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La gestione del giovane talento azzurro da parte del tecnico livornese in questo primo scorcio di stagione desta più di qualche perplessità. Se Lorenzo giocasse all'estero...

Pubblicamente non lo dirà mai, ma in cuor suo la nostalgia per Zdenek Zeman c'è ed è tanta. D'altra parte è grazie al taciturno boemo se Lorenzo Insigne ha coronato il sogno di tornare nella sua Napoli e vestire la casacca per la quale ha sempre tifato sin da bambino.

Due anni sotto l'oculata gestione dell'attuale tecnico della Roma, il primo anno a Foggia (19 goal in Lega Pro), l'anno scorso a Pescara, (18 centri nella trionfale cavalcata verso la Serie A), hanno fatto del 21enne napoletano uno dei talenti più cristallini e dal futuro più radioso del nostro calcio. Un talento naturale che non è sfuggito al ct Cesare Prandelli, che lo ha fatto già esordire contro Malta, e che sta facendo le fortune dell'Under 21, trascinata alla fase finale di Euro 2013 in Israele: tre goal in cinque presenze, l'ultimo dei quali fondamentale nella gara di ritorno contro la Svezia, uno splendido tiro a giro che ha fatto scomodare i paragoni con un certo Alessandro Del Piero.

Dove il suo talento non è ancora esploso è proprio nella sua squadra di club, dove ha giocato (unico insieme a Zuniga e Cavani) tutte le gare (8 di campionato e tre di Europa League) ma con un minutaggio esiguo in Serie A, solo 286 minuti sui 720 totali, con un bottino di un assist (contro la Fiorentina) e un goal (contro il Parma).

Vederlo in campo solo cinque minuti più recupero contro la Juventus è stato un delitto
E' chiaro che Mazzarri lo tiene in grande considerazione, allo stesso tempo non vuole bruciarlo, ma la sua gestione lascia qualche perplessità. Fargli acquisire esperienza internazionale impiegandolo con continuità in Europa League è una buona idea, ma magari intorno a lui sarebbe il caso di schierare una squadra con qualche titolare in più e non solo riserve che in campionato non giocano mai. Un giovane cresce meglio se gioca (e non soltanto si allena) con i grandi giocatori.

Che l'Italia non sia un paese per giovani è fuori dubbio e il calcio non è altro che lo specchio della società. A 21 anni e con una classe come la sua, se Insigne giocasse in Spagna, Inghilterra o Germania sarebbe un titolare inamovibile, mentre a Napoli fa la riserva di Goran Pandev. Buon giocatore il macedone, per carità, una grande duttilità (che ha fatto la fortuna dell'Inter del Triplete), anche un bravo ragazzo, mai una parola fuori posto, ma non certo un campione con la 'C' maiuscola, come può essere Cavani e come lo è anche Lavezzi per quanto fatto sotto il Vesuvio.

Ciò che, invece, potrebbe diventare l'ex attaccante del Pescara, con un pizzico di coraggio in più da parte di Mazzarri. Purtroppo in Italia il risultato è alla base di tutto e condiziona le scelte degli allenatori: a pagare dazio sono così i giovani, spesso costretti ad emigrare per dimostrare in pieno il loro valore: i casi eclatanti più recenti sono quelli di Giuseppe Rossi e Fabio Borini, dai quali i nostri club sembrano aver imparato ben poco.

Per Insigne c'è la fila, a partire da quel Paris Saint-Germain che ha soffiato ai nostri club un altro grande prospetto come Marco Verratti, compagno di Lorenzo nel Pescara targato Zeman. Lasciarlo andare via sarebbe l'ennesimo colpo a un calcio, quello italiano, sempre più in crisi, non solo economica, ma soprattutto tecnica. Sta al Napoli e al suo allenatore non perdere (e disperdere) un simile talento: il campionato, per fortuna, è ancora lungo e il ragazzo avrà prima o poi maggiore spazio. Vederlo in campo solo 5 minuti più recupero contro la Juventus è stato un delitto (perfetto per i bianconeri).

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