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La cessione del brasiliano rappresentava in via Turati l'unica opportunità per avviare la ricostruzione: cedere un pezzo – pur importante – per tappare più falle.

Con l'ennesimo “Coup de Theatre”, il Presidente Berlusconi ha bloccato un'altra trattativa praticamente conclusa. Dopo Kakà e Pato, è toccato a Thiago Silva rifare i bagagli e rimettere le sue cose nell'armadietto di Milanello. Va detto, in tutta sincerità, che – per i tempi che corrono – ci vuole davvero coraggio a rifiutare 45 milioni di euro. Soprattutto se si tratta di un difensore che – per quanto forte – è inevitabilmente più invisibile, più silenzioso e dall'impatto mediatico meno dirompente di quanto non possa essere un bomber di razza alla Ibrahimovic, tanto per intenderci. Sicuramente, però, non è meno importante.


Stando così le cose, la rosa è assolutamente inadeguata
Ci eravamo già espressi sull'argomento: eravamo tra quelli che per 45-50 milioni avremmo impacchettato, fatto un bel fiocchetto e accompagnato personalmente in Francia il centrale brasiliano. Non tanto perché non lo stimiamo, ma semplicemente per un'analisi razionale della situazione: il Milan perde Nesta, Zambrotta, Van Bommel, Seedorf, Gattuso, Aquilani, Maxi Lopez e Inzaghi e, al momento, compensa parzialmente con gli arrivi di Montolivo e Traoré. Non bisogna essere matematici della Sorbona per capire che qualcosa non quadra e non c'è bisogno di sventolare come spauracchio l'ecatombe di infortuni dello scorso anno per rendere evidente ciò che è già lapalissiano: stando così le cose, la rosa è assolutamente inadeguata.

In difesa, arriverà quasi certamente Acerbi: ottimo prospetto (Sorrentino, quando il centrale del Chievo non era ancora esploso, aveva parlato così del proprio compagno ai microfoni di Goal.com: “Se non va in Nazionale, lo prendo a calci nel sedere”) ma - con tutto il rispetto - il difensore controllato dal Genoa non è Nesta. Almeno non ancora. Dietro, oggi i rossoneri giocherebbero con Abate, Mexes, Thiago Silva e Mesbah, poi Acerbi, Yepes, Di Sciglio, Bonera, Antonini ed eventualmente Emanuelson. In mezzo l'arrivo di Montolivo copre la partenza di Aquilani, Muntari dovrebbe essere il nuovo Van Bommel fatto in casa, ci si augura che la vena realizzativa di Nocerino non si esaurisca mai e che Flamini e Ambro tornino ad essere guerrieri d'annata.

Al momento, il centrocampo titolare è così composto: Muntari o Ambro vertice basso, Montolivo e Nocerino mediani incursori. Gli altri – incluso Emanuelson e Boateng all'occorrenza – pronti alla bisogna. Davanti restano la certezza Ibra, la speranza Cassano e l'incostanza di Robinho, con il diamante grezzo Boateng alle spalle e la pepita d'oro El Shaarawy che attende solo di essere lucidata e modellata da Mastro Allegri. Con l’incognita Pato, ovviamente, che è un po’ l’emblema di una squadra che – allo stato attuale – regala innegabilmente più dubbi che verità. Una rosa che nel complesso non si può giudicare insufficiente, ma che l'anno scorso – pur più ampia - non è bastata né dal punto di vista quantitativo, né da quello qualitativo, per avere la meglio di una Juve diffusamente ritenuta inferiore, almeno a livello di singoli.


La cessione di Thiago rappresentava l'unica opportunità per avviare la ricostruzione
Dunque, come può una rosa impoverita numericamente e tecnicamente, colmare il gap l'anno prossimo? Più che un'impresa servirebbe un miracolo.  E questo per parlare solo dell’Italia, dove Inter, Napoli, Lazio e Roma torneranno alla carica per le posizioni di vertice e la Juve, con l’attuale campagna acquisti, sta cercando di creare un solco (del baratro con le potenziali concorrenti europee, non vale neanche parlarne: a sensazione, continuando così le cose, per le nostre squadre, l’Europa rappresenterà un calvario anche l’anno prossimo, perché troppa la differenza con le avversarie inglesi, spagnole e anche tedesche).

Appena chiusa la trattativa Thiago Silva, Galliani si è affrettato a dire: “Il nostro mercato è praticamente fatto, siamo a posto così”. Noi, lo ribadiamo, non ne siamo affatto convinti. Senza una precisa volontà, ma - visti i tempi che corrono - anche una possibilità di investire, la cessione del brasiliano rappresentava l'unica opportunità per avviare la ricostruzione: cedere un pezzo – pur importante – per tappare più falle. Una barca malmessa, affonda pure se al comando c'è un capitano d'eccezione. Più lentamente, forse, ma va a picco uguale.

Il Milan per Berlusconi è un affare di cuore e storicamente le decisioni in Via Turati son prese più di pancia, che di testa. Spesso – soprattutto in passato – questo ha pagato, a volte – in particolare ultimamente – no. E i casi Kakà e Pato avrebbero dovuto insegnare qualcosa...

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