"Appena sono nato, mio padre mi ha iniettato la droga del Racing e poi mi ha portato all'anagrafe per l'iscrizione".
Per capire chi sia Gustavo Costas, e che legame abbia con la squadra che sta allenando, basterebbe anche solo questo virgolettato. La squadra in questione è il Racing, una delle due grandi di Avellaneda assieme all'Independiente. E lui non è solo l'uomo che guida i giocatori in allenamento e ai bordi del campo. Proprio per nulla.
Costas, per il Racing, è un'istituzione vivente. Un guru che trascende schemi e intuizioni tattiche, un capopopolo più tifoso di tanti tifosi. Perché è così che viene dipinto in Argentina: è l'allenatore fanatico, da tuta o maglietta, una sorta di Antonio Conte bonaerense ma ben più rigido nelle proprie convinzioni. Perché immaginatevelo a guidare l'Independiente come Conte ha fatto con l'Inter: è più probabile che la Terra diventi quadrata.
Costas è stato accanto al Racing nella buona e nella cattiva sorte, un matrimonio non sempre felice e certamente non sempre facile, ma vero, passionale, sanguigno. E ora, dopo tanta sofferenza resa più complicata da gestire dai palpiti del cuore, sta finalmente raccogliendo i frutti concreti di tanto amore.
All'inizio della settimana l'Academia ha superato il Tigre nei quarti di finale del campionato argentino, dopo aver fatto lo stesso con il River Plate agli ottavi: ora si giocherà l'accesso alla finalissima in casa del Boca Juniors. E così Costas è tornato definitivamente sulla bocca di tutti. Perché di un personaggio del genere, degno erede di tanti simboli pittoreschi e folclorici del fútbol argentino, non si può proprio non parlare.
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