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La squadra di Zeman perde la faccia e la partita nell’anticipo di venerdì contro il Cagliari: lo stadio Olimpico ricopre di fischi una compagine sul baratro del fallimento.

Onestamente, non si poteva andare oltre. La pazienza dei tifosi della Roma è colma da tempo, ma l’esplosione di rabbia e delusione è arrivata in maniera molto chiara e netta durante la tremenda sconfitta con il Cagliari, l’ennesima figuraccia di una squadra e un allenatore che sembrano non sapere più cosa combinare da qui alla fine del campionato.  E il caloroso, appassionato tifo della curva si è tramutato ben presto in fischi e cori di scherno, la più civile ed eloquente manifestazione di disappunto che uno stadio può esternare.

La Roma è arrivata ad un punto che si fatica a descrivere: tra la confusione societaria, i dubbi sul mister e la scarsa considerazione del patrimonio tecnico, ognuno punta il dito su quello che preferisce. Come sembra lontana la vittoria con il Milan di poco più di un mese fa. A dire la verità, in questo anomalo venerdì sera di campionato ci si aspettava la vittoria della squadra giallorossa ma non perché scontata, ci mancherebbe, ma perché pronosticata come una vittoria di rabbia, con la voglia di scrollarsi di dosso critiche e incomprensioni, dopo una settimana di calvario tra dichiarazioni e conferenze dai tratti deliranti e dilettanteschi, tanto per essere chiari fino in fondo.

LA PARTITA | ROMA-CAGLIARI 2-4

TIRI
IN PORTA
POSSESSO
ANGOLI

CARTELLINI

FUORIGIOCO

ROMA
17
9
50%
7
3
2

CAGLIARI
11
6
50%
2
2
5

Quattro goal subiti non sono, purtroppo, una novità per la squadra di Zeman. Gli errori si stanno ripetendo in maniera sistematica ed inarrestabile. Non si sa nemmeno è più se è un problema tattico o psicologico, perché la Roma può subire goal al 90° come nei primissimi minuti di gioco. Può andare in vantaggio ed essere rimontata, può perdere contro chiunque si applichi un minimo per proporre semplici controffensive ad una manovra che non funziona più. Insomma, tutte le avversarie recenti della Roma si stanno divertendo a schierare tante punte, ad aggredire in pressing, a bucare il fuorigioco. Come nei peggiori incubi. Ormai squadre come Bologna e Cagliari, con il massimo rispetto che gli si deve,  si possono sentire in diritto di attaccare la Roma a spron battuto e uscire sempre dal campo con punti preziosi e sorrisi sul viso. Una opportunità l’ha concessa a tutti, la Roma di quest’anno. In campionato nel 2013 non ha ancora vinto e non si vede la luce in fondo al tunnel bensì solo musi lunghi e la sensazione di destabilizzazione totale.

Non vale la pena nemmeno analizzare obiettivamente i goal subìti, le amnesie di gruppo o dei singoli giocatori. Da queste righe nel corso dei mesi si è sempre evidenziato come le colpe siano miste, talvolta raccontando come fossero i giocatori a non interpretare bene le situazioni più banali e ed altre volte mettendo alla berlina Zeman che non ha saputo insegnare il suo calcio o cambiare in corsa, mostrando scarsissime abilità nel tenere il gruppo unito verso un obiettivo comune. E la società non è stata immune da aspre valutazioni che ne hanno rimarcato la lacunosa gestione di molti casi interni, sia disciplinari che tecnici. Un calderone nel quale tutti si sentono in diritto di emettere sentenze ma nessuno ha la soluzione in tasca, se non parziale o dettata da antipatie personali, pensieri unidirezionali. Pensate per esempio ai partiti pro-Zeman o contro Zeman, ai fan di De Rossi o ai detrattori.

Non è questo il momento dei bilanci e dell’assegnazione dei capi d’imputazione: si è perso troppo tempo in chiacchiere e processi, la gente è stufa. La misura è ormai colma e lo stadio ha finalmente espresso la sua opinione pretendeno rispetto. Rispetto nei confronti di chi ha sostenuto sempre questa avventura, questa idea, questo “progetto” che aveva tante buone intenzioni ma mai corroborate dai fatti. La Roma sarà certamente fuori dalla lotta per l’Europa che conta, forse anche da quella minore, ma dovrà rialzare la testa e mostrare a tutti che ha un orgoglio. Che c’è un limite alla umiliazione. Perché altrimenti quello che può accadere è un danno maggiore rispetto alla deludente posizione in classifica: è la disaffezione generale di chi è sempre rimasto legato alla squadra fino in fondo, anche nei momenti bui. Ma ora sembra troppo, sembra proprio che il vaso della sopportazione sia traboccato.

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