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Se la squadra bianconera ha conquistato lo Scudetto lo deve ad un'alchimia di diversi elementi che hanno finito per comporre un mix inarrestabile verso il successo.

Per semplificare e sintetizzare, capita che uno Scudetto venga attribuito al principale artefice – o i principali in questo caso: Conte e Pirlo, ad esempio – ma la chiave del successo è sempre nell’alchimia di diversi elementi che si trovano, si sposano e danno vita ad un mix devastante e inarrestabile. Proviamo ad analizzare tutti i fattori vincenti di questa Juve.

CONDIZIONE FISICA


Quando la squadra di Conte riesce ad alzare i ritmi è come uno tsunami, ti spazza via. Quando pressa alto, non ti dà respiro, ti schiaccia lì e ti lavora ai fianchi, ti sfinisce e poi raccoglie i cocci. E la differenza rispetto al passato, è che è riuscita a farlo per lunghi periodi della stagione, quasi tutta verrebbe da dire.

In questo è stata fondamentale l’assenza dalla coppa, ma anche una rosa fin troppo ampia per il solo campionato (che ha consentito di ruotare gli uomini) e la sorprendente mancanza di infortuni: Vinovo negli anni passati – e soprattutto d’inverno - sembrava un ospedale, dall’insediamento di Conte, invece, il tasso di incidenti è tornato nella normalità.

Non si può dire lo stesso del Milan, ad esempio, che ha pagato a caro prezzo i lungodegenti. Può essere tutto attribuibile alle coppe o è cambiato qualcosa nella preparazione? Il prossimo anno emetterà la sentenza, ma in questa stagione è stato un fattore decisivo per la vittoria finale.

MENTALITA'


Abbiamo detto che la Juve ha vinto lo Scudetto al momento del primo discorso di Conte alla squadra. Non ne conosciamo il testo, ma possiamo immaginarlo: il tecnico ha fatto trasfusione di mentalità vincente, di valori lasciati impolverare in soffitta nelle ultime gestioni, di fiducia e convinzione.

Tornare a pensare in grande, ma con l’umiltà di non sentirsi fenomeni. Che, poi, volendo vedere, si rifà a quel concetto di squadra operaia che è nel DNA bianconero: forse non belli, ma sempre tosti. Alla Vidal, per fare un esempio attuale, o alla Nedved per fare un salto nel passato: “Noi siamo la Juve e ce la giochiamo contro chiunque”, questo il diktat imposto dalla nuova gestione.

E giochiamo non è un verbo usato a caso, perché la squadra ha sempre cercato di arrivare al risultato con la testa, piuttosto che con la pancia. E anche questa, nel suo piccolo, è stata una rivoluzione 'Contiana'.


LA FORZA DELLE IDEE


Anche il maestro Arrighe si è scomodato per applaudire la Juventus che giocava a calcio: sembra incredibile doverlo rimarcare, ma il passato – anche quello bianconero – ci ha insegnato che vincere di forza in Italia è molto più semplice che tentare di farlo con la tecnica.

L’Inter di Ibra contro la Roma di Spalletti, per esempio, o la Juve di Capello, senza allontanarsi da Torino. Conte aveva in mente un altro progetto: possesso e circolazione di palla, giocarla sempre, anche da dietro e a costo di rischiare (papera di Buffon col Lecce docet), ma senza mai buttarla via.

Certo, con Pirlo in mezzo tutto è agevolato, ma con lui ha preso confidenza e guadagnato tranquillità anche Marchisio, regista di riserva quando Andrea era marcato a uomo, o addirittura Bonucci, regista occulto quando l’avversario chiudeva gli spazi a centrocampo.

Il resto l’ha fatto l’intensità della pressione che la Juve riusciva a dare quando la palla la perdeva, quel pressing ultraoffensivo a cui non siamo abituati: invece di 'scappare indietro', si andava al tentativo di recupero alto che, se riusciva, trovava nuovamente impreparato l’avversario. Una piccola-grande rivoluzione, se vogliamo, che il Barça ha portato su larga scala in tutto il mondo.

TRANQUILLITA'



Il fatto di non partire favoriti ha consentito alla squadra di scaricare la pressione sull’avversario. Una volta raggiunto l’obiettivo minimo, i ragazzi di Conte hanno potuto rincorrere il sogno senza particolari pressioni o almeno minori di quelle del Milan, la cui vittoria era sostanzialmente un dovere e non un 'di più'.

Il gruppo si è compattato dietro la guida sapiente del mister, ma anche quella dei grandi vecchi – Del Piero, Buffon e Pirlo su tutti – a volte ha usato anche la strategia Mourinho (quella del 'rumore dei nemici') per serrare ancor di più le file, mettersi in trincea e tirar fuori l’orgoglio. In campo, invece, era tutto molto più semplice, bastava dare la palla a Pirlo, che poi ci pensava lui a gestire i ritmi e assumersi la responsabilità.


CASA DOLCE CASA

Difficile quantificare quanto sia risultato importante lo Juventus Stadium nella cavalcata bianconera, ma ha avuto un peso e – per esperienza – niente affatto relativo. Eravamo presenti all’inaugurazione e a diversi match giocati nel nuovo impianto, possiamo assicurare che si respirava un’aria tutta nuova, pregna d’orgoglio e fierezza, spirito di appartenenza e vanto.

Cosa ha rappresentato il nuovo stadio per la Juve ve lo facciamo dire da Buffon, che lo ha raccontato di recente in un’intervista all’Equipe: “C’è stato un momento nella stagione in cui hai capito che la Juventus era tornata?”, la domanda del giornalista.

Come al solito, diretta, essenziale e non banale la risposta di Gigi: “Sì, quando siamo partiti per il ritiro, quando ho visto come lavorava il nuovo allenatore e come i ragazzi lo seguissero. E, poi, a settembre, quando c’è stata l’inaugurazione dello Juventus Stadium: in quella occasione, ho avuto come un flash, mi son sentito fiero.
Quel giorno, ho ripreso a sognare. E quando un giocatore come me torna a sognare, poi è difficile fermarlo”.

“Lo Juventus Stadium vale una decina di punti in più”, si è sentito spesso dire dagli addetti ai lavori. Difficile stimare se sia giusto, innegabile però che un valore aggiunto l’abbia portato. E non tanto per i punti guadagnati in casa, ma come dote e bagaglio generale. La Juventus è tornata, l’insegna virtuale che si leggeva agli ingressi fin da settembre. Ora se ne sono accorti anche gli altri.

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