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Cambia il match dopo il goal annullato a Lamela: la Sampdoria travolge i giallorossi che si fanno male da soli, anche con un rigore sbagliato da Osvaldo.

Una storia difficile da raccontare. Si può partire dalla fine, quando un cinquantatreenne senza scrupoli ed educazione sportiva (perché di questo si tratta, siamo onesti) litiga con i giocatori e l‘arbitro, sbraita, protesta e mostra il dito medio ai giallorossi. Espulso, aizza la gente presente allo stadio agitando le braccia ed incitando all’apoteosi.

Finisce così una tristissima partita della Roma al Marassi, con un personaggio che poi in conferenza stampa nega e imputa il comportamento alla trance agonistica, nascondendosi dietro ad un dito e non prendendosi le sue responsabilità. Diciamo subito che se ci si aspetta dai giocatori e da tutti gli addetti ai lavori un comportamento consono e adatto alle famiglie e ai bambini che vanno allo stadio o sono in tv, lo si deve pretendere da tutti non solo dai calciatori che sono sotto l’occhio vigile delle telecamere. I precedenti non difendono la reputazione del tecnico della Sampdoria, ma questo non sarebbe un problema della Roma se non fosse coinvolta dagli insulti così pesantemente.

LA PARTITA | SAMPDORIA-ROMA 3-1

TIRI
IN PORTA
POSSESSO
ANGOLI

CARTELLINI

FUORIGIOCO

SAMPDORIA
7
5
36%
7
2
2

ROMA
10
4
64%
4
2
4

Nel mezzo, nel pomeriggio genovese ci si aspettava ben di più dalla prima della Roma della gestione Andreazzoli. Non perché una settimana soltanto di distanza dal taumaturgico esonero di Zeman basti a cancellare i problemi, ma perché la reazione sul campo era dovuta dopo la sconfitta psicologicamente pesantissima con il Cagliari.

Invece nulla, la Roma si riorganizza con un 3-5-2 dinamico con esterni offensivi, forse troppo, sulle fasce. Il “reinserimento sociale” di Stekelenburg, Burdisso e De Rossi non ha buon esito e tutti sono subito pronti a crocifiggerli, come a voler difendere la precedente gestione e a sostenere la tesi che non era l’allenatore a causa delle sconfitte.

Forse no, forse sì, ma a questo punto cosa importa? Non poteva essere semplicemente che le cause dei problemi non fossero una soltanto ma un’’insieme di cose, come l’inadeguatezza tattica dell’impianto di gioco proposto ciecamente e senza appelli dal boemo e la naturale impreparazione dei giocatori ad applicarsi, mentalmente e fisicamente, a moduli non congeniali o a compiti di sacrificio? Dov’è in fondo la tanto sbandierata condizione fisica della quale doveva beneficiare  la squadra dopo la militaresca preparazione estiva? Se un giorno è Destro a sbagliare da due metri a Catania oppure lo fa Pjanic nel primo tempo di Genova, dove sono le colpe di Zeman o di Andreazzoli? Se si sovverte un regolare goal segnato in un fuorigioco errato, cambia o no la partita?

Niente scuse, niente alibi ,sia chiaro: ora che non c’è più il vecchio mister che tarpava le ali alla squadra, che gli faceva prendere tre goal  partita, i giocatori dovevano rispondere diversamente. Avevano un obbligo nei confronti dei tifosi. Ma un po’ per aver subito goal al primo tiro in porta, un po’  per colpe proprie, la Roma si è sfaldata sotto i colpi di tale Sansone e di Icardi, di Estigarribia e via dicendo. Tutta gente con una ventina di partite o poco meno alle spalle, ma tanto basta. Questo sconcerta molto, perché la tanto qualità tecnica ed esperienza di molti dei romanisti in campo non ha sortito alcun effetto né dato nessun vantaggio.

Perché in fondo, come sempre detto, è la testa che comanda il gioco e spinge i giocatori a fare di più, a impegnarsi e soprattutto riuscire in quello che fanno. Senza di quella, nulla funziona, nessun modulo salva dalle figuracce. Che sono definitivamente, esageratamente troppe.

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