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Il Milan ha giocato una partita più di cuore che di qualità contro lo Zenit di Spalletti. Per poter essere più competitivi i rossoneri dovranno sfruttare di più la (poca) qualità.

Ha sorpreso tutti il Milan visto contro lo Zenit San Pietroburgo. I rossoneri visti in questo inizio di campionato non sembravano affatto una squadra capace di poter espugnare un campo difficile come quello della squadra di Spalletti, seppure in crisi di risultati e di gioco.

Ed invece i rossoneri, entrati in campo con il piglio e la voglia giusta, nei primi 20 minuti del primo tempo sono riusciti a mettere in ghiaccio il risultato sfruttando quello che passa il convento. Ha fatto bene Allegri a voler puntare sulla velocità (ma ancora non sulla qualità ed efficacia) di Bojan, sulla velocità di Emanuelson e sulla crescita esponenziale di El Shaarawy. Ne è scaturito un doppio vantaggio che, però, paradossalmente, ha poi fatto emergere i limiti della compagine rossonera.

Il vecchio Milan, anche puntando su giocatori di qualità superiore, avrebbe sicuramente messo a segno altre due reti prima della fine dei primi 45 minuti. Invece, non fosse stato per un Abbiati a dir poco strepitoso (su di lui però pesa la responsabilità del momentaneo pareggio dei russi), ci è mancato poco che si andasse negli spogliatoi con il risultato di parità. Manca la personalità, manca la tranquillità a questa squadra. Mancano soprattutto i giocatori di qualità: Montolivo è troppo 'molle' per essere il perno del centrocampo rossonero, De Jong ha fatto il suo, ma non è certo un centrocampista in grado di poter imbastire la manovra. In avanti Boateng, non avendo più la possibilità di inserirsi come una volta (non c'è nessuno in grado di servirlo), diventa un giocatore prevedibile. L'ingresso di Pazzini nel secondo tempo e l'aver condannato El Shaarawy sull'esterno hanno trasformato la squadra in una provinciale alla ricerca dell'impresa. Un qualcosa che il Milan, squadra blasonata, non dovrebbe permettersi.

LA PARTITA | ZENIT-MILAN 2-3

TIRI
IN PORTA
POSSESSO
ANGOLI

CARTELLINI

FUORIGIOCO

ZENIT
19
11
43%
13
4
0

MILAN
14
7
57%
2
3
2

Ed allora ecco che, se si vorrà perlomeno giocare una stagione a dir poco decente, bisognerà puntare sulla qualità El Shaarawy. A prescindere da quali saranno i risultati e da quale sarà la stagione del Milan edizione 2012-2013, la squadra rossonera ha trovato un campione. Il Faraone, dopo una prima stagione di ambientamento, a guardare giocare e ad imparare dai vari Ibrahimovic e Robinho, all'inizio della nuova annata si è trovato, più per necessità che per la volontà della società di concendergli fiducia, a dover essere il salvatore della causa rossonera.

E, stupendo tutti, a poco a poco sta assumendo consapevolezza nei propri mezzi. L'anno scorso, ogniqualvolta metteva piede in campo, mostrava solo a sprazzi di poter avere un futuro radioso: sembrava troppo gracile fisicamente, sembrava mancargli quel passo in più per poter superare l'avversario in velocità o in dribbling. Molti di sicuro avranno pensato che ci trovavamo di fronte all'ennesima promessa che, per ragioni societarie, cioè il dover vincere subito a tutti i costi, si sarebbe perso nei meandri della prima squadra o in una provinciale a farsi le ossa per il resto della sua carriera.

Invece la politica di austerity, per non dire di ridimensionamento, del Milan, lo ha portato giocoforza alla ribalta è l'italo-egiziano non si è fatto sfuggire l'occasione. Dal goal realizzato contro l'Udinese è diventato un calciatore diverso. Lo si vede già dal modo con il quale tocca la palla, aggredisce l'avversario, abbraccia i compagni dopo una rete. Galliani, accaparrandosi meriti non suoi, lo ha definito come il più grande contropiedista che il Milan ha avuto negli ultmi anni. Ma ha ragione. La progressione fatta vedere contro il Parma, il goal realizzato pietrificando Zaccardo, la serpentina contro lo Zenit San Pietroburgo in Champions League, più che farlo sembrare un Eto'o, messo lì sull'esterno, lo ha fatto sembrare il primo Kakà.

Chi dei tifosi rossoneri non ricorda quell'amichevole giocata dalla squadra di Ancelotti a Cesena, dove quel brasiliano col numero 22, appena entrato in campo, cominciò a superare avversari con una facilità impressionante, applicando alla sua tecnica una velocità di base nello stretto da fare paura. Beh, coi dovuti paragoni (il ragazzo ex-Padova di strada ne deve fare ancora tanta), con le sue ultime serpentine, con la sua capacità di toccare la palla quel poco che basta per superare l'avversario e per poi superarlo in velocità, con la sua capacità di ribaltare l'azione, El Shaarawy ricorda il primo Kakà.

Non avrà forse la tecnica del brasiliano, non avrà forse la sua progressione, ma di questi tempi in casa rossonera ci si deve, tra virgolette, accontentare di quel che passa il convento. In questo momento il ragazzo non ha neanche la continuità che ha palesato l'attuale fantasista del Real Madrid. Ma qui c'è la responsabilità di Allegri. Il tecnico rossonero, come sua politica, ha quella di puntare sul collettivo, più sulla quantità e sulla forza fisica che sulla qualità. Ma nel calcio, sovente, è la qualità che fa la differenza. Quindi per sfruttare meglio le caratteristiche di El Shaarawy occorrerà fargli fare di meno l'Eto'o come dice Galliani e di più il Kakà. Solamente in questo modo, ad avviso di chi scrive, il futuro potrà essere un po' più roseo per la compagine di Via Turati.

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