Il Punto sulla Sampdoria - La Samp e le mistificazioni dell'Angus Fangus...

Tornato il sereno, pesano ancora certe campagne che non sono mai cessate e che oggi riprendono vigore.

Un'esultanza della Sampdoria contro l'Udinese (Getty Images)
L’Angus Fangus nostrano frequentava tanti anni fa, quattordicenne, la quarta ginnasio del liceo classico Andrea D’Oria e non era poi così lontano dal sostenitore del “giornalismo creativo” che sarebbe diventato, appena sfornato dall’Università ed immesso nell’immenso mare del quinto potere. A lui, a quattordici anni, non sarebbe mai passato per la testa di diventare come Peter Arnett o Bernard Shaw, e nemmeno come Gino Palumbo o Maurizio Barendson, lui a quattordici anni, per lo più, scriveva temi su… sulla leggenda del regalo di Krol… e su tante altre amenità che contornavano il “mito” della sua squadra del cuore. L’Angus Fangus nostrano era già allora identificabile: sventagliava al massimo problemi biliari, con il solito unico obiettivo, l’intento di screditare l’altra squadra cittadina con ogni mezzo lecito ed illecito, con idee buone a convincere i più recalcitranti della “giustezza” della parte per cui avevano scelto di stare. Certo, allora non aveva ancora il “potere” di fare interviste virtuali o, se realmente accadute, di stravolgerne i contenuti, di plagiare buona parte dell’opinione pubblica di altra sponda contro quello che sin da bambino era stato il suo incubo peggiore.

“Se non puoi verificare, inventa”, cavolo, gliel’avevano insegnato sin da quando era in fasce… Inventa sulle origini del mito, mistifica sulle origini degli altri, non smettere mai di gettar loro fango addosso, soprattutto nei momenti di “smarrimento”, perché solo portandoli sul nostro stesso piano, avremo la possibilità di combatterli, mica di vincerli… L’Angus Fangus nostrano, però, non aveva ancora individuato il punto d’appoggio su cui far leva per sfogare le proprie frustrazioni: alcuni lo scoprono tardi, magari in piena maturità, magari quando hanno a disposizione una cassa di risonanza di passioni collettive, da poter manovrare attraverso le righe di un giornale.

La stagione sportiva della Sampdoria è stata sin qui stramba, altalenante, a tratti isterica, ma sempre accompagnata da una costante: la mai celata fermezza nel mantenimento delle posizioni naturali di coloro che dovrebbero fare informazione equa ed, invece, declassano il giornalismo alla redazione di quel “giornalino della parrocchietta” di sordiana memoria… A fronte della partenza a razzo della squadra di Delneri, la tendenza era quella di spostare l’attenzione su prosaiche e leggendarie paternità dello stadio di Marassi, passando poi per il calcar la mano sul dopo Bari, fino alle nefandezze delle “cattiverie in blucerchiato” alla vigilia del derby, con i chiari riferimenti razzisti, riguardo alla provenienza dei sampdoriani… E la cosa stupefacente fu che era scritto talmente bene che molti pensarono che fosse stato scritto a favore della Sampdoria e dei sampdoriani, quando invece era evidente come trasparisse tra le righe la reale intenzione di ritratteggiare certe ignobili posizioni. Con la meravigliosa chicca del giorno successivo alla stracittadina stessa in cui veniva scritto a chiare lettere che i tifosi della squadra blucerchiata “non erano genovesi”… E via, così, con continue mistificazioni e tentativi di plagio (spesso ben riusciti), casi gonfiati con titoloni e letame sparso sui pascoli a profusione fino ai giorni attuali, in cui il famigerato “caso Cassano” non esiste più, c’è gente che è ricorsa al legale per tutelarsi e la Sampdoria, bene o male, ha ripreso a correre e, soprattutto, a vincere.

Cosa c’è di meglio che riprendere sopra traccia quel meccanismo dell’adolescenza dell’Angus Fangus nostrano, cercando di scoperchiare nuovamente miserie e debolezze umane, trascendendo nella ricerca del contrasto dove non c’è o nei paraggi delle loro ragioni del vivere?

L’Angus Fangus nostrano è uno dei pochi, pochissimi, che si comporta oggi esattamente come trent’anni fa, quando la cenere covava sul fondo del vulcano, ma era ancora lontana dal ridiventare brace. Ed a leggere, oggi, quel che scrive, la realtà dovrebbe riportare automaticamente i sampdoriani alla riscoperta di quei valori d’opposizione, di quelle utopiche guerre di quartiere, di quella sotterranea rivoluzione che non ebbe bisogno di assemblare, tanto meno di far cortei, men che mai di cassonetti da rovesciare. Seguendo i precetti di Gloriano Mugnaini, come fecero quei ragazzi dell’Isola Bianca che reagirono con fierezza e saldezza di valori a quella montagna di merda rovesciataci addosso ed alle mosche che sopra vi volteggiavano, finché il re non fu nudo e pure i suoi servitori.

Qui, oggi, non siamo più di fronte a mistificazioni itineranti, volte solo a mettere un pochino i bastoni fra le ruote, ma ad un serrato attacco frontale nel narcisismo di sentirsi forti ed intoccabili, nel nome di un faraone che riporta la leggenda alle falde della desolazione che compete a certe testate… L’Angus Fangus nostrano, superata la tremarella e nascosto in redazione, visto che spesso ultimamente noi stessi gli abbiamo regalato assist da goloseria su di un piatto d’argento, altro non sta facendo che mettere in pratica quel che imparò in quella ormai lontana quarta ginnasio: far calare la foschia sul passato e via deciso alla conquista di un rinnovato distorcente deja vù. Sarebbe un peccato dormire ancora nel presente per ribellarsi troppo tardi con il famigerato senno del poi: anche perché, se molti credono di passare sotto traccia, novelli John Doe, in realtà l’identità degli Angus Fangus nostrani è ben nota, e tutt’altro che sconosciuta e segreta… Sarebbe un peccato scoperchiarli, poi, nuovamente a dieci anni di distanza.

Matteo Asquasciati

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