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L'Opinione - Gestione Lotito: il momentaccio è la REGOLA, non l'ECCEZIONE...
Sempre più profonda la crisi della Lazio.
Ci siamo cascati anche noi. Sì, anche noi abbiamo distolto l'attenzione da quello che è il reale problema della Lazio . Già, perchè è vero che alcune letture tattiche di Ballardini lasciano davvero perplessi, e ne abbiamo discusso molto in questo sito, ma non bisogna mai dimenticare che tutti i fallimenti della Lazio attuale nascono nel 2004, quando Claudio Lotito assunse il controllo della società capitolina.
Lo dice la storia. Lo sottolineano in modo chiaro ed inequivocabile i risultati raggiunti dalla Lazio in questi sei anni (come vola il tempo...). Da quando Lotito è presidente sono arrivati due titoli prestigiosi ed importanti, non lo neghiamo, ma per conquistare Coppa Italia e Supercoppa Italiana ai biancocelesti sono bastate sette partite sette. Decisamente poche per dare un giudizio equilibrato e complessivo sul valore della squadra allestita da parte della società. Discorso diverso si può invece fare se si guarda quello che è successo in campionato. Le trentotto giornate necessarie al completamento della Serie A, infatti, forniscono un banco di prova molto più attendibile, a livello statistico, delle sei che occorrono per alzare la Coppa Italia, o della partita secca in cui si assegna la Supercoppa. E così proprio in campionato si può tracciare un bilancio più articolato su quello che questa gestione societaria è riuscita o meno a costruire.
Andando a ripensare agli ultimi sei tornei (compreso questo, ovviamente), ci si accorge che quanto sta accadendo ora non è un'eccezione, ma è la regola. Nell'anno di Mimmo Caso la Lazio arrivò decima, salvandosi all'ultima giornata sul campo del Palermo. Poi ci fu il primo biennio Rossi: la prima stagione si chiuse con un sesto posto, trasformato in quattordicesimo dalle decisioni della giustizia sportiva, la seconda con una trionfale cavalcata che, seppur in un campionato anomalo e decisamente poco competitivo, portò la Lazio a qualificarsi per la Champions League. Poi, il nulla. Il niente più assoluto. Nell'anno della Champions, infatti, i capitolini chiusero la stagione in una posizione di classifica imbarazzante e terminarono il campionato al dodicesimo posto. L'anno dopo, e questa è storia recente, andò in scena lo stesso film e la posizione finale fu un decimo posto scialbo e senza senso, con la squadra che già a marzo non aveva più niente da chiedere al proprio torneo.
Ora siamo di nuovo qui, è stato cambiato l'allenatore, è stato cambiato il direttore sportivo, ma non sono cambiati i risultati. Anzi, sono peggiorati, di pari passo con l'indebolimento tecnico subito dalla squadra nell’ultimo calciomercato. La Lazio oggi è quattordicesima, un punto sopra alla terz'ultima che se il campionato finisse ora sarebbe condannata all'inferno della B. Insomma, non bisogna sbagliare target e obiettivo. Ballardini sta deludendo, è vero. Alcuni calciatori potrebbero dare di più, è vero. Ma non può essere un caso, anzi sicuramente non è un caso, se da quando c'è Lotito, in quattro campionati su sei, la Lazio ha vissuto situazioni di simile mediocrità ed è stata spesso sull'orlo del precipizio.
Tecnico e squadra ora dovrebbero pensare a salvare il salvabile, e a togliersi il più presto possibile da questa pericolosissima posizione di classifica. Ma chi è attualmente a capo di questa società dovrebbe interrogarsi su quello che, dati alla mano, è ormai l'ennesimo campionato fallimentare dell'era della moralizzazione. Se Lotito non cambia registro, se Lotito non capisce che non si può continuare a gestire così una società di calcio con 110 anni di storia e più di un milione di tifosi, potranno cambiare gli allenatori (quattro in sei anni, Caso, Papadopulo, Rossi, Ballardini), potranno passare i calciatori, potranno avvicendarsi i dirigenti (Martino,Sabatini, Tare) ma mai, mai, si potrà costruire davvero un qualcosa di importante. Mai. Il calcio non si inventa. Nel calcio non si improvvisa. Se in quattro campionati su sei la Lazio non è andata al di là del decimo posto, un motivo c’è. E non è difficile da individuare.
Roberto Arduini
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Lo dice la storia. Lo sottolineano in modo chiaro ed inequivocabile i risultati raggiunti dalla Lazio in questi sei anni (come vola il tempo...). Da quando Lotito è presidente sono arrivati due titoli prestigiosi ed importanti, non lo neghiamo, ma per conquistare Coppa Italia e Supercoppa Italiana ai biancocelesti sono bastate sette partite sette. Decisamente poche per dare un giudizio equilibrato e complessivo sul valore della squadra allestita da parte della società. Discorso diverso si può invece fare se si guarda quello che è successo in campionato. Le trentotto giornate necessarie al completamento della Serie A, infatti, forniscono un banco di prova molto più attendibile, a livello statistico, delle sei che occorrono per alzare la Coppa Italia, o della partita secca in cui si assegna la Supercoppa. E così proprio in campionato si può tracciare un bilancio più articolato su quello che questa gestione societaria è riuscita o meno a costruire.
Andando a ripensare agli ultimi sei tornei (compreso questo, ovviamente), ci si accorge che quanto sta accadendo ora non è un'eccezione, ma è la regola. Nell'anno di Mimmo Caso la Lazio arrivò decima, salvandosi all'ultima giornata sul campo del Palermo. Poi ci fu il primo biennio Rossi: la prima stagione si chiuse con un sesto posto, trasformato in quattordicesimo dalle decisioni della giustizia sportiva, la seconda con una trionfale cavalcata che, seppur in un campionato anomalo e decisamente poco competitivo, portò la Lazio a qualificarsi per la Champions League. Poi, il nulla. Il niente più assoluto. Nell'anno della Champions, infatti, i capitolini chiusero la stagione in una posizione di classifica imbarazzante e terminarono il campionato al dodicesimo posto. L'anno dopo, e questa è storia recente, andò in scena lo stesso film e la posizione finale fu un decimo posto scialbo e senza senso, con la squadra che già a marzo non aveva più niente da chiedere al proprio torneo.
Ora siamo di nuovo qui, è stato cambiato l'allenatore, è stato cambiato il direttore sportivo, ma non sono cambiati i risultati. Anzi, sono peggiorati, di pari passo con l'indebolimento tecnico subito dalla squadra nell’ultimo calciomercato. La Lazio oggi è quattordicesima, un punto sopra alla terz'ultima che se il campionato finisse ora sarebbe condannata all'inferno della B. Insomma, non bisogna sbagliare target e obiettivo. Ballardini sta deludendo, è vero. Alcuni calciatori potrebbero dare di più, è vero. Ma non può essere un caso, anzi sicuramente non è un caso, se da quando c'è Lotito, in quattro campionati su sei, la Lazio ha vissuto situazioni di simile mediocrità ed è stata spesso sull'orlo del precipizio.
Tecnico e squadra ora dovrebbero pensare a salvare il salvabile, e a togliersi il più presto possibile da questa pericolosissima posizione di classifica. Ma chi è attualmente a capo di questa società dovrebbe interrogarsi su quello che, dati alla mano, è ormai l'ennesimo campionato fallimentare dell'era della moralizzazione. Se Lotito non cambia registro, se Lotito non capisce che non si può continuare a gestire così una società di calcio con 110 anni di storia e più di un milione di tifosi, potranno cambiare gli allenatori (quattro in sei anni, Caso, Papadopulo, Rossi, Ballardini), potranno passare i calciatori, potranno avvicendarsi i dirigenti (Martino,Sabatini, Tare) ma mai, mai, si potrà costruire davvero un qualcosa di importante. Mai. Il calcio non si inventa. Nel calcio non si improvvisa. Se in quattro campionati su sei la Lazio non è andata al di là del decimo posto, un motivo c’è. E non è difficile da individuare.
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