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Stadi di proprietà e riduzione del numero di squadre in Serie A potrebbero essere i primi passi verso la rinascita del nostro calcio.

Federico Casotti
Telecronista Sportitalia, Editorialista Goal.com

Il secondo posto della Nazionale all’ultimo Europeo aveva illuso tutti, sulla possibilità che il calcio italiano riuscisse a recuperare un minimo di prestigio continentale anche a livello di club. Nemmeno dodici mesi dopo, il pallone nostrano si trova ancora una volta fuori da entrambe le semifinali delle competizioni europee, in linea – salvo rarissime eccezioni – con il trend degli ultimi anni, ma con un pizzico di frustrazione in più del solito.

Colpa del Bayern, verrebbe da dire: perché i bavaresi, con il doppio 2-0 alla Juventus, hanno dato l’esatta misura della distanza tra la dominatrice indiscussa del nostro campionato e una certa elite europea. E se la Juventus è apparsa così inerme davanti alla corazzata tedesca, figuriamoci le altre di serie A. Più che di crisi, è giusto parlare di stallo del calcio italiano, che a fronte di una produzione di talenti al passo con le principali potenze (la Under 21 ne è una conferma), ha accumulato a livello di club un divario chissà quanto colmabile.

Gli stadi di proprietà incrementerebbero gli introiti dei club italiani
Tra le cause, si parla spesso, anche a sproposito, del discorso “stadi di proprietà”, del fatto che in Italia manchino e che all’estero abbondino. Si tratta però di un problema reale, e ne abbiamo la riprova analizzando i dati della Football Money League, l’annuale statistica redatta da Deloitte sui ricavi dei club calcistici mondiali. Real Madrid, Barcellona, Bayern, Man United, Chelsea e Arsenal solo dai propri stadi hanno ricavato tra i 125 e gli 85 milioni a testa, mentre i principali club italiani, Juventus compresa, si aggirano non oltre la trentina di milioni. I bianconeri, grazie allo Juventus Stadium, avranno la possibilità di incrementare le entrate nei prossimi anni, cosa al momento preclusa ai vari Inter, Milan, Napoli, Roma e compagnia.

Diventa importante così avere uno stadio di proprietà, in grado di generare introiti, o in alternativa – se proprio non è possibile nel breve periodo – cercare di rendere l’impianto attuale più accogliente, e aumentare in tal modo almeno gli incassi, per quanto abbiano ormai un’incidenza sempre minore, ma non ancora così trascurabile come erroneamente ad queste parti si pensa.

Il problema degli stadi rimane di difficile soluzione nel breve periodo, soprattutto con l’attuale situazione economica italiana. Un paio di modifiche per così dire di sistema, potrebbero però aiutare il calcio italiano a guadagnare competitività anche in Europa.

Innanzitutto, la riduzione del numero di squadre in serie A. Non serve ricordare che il periodo d’oro del calcio italiano negli anni’80 sia coinciso con un campionato a 16 squadre, dove pure c’era spazio per le provinciali rampanti e ben amministrate. Una riduzione almeno a 18 squadre aiuterebbe il calcio italiano a operare una selezione sulla base della qualità, eliminando un numero di partite oggettivamente inutili e poco produttive anche sotto l’aspetto degli incassi.

Il periodo d'oro del nostro calcio è coinciso con il campionato a 16 squadre
Quattro giornate in meno che potrebbero essere sfruttate ad esempio valorizzando la Coppa Italia, giocandola nei weekend come avviene in Inghilterra o in Portogallo, e che consentirebbero ai giocatori di allenarsi meglio e, forse, di infortunarsi meno. Ci sarebbe in parallelo anche la conseguente possibilità, con meno partite in cartello, di far “dimagrire” le rose, magari creando dall’unione di “esuberi” e Primavera più talentuosi delle vere squadre B, collocate a un livello semiprofessionistico (diciamo dalla LegaPro in giù) e chiamate a misurarsi settimanalmente con un vero contesto agonistico, in grado di tenere alto il ritmo delle seconde scelte e soprattutto di favorire la maturazione dei giovani.

Il progetto del campionato riserve, ormai in via di approvazione, sembra la classica soluzione all’italiana: si parte da un’idea giusta, e si arriva a una soluzione se non sbagliata quantomeno non definitiva. In Spagna le squadre B possono arrivare fino alla Segunda Division, in Germania fino alla Dritte Liga, in Francia la quarta serie – la prima non professionistica – resta il limite massimo, ma non è un discorso di categoria, quanto di contesto.

I professionisti che hanno iniziato la carriera nelle squadre B dei grandi club ricordano sempre quel periodo come estremamente formativo, il momento nel quale hanno imparato i segreti e le malizie del calcio dei grandi, in stadi veri e non negli attuali contesti di pubblico del Primavera. L’idea delle squadre B, esattamente come il discorso stadi e la ristrutturazione della serie A, sono tutte idee con un grande difetto in comune: non sono bacchette magiche e non portano risultati istantanei, ma hanno bisogno di pazienza e lungimiranza. Quella che ad esempio in Germania hanno avuto, e che qui da noi manca ancora terribilmente.

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