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Golazo Gustavo Costas gfxGOAL

Golazo - La storia di Gustavo Costas, l'allenatore fanatico col braccio deformato che sogna di rivincere col Racing

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"Appena sono nato, mio padre mi ha iniettato la droga del Racing e poi mi ha portato all'anagrafe per l'iscrizione".

Per capire chi sia Gustavo Costas, e che legame abbia con la squadra che sta allenando, basterebbe anche solo questo virgolettato. La squadra in questione è il Racing, una delle due grandi di Avellaneda assieme all'Independiente. E lui non è solo l'uomo che guida i giocatori in allenamento e ai bordi del campo. Proprio per nulla.

Costas, per il Racing, è un'istituzione vivente. Un guru che trascende schemi e intuizioni tattiche, un capopopolo più tifoso di tanti tifosi. Perché è così che viene dipinto in Argentina: è l'allenatore fanatico, da tuta o maglietta, una sorta di Antonio Conte bonaerense ma ben più rigido nelle proprie convinzioni. Perché immaginatevelo a guidare l'Independiente come Conte ha fatto con l'Inter: è più probabile che la Terra diventi quadrata.

Costas è stato accanto al Racing nella buona e nella cattiva sorte, un matrimonio non sempre felice e certamente non sempre facile, ma vero, passionale, sanguigno. E ora, dopo tanta sofferenza resa più complicata da gestire dai palpiti del cuore, sta finalmente raccogliendo i frutti concreti di tanto amore.

All'inizio della settimana l'Academia ha superato il Tigre nei quarti di finale del campionato argentino, dopo aver fatto lo stesso con il River Plate agli ottavi: ora si giocherà l'accesso alla finalissima in casa del Boca Juniors. E così Costas è tornato definitivamente sulla bocca di tutti. Perché di un personaggio del genere, degno erede di tanti simboli pittoreschi e folclorici del fútbol argentino, non si può proprio non parlare.

  • Gustavo Costas RacingGetty Images

    L'ALLENATORE FANATICO

    La frase sul Racing come droga e l'anagrafe racchiude un po' il senso di tutto. Costas è tifoso dell'Academia sin da quand'era bambino, un amore trasmessogli dal padre e mai abbandonato. Neppure quando Gustavo allenava altrove, neppure quando - ed è accaduto spessissimo - ha lavorato all'estero: la mente andava spesso lì, nella sua Avellaneda bianca e celeste. "Prima sono del Racing, poi argentino", ha detto più volte.

    Il modo in cui Costas vive le partite è pura passione. Il tecnico del Racing è un tifoso in più in panchina. Si agita, urla, strepita, protesta, non sta mai fermo. Addirittura canta e salta al ritmo dei cori della propria gente. Al Cilindro è uno spettacolo nello spettacolo.

    Contro River Plate e Tigre, le due partite che hanno trascinato il Racing fino alla semifinale del campionato argentino, Costas ha prodotto l'ennesimo show: dopo il 3-2 decisivo di Martirena negli ottavi, al culmine di una partita da infarto tra rimonte e controrimonte, e dopo i rigori dei quarti, ha fatto irruzione sul terreno di gioco con il viso sfigurato da gioia ed emozione, diventando ben presto un meme vivente. Come se già non lo fosse.

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  • MASCOTTE, GIOCATORE, ALLENATORE

    Ha raccontato Costas qualche mese fa alla rivista Gente che la passione per il Racing "è qualcosa che mio nonno ha tramandato a mio padre e io l'ho ricevuta da lui. aggiungici pure mio zio e il mio padrino. Loro quattro sono sempre stati tifosissimi del Racing. Mio padre ha iniziato a portarmi allo stadio quando avevo due anni. A tre ero già la mascotte della squadra. La famiglia Costas è sempre stata tifosa sfegatata del Racing. Mi hanno instillato questa bellissima follia. Potrei parlare di Racing tutto il giorno, non c'è dubbio".

    Nel 1967 il piccolo Gustavo ha appena quattro anni. Non sa ancora che il Racing formerà gran parte della propria vita, ma forse sta iniziando a immaginarlo. In una delle stagioni più memorabili della storia del club arrivano la Copa Libertadores prima e la Coppa Intercontinentale poi. Lui c'è, scende in campo assieme ai calciatori, è la mascotte della squadra. Una foto lo ritrae in braccio a Juan Carlos Rulli prima di una delle due partite giocate al Cilindro contro il Celtic per l'Intercontinentale.

    Costas entra nelle giovanili del Racing, a 18 anni debutta in prima squadra. Ma sono anni di piombo per il club che un tempo dominava il Sudamerica e il mondo: le casse piangono, la crisi economica fa il paio con quella sportiva e nel 1983 arriva perfino la retrocessione in seconda serie. Costas è già il capitano, non abbandona la barca che sta affondando, riconquista la promozione due anni più tardi. Nel 1988 vince il suo primo trofeo da giocatore/tifoso: la Supercopa Sudamericana sotto la guida del Coco Basile, futuro ct dell'Argentina.

    Le strade tra Costas e il Racing si dividono l'anno successivo col trasferimento al Locarno, in Svizzera. Quindi il ritorno a casa nel 1992, il passaggio al Gimnasia Jujuy nel 1996. Gustavo gioca la sua ultima partita lì, non all'Academia come avrebbe desiderato. Ma se è vero che certi amori non finiscono, gli amori più forti di tutti resistono al tempo e alle intemperie.

    Costas tornerà più volte al Racing, stavolta da allenatore. La prima nel 1999, due anni dopo aver manifestato assieme ad altre decine di migliaia di tifosi contro l'imminente fallimento del club, poi sventato da un intervento presidenziale. E l'ultima, ancora in corso, dal 2023. In mezzo ha lavorato praticamente ovunque: ha vinto per la prima volta con l'Alianza Lima all'inizio del millennio, nel 2012 ha riportato il Barcelona Guayaquil al successo in campionato dopo un'eternità, ha guidato perfino la Bolivia. Con un altro pizzico di Academia nel 2007, pochi mesi e poca fortuna.

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  • IL ROSSO PROIBITO

    È talmente fanatico di Racing, Costas, che l'Independiente è meglio non nominarglielo proprio. Oddio, lui un Independiente l'avrebbe pure allenato: ma era quello di Santa Fe, formazione colombiana guidata nel 2014, dove peraltro ha trionfato più e più volte. A volte pecunia non olet e i sentimenti è meglio lasciarli da parte.

    Per il resto, Gustavo è come un toro: se gli fai vedere il rosso impazzisce. Il rojo è il colore dell'Independiente, appunto. E in casa sua, ma non solo, difficilmente trova spazio. Ha raccontato tra le risate Claudio Garcia, suo ex compagno di squadra al Racing e oggi allenatore, che "non mangia peperoni, né pomodori. Una volta siamo andati in un ristorante e, poiché c'erano delle sedie rosse, lui è rimasto lì in piedi".

    Tra il serio e il faceto, qualche tempo fa Costas ha rivelato a Olé di aver instaurato un dogma all'interno della rosa del Racing: nessuno può vestirsi di rosso. "È proibito, ormai è una cosa di famiglia. Nemmeno a casa mia si può. Io non possiedo niente di rosso". E sull'esperienza all'Independiente Santa Fe, il cui stemma e le cui divise contengono la tonalità innominabile: "Io indossavo la maglia grigia: quando ci davano quella rossa la tenevo in mano".

    Ad agosto, tra le risate, Costas ha spiegato che questa storia del rosso era una burla. Ma in pochi gli hanno creduto. Per la cronaca, il suo Racing stava per acquistare un elemento che in Argentina conoscono molto bene: Marcos Rojo, l'ex Manchester United. Che però sulla maglia non ha scritto "Rojo", bensì "Marcos R.". Tutto vero. 

  • Gustavo Costas RacingGetty Images

    IL BRACCIO DEFORMATO

    Nemmeno dal punto di vista fisico Costas è un allenatore come tutti gli altri. Tutte le volte in cui si agita in panchina balza all'occhio un particolare: il suo braccio sinistro è deformato, con l'osso del gomito esposto in maniera evidente. Un retaggio di un incidente giovanile con cui l'allenatore del Racing si è ritrovato costretto a convivere.

    "A tre anni sono caduto - ha ricordato al Grafico - e mi sono rotto il gomito su un mattone. Mi hanno operato male, hanno sistemato l'osso al contrario, guarda com'è venuto. Sicuramente quello che mi ha operato era dell'Independiente...".

    Il braccio torto non ha impedito a Costas di diventare un calciatore professionista. Né di incastrare la propria storia in quella del Racing. Lo ha salvato, questo sì, dalla Guerra delle Falkland: non è stato arruolato proprio a causa di questo difetto fisico.

    "Sono stato fortunato - ha detto ancora al Grafico - non riesco a stare sull'attenti, né a impugnare bene un'arma. E poi ho esagerato un po'...".

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  • Racing Club v Cruzeiro: Final - Copa CONMEBOL Sudamericana 2024Getty Images Sport

    L'UTILE E IL DILETTEVOLE

    Costas aveva già vinto parecchio nella propria carriera da allenatore prima di tornare al Racing. Lo ricordano con piacere all'Alianza Lima, al Barcelona, all'Independiente Santa Fe, al Cerro Porteño. Però all'Academia ha unito l'utile al dilettevole: ha vinto pure qui, ma con la propria squadra del cuore. Impagabile.

    Nel 2024 il Racing ha alzato la Copa Sudamericana, la seconda competizione sudamericana per importanza, superando il Cruzeiro in finale. E pochi mesi più tardi ha fatto il bis alzando anche la Recopa Sudamericana contro il Botafogo, altra brasiliana. Oltre alla cavalcata fino alle semifinali della Libertadores di quest'anno, interrotta dal Flamengo poi campione, e all'altra semifinale, stavolta di campionato, in programma domenica sera in casa del Boca Juniors.

    Nel momento in cui ha regalato la Sudamericana al Racing un anno fa circa, poi, Costas è diventato il primo allenatore della storia a trionfare in cinque paesi diversi (Argentina, Perú, Paraguay, Ecuador e Colombia). Il precedente primato apparteneva a José Mourinho, fermo a quattro. Giusto per capire come qui non si stia parlando di folclore e basta: questo è un personaggio fanatico, ma che il proprio mestiere lo sa fare.

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