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Spettacolare, fantasioso, incisivo, il Diavolo con il Ka-Pa-Ro stende l’Inter di Mourinho e si avvicina alla vetta: domenica da incorniciare per Dinho ma anche per un Kakà in formato Pallone d’Oro.

Forse neanche il miglior sceneggiatore hollywoodiano avrebbe potuto scrivere una storia così. Forse se Borriello non si fosse infortunato proprio sul più bello staremmo qui a descrivere una domenica diversa, con protagonisti ed esiti differenti. Il destino ha voluto che le porte di San Siro gli si spalancassero proprio nel derby, la classe, la grandezza del campione, ha fatto il resto, consegnando alla storia quella che rimarrà negli annali come la sua partita. Ronaldinho lascia per la prima volta il segno sul campionato italiano e lo fa in grande stile, da fuoriclasse vero. Non doveva essere la sua partita secondo gli addetti ai lavori ma quella di Shevchenko, eppure la sensazione che veleggiava nei dintorni di Milanello e in coloro che conoscono bene l’ambiente milanista era che Ancelotti, nonostante le prove tattiche del venerdì in cui lo aveva inserito tra le riserve, aveva già deciso che questa era la partita del brasiliano.

Con Borriello a disposizione, probabilmente sarebbe andato in ballottaggio con Pato ma il fato ha deciso così e lui non si è lasciato sfuggire un’occasione così ghiotta. Dinho ha sfoderato la gara perfetta, da campione e non da giocoliere: conscio di una forma atletica non ancora al top, il brasiliano ha cercato di non strafare, illuminando San Siro con tocchi e giocate intrise di concretezza. Se poi a duettare con te trovi gente come il Papero, l’immenso Seedorf ammirato domenica o “IL” Pallone d’Oro allora per gli avversari diventa davvero difficile contrastare tanta grazia. Chi si aspettava solo passaggi no-look, finte e colpi di tacco è rimasto piacevolmente impressionato dal Ronaldinho versione derby: ha firmato la sfida con un gol atipico per lui, uno stacco perentorio, a chiusura di un triangolo tutto verdeoro con Kakà, che ha ricordato ai nostalgici il leggendario colpo di testa di Mark Hateley in una stracittadina di metà anni Ottanta. Ora deve trovare continuità, deve continuare a sacrificarsi, capire che bisogna gettare il cuore oltre l’ostacolo non solo quando il tuo avversario si chiama Inter (o Mourinho, che dir si voglia) ma anche contro Reggina, Lecce o Cagliari. Chi conosce bene il giocatore sa che difficilmente avrebbe fallito una partita così, con i riflettori accesi su di lui, con gli occhi del mondo puntati addosso: le grandi partite Dinho non le sbaglia (quasi) mai, e probabilmente anche Ancelotti in cuor suo aveva la stessa convinzione.

La prima del Ka-Pa-Ro non può che meritarsi la promozione: un trio spettacolare, fantasioso e finalmente incisivo. Kakà in particolare ha sfoderato l’ennesima prestazione a cinque stelle, fatta di accelerazioni fulminee e travolgenti, di numeri mai fini a se stessi, il tutto con la consueta classe ed eleganza (“Smoking Bianco”, Pellegatti docet) che lo issano sulla vetta del panorama calcistico mondiale: questo Milan può prescindere da tutti ma non dall’unico, vero, Pallone d’Oro. Trascinatore, leader, gregario all’occorrenza, il 22 rossonero sente il derby come pochi altri, ha nel cuore quel sano spirito anti-interista che gli permette di disputare sempre grandi partite contro i nerazzurri. Come Gattuso, gladiatorio fino al midollo, o come capitan Maldini, assolutamente perfetto nella marcatura del temuto Ibra. E’ stato il loro derby ma soprattutto è stata la serata della rivincita di Carlo Ancelotti, ingiustamente sulla graticola fino a qualche settimana fa ed ora trionfatore assoluto nella sfida con il tanto reclamizzato Mourinho: vuoi vedere che lo “Special One” è il rossonero?

Simone Gambino

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