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Il 20 gennaio 1983 l'intero Brasile piangeva la scomparsa di una delle più grandi ali destre di tutti i tempi, due volte campione del mondo. Quella finta che non lasciava scampo...

Mozart e Beethoven avevano bisogno di un pianoforte, Michelangelo e il Canova necessitavano di martello e scalpello, mentre a Leonardo e Picasso servivano pennello e tavolozza. A qualcuno, invece, per esprimere arte, bastava un pallone.

Manoel Francisco dos Santos, per essere un calciatore, non aveva il physique du rôle. Baricentro basso, fisico tarchiato e poi quelle gambe, così storte e sottili, scomoda eredità della poliomielite che lo aveva colpito da bambino. La sorella Rosa, vedendolo tirare i primi calci, lo aveva soprannominato “Garrincha”, come quegli uccellini dalle zampette esili e dai movimenti imprevedibili, così diffusi laggiù in Brasile.

Al giovane Manoel bastava dare un pallone e voilà: il ragazzino dall'aria timida e dall'andatura sgraziata lasciava posto all'ala destra temuta e rispettata da qualunque difensore. Con il tempo, il fenomenale carioca aveva affinato un dribbling irresistibile: prendeva palla, puntava l'avversario, fingeva di accentrarsi e poi via, rapido tocco sulla destra e fuga in profondità a velocità tripla rispetto al malcapitato terzino. Una finta sempre uguale e sempre vincente.

Si rivelò al mondo per la prima volta al Mundial di Svezia '58. Il Brasile, reduce da una delusione dopo l'altra, si affidò a lui e al 17enne Pelé per portare a casa quella Coppa Rimet ormai sinonimo di tabù. E loro, i ragazzi irresistibili, non tradirono. Unione Sovietica, Galles, Francia e infine gli svedesi padroni di casa. Nessuno riuscì a opporsi al futebol bailado dei verdeoro, protagonisti di una cavalcata scandita dalle note del samba.

Si ripeterono quattro anni dopo, in Cile. Quella volta, però, Pelé si fece male quasi subito, e allora toccò all'incorreggibile Garrincha prendere in mano la situazione e andare a vincere, quasi da solo, il secondo Mundial consecutivo. Lo ritrovammo poi in Inghilterra, nel 1966, ma ormai era solo l'ombra del campione che fu. Segnò un gran goal su punizione alla Bulgaria, ma non riuscì a evitare l'eliminazione al primo turno dei campioni in carica. Uno scandalo.

Niente, comunque, in confronto a quanto accadde in quel periodo al Garrincha uomo. La separazione dalla moglie e l'abbandono delle otto figlie, la relazione extraconiugale con la famosa cantante Elza Soares, l'incubo dell'alcolismo. Manoel Francisco dos Santos aveva ormai imboccato il viale del tramonto. Come Icaro, anche Garrincha, il passerotto che aveva imparato a volare come un'aquila, non riuscì a resistere all'abbagliante luce della celebrità, e, in breve, si ritrovò con le ali bruciate dal sole.

Si spense trent'anni fa esatti, la mattina del 20 gennaio 1983, povero, solo e alcolizzato in un letto d'ospedale. Ai suoi funerali, tutta Rio si fermò. “Grazie Garricha per essere vissuto” scrisse una mano ignota su un muro della città. L'estremo saluto da parte di un popolo che l'aveva amato sino alla fine. E la vera tragedia è che lui, Manoel, non riuscì mai a rendersene conto.

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