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Il tecnico dello Shakthar ha parlato dei suoi segreti, concentrandosi sul calcio italiano: "Snobbate l'Europa, vedendo il Napoli riserve in casa del Dnipro ho detto: impossibile".

Dovunque è andato tutti ricordano il suo calcio. Mircea Lucescu non è sicuramente fra quegli allenatori che non lasciano il segno. Lo spettacolo e la concretezza sono le basi del suo successo. Con lo Shakhtar sta impressionando l'Europa, ma è i Italia che ha lasciato un pezzo del suo cuore.

Ma partiamo proprio dal presente. Lucescu è arrivato a Donetsk ed ha cambiato tutto: "Ho portato esperienza, fiducia, e la convinzione che si poteva vincere - esordisce nella sua lunga intervista ad 'Extratime' - . Arrivo io, e per 2 anni vinciamo il campionato contro la Dinamo Kiev. E non era facile, il loro presidente era pure presidente della federazione…".

Adesso i gioielli brasiliani dello Shakhtar sono ricercati da tutta Europa. Il frutto di un'accurata politica societaria: "Puoi fare come i grandi allenatori oggi: spendi 100 milioni e compri i 4-5 più forti. Ma così è facile. Il difficile è educare i giocatori, far capire loro dove sbagliano, caricarli. E nel frattempo penso al futuro. Se uno parte, ho già il sostituto pronto in casa, che per 1-2 anni ha lavorato per essere pronto".

Lucescu confessa anche di essere stato ad un passo da un colpaccio... "Ci ho provato pure con Neymar, a 16 anni. Devi lavorare per farli diventare professionisti per l'Europa, lì sono molto "allegri"".

Ma eccoci all'Italia, dove il tecnico romeno ha guidato Pisa e Brescia: "Ero innamorato del vostro paese, stracciai anche un contratto firmato col Porto per restare. In Italia ogni squadra giocava un calcio diverso. Non c'era la federazione che ne imponeva uno, come in Spagna o in Francia. L'allenatore poteva creare, se aveva libertà di farlo. Ecco, quella spesso non c'era: i presidenti vivevano di calcio e ti facevano pressioni per far giocare l'uno o l'altro, per venderli".

Ecco infatti, secondo Lucescu, come funziona il calcio nel Belpaese: "Il campionato migliore era la B, il campionato degli allenatori. La A era il campionato dei presidenti, chi ha più soldi vince. La B italiana produce allenatori, quelli bravi devono andare lì. In Italia un allenatore non può essere protagonista, ha bisogno di tempo e titoli per essere stimato. I presidenti cercano di svicolare e cambiare tecnico per essere loro i protagonisti. Sono gelosi".

La critica del buon Mircea si trasferisce sulle italiane in campo internazionale: "Avete snobbato un po' l'Europa. Per esempio, quando ho visto il Napoli che ha giocato in casa del Dnipro con le riserve ho detto: "Impossibile". Puoi cambiarne un paio ma non mezza squadra, così dai l'impressione che non ti interessa. L'Europa ti guarda, qui spesso sbagliate. I mezzi per risalire ci sono. Però vincere e piazzarsi bene non dev'essere un traguardo, ma una tappa per l'Europa".

La chiusura è tutta sulle grandi: Milan, Inter e Juventus. "I bianconeri sono un esempio da seguire: stadio di proprietà, serietà, atleti educati secondo lo spirito del club. Non gente che viene così, per un anno o due: li prendono giovani, crescono con la squadra, le danno tutto. Anche l'Inter ha preso questa via. Il Milan invece è rimasto col suo modo di pensare: li prende a fine contratto, di nome, pensa molto all'immagine e poco a costruire. Come fai a costruire con gente di 34-35 anni? Non saranno mai parte della tua anima".

A proposito di Juve. La sfida Champions con lo Shakhtar si avvicina: "La rispetto molto, ho seguito il processo che l'ha riportata in alto, fino ad avere di nuovo una squadra capace di lottare e vincere anche in Europa. E non lo fa solo coi giovani: guardate che motivazioni hanno gente come Pirlo o Buffon..."

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