dal punto di vista tecnico che di mercato. Come fatto la scorsa estate, toccherà alla dirigenza nerazzurra affidarsi nuovamente a Chivu e ascoltare le sue richiesta in tema di acquisti e cessioni, per dare il via ad un nuovo ciclo e farlo in totale sintonia con l’allenatore.

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  • AC Milan v Juventus FC - Serie AGetty Images Sport

    Qual è il vero problema della Juventus?

  • "La personalità. Servono profili vincenti"

    Claudio D'Amato - La personalità.

    Questa Juventus ha talento, ma difetta nei leader. La tecnica non manca, individuare però un profilo carismatico capace di caricarsi sulle spalle pressioni, aspettative e - giustificate - ambizioni correlate ad importanza e prestigio di maglia e club, diventa complicato.

    Se a ciò aggiungiamo che nel bel mezzo della volata Champions il numero 10 risulta a mezzo servizio, naturalmente Kenan Yildiz, il quadro che rende di nuovo in salita la rincorsa all'Europa dei grandi di Madama è delineato.

    Detto ciò, i difetti di fabbrica della Juve sono emersi fin dall'inizio di una stagione che ha causato cambio allenatore ed obbligo di rincorrere: mercato flop nelle scelte di alcuni singoli (soprattutto dalla cintola in su), nonché la necessità di sopperire a lacune oggettive facendo gruppo e sfoderando l'animo battagliero che ha consentito a Spalletti di rialzare la Signora. Ultimo aspetto, questo, che rimarca ulteriormente le pecche di una rosa da migliorare con calciatori da DNA e pedigree vincenti.

    Top player per intenderci, col massimo rispetto e senza nulla togliere a chi compone la rosa attuale. Snodi cruciali come Juventus-Verona, però, non possono e non devono essere 'bucati'.

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  • Hellas Verona FC v AC Milan - Serie AGetty Images Sport

    Il Milan deve comunque ripartire da Allegri?

  • “Non ripartire da Allegri significherebbe guardare il dito e non la luna”

    Stefano Silvestri - Poco da fare: se Massimiliano Allegri è considerato l’allenatore risultatista per eccellenza, anche il calcio lo è. Nel senso che se fai bene vieni esaltato, se non fai bene vieni sotterrato. E “far bene”, nel caso specifico, significa “vincere”. Ecco: il Milan non sa più che cosa voglia dire vincere. Lo ha fatto solamente due volte nelle ultime sette giornate, un periodo nerissimo che si è trasformato in un circolo vizioso di sconfitte, crolli, contestazioni. E nel rigonfiamento delle convinzioni di chi indica l’allenatore come il massimo colpevole.

    Allegri non lo è. Ha a disposizione una rosa da primi posti, non da primo. Sta tenendo il Milan in linea di galleggiamento con l’obiettivo prefissato all’inizio della stagione, ovvero il ritorno in Champions League, meta che il tecnico ricorda quasi ossessivamente ai disfattisti in ogni conferenza stampa o intervista. Certo, il crollo verticale dell’ultimo mese e mezzo non era pronosticabile e non è oggettivamente giustificabile. Perdere così contro l’Udinese non si può accettare, lo stesso dicasi per il ko di domenica contro il Sassuolo, pur con un uomo in meno dal 24’ del primo tempo per l’espulsione di Tomori.

    Però in ballo ci sono soprattutto le lacune di una rosa ancora imperfetta: da una difesa che prima pareva imperforabile o quasi e poi è tornata a concedere troppo come nelle passate stagioni, a un attacco che - tra le lune e gli infortuni di Leao, il clamoroso digiuno di Pulisic, il rendimento insufficiente di Nkunku e Fullkrug, il pallido Gimenez - non ha mai dato garanzie. Il rendimento offensivo delle ultime giornate è disastroso: appena quattro goal segnati, di cui tre al Torino e l’altro al Verona.

    Allegri le ha provate tutte, ha cambiato gli interpreti e per una partita anche il modulo. Ora ha pure perso il faro Modric, rimpiazzato non a dovere da Jashari. Ha le sue colpe, come ogni allenatore in una situazione del genere, ma pensare di non ripartire da lui per la stagione che verrà sfiorerebbe la follia. Qui si rischia di guardare il dito e non la luna, fermandosi alla superficie e dimenticando tutto quel che di buono è stato fatto rispetto all’anno scorso. Quello sì, davvero disastroso. Come rammentato dallo stesso Max domenica, “non possiamo buttare 10 mesi di lavoro fatti in un certo modo". 10 mesi che rimangono lì, sotto gli occhi di tutti. E che hanno portato alla costruzione di un obiettivo europeo che non solo resta possibile, ma che è ampiamente alla portata.

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