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Cresce il tam tam sul futuro del tecnico, ago della bilancia della rinascita bianconera. Un suo addio strapperebbe l'anima a questa Juve, eppure con una Champions in dote...

“L’Inter vincerà anche senza di me”, aveva detto prima della finale di Madrid, cercando già di rincuorare i tifosi nerazzurri. Intanto, lascia al suo successore un’eredità pesantissima, un’impresa ardua, quasi impossibile. E’ vero, ha creato tutte le condizioni perché la squadra possa continuare a farlo – e con lui ancora in panchina non ne avremmo avuto il minimo dubbio – ma in pochi (forse nessuno) hanno la sua personalità, la sua determinazione, il suo killer instict.

Ovviamente speriamo di sbagliarci, ma la sensazione è che con lui se ne vada anche lo spirito vincente, quella bramosia del successo che lo guida, quell’eterna ambizione che, oggi, gli sta facendo dire addio alla sua casa. Al suo successore il compito di smentirci.

Questo è quello che scrivevamo a proposito di Mourinho i giorni immediatamente successivi a quelli indimenticabili del “Triplete”. E, per inciso, il suo successore – o sarebbe meglio dire i suoi successori – non ci hanno smentito. Ora: possiamo paragonare il lavoro fatto dal tecnico portoghese con l’Inter a quello di Conte alla Juventus?

Organico spremuto al massimo, è
in panchina l'anima della Juve
In termini di bacheca ovviamente no (almeno non ancora) ma in termini di autostima di squadra, personalità, mentalità vincente, ci arrischieremmo a farlo. Conte come un “Mou de noantri”, insomma, perché la trasformazione perpetrata dalle parti di Vinovo ha lo stesso spirito rivoluzionario. Dentro e fuori dal campo.

Ultimamente sentiamo parlare della rosa della Juventus come di un parco giocatori di primissimo livello, dimenticandoci dei dubbi che accompagnavano molti di loro prima dell’arrivo di Conte: Bonucci era ormai bollato come irrecuperabile flop di mercato, Barzagli e Pirlo due mugugnati acquisti ritenuti bolliti, Vucinic e Vidal scommesse ancora da vincere, Marchisio uno che aveva ancora da dimostrare.

Oggi Asamoah sembra il nuovo Roberto Carlos, Pogba il novello Vieira, Marrone la riedizione di Sammer. “La Juve non ha bisogno di un Top Player perché il suo Top Player è il gioco”. “La differenza la fa il gruppo, la Juve gioca di squadra”. Già, ma di chi il merito?

Per tutto questo, e per tante altre ragioni, la società bianconera farebbe bene a blindare il suo allenatore, perché senza di lui, rischia di tornare agli infausti tempi della squadra balbettante di Del Neri (e precedenti). L’anima della Juve, oggi, non è nel cuore di Vidal, nelle mani di Buffon, nella testa di Pirlo e nelle gambe di Marchisio (benché tutto questo contribuisca e non poco), ma siede semplicemente in panchina.

Solo in caso di Champions il ciclo
di Conte potrebbe dirsi concluso
Personalmente, siamo convinti che, di eterno, nel calcio, non c’è più (quasi) nulla, ma siamo altresì sicuri che quella tra Conte e la Juve non possa essere solo una fugace scappatella. Almeno un anno in più a Torino, consoliderebbe certamente il progetto bianconero e contribuirebbe a cementare l’identità di una squadra già ampiamente riconoscibile, ma sarebbe utile anche a Conte stesso per confermare l’etichetta del “Vate di Lecce” che gli stiamo appiccicando addosso.

C’è un solo motivo per il quale il tecnico potrebbe lasciare anticipatamente: considerare chiusa la sue esperienza, esser convinto di aver raggiunto l’apice, l’impossibilità di migliorarsi ancora, questo perché tutti gli allenatori soffrono “d’ansia da competizione”. Ma questo motivo ha una fisionomia ben precisa: una pancia grossa e due grandi orecchie.

Solo se Conte dovesse davvero compiere il miracolo di riportare la Champions a Torino, allora l’addio diventerebbe realmente probabile. Proprio come accaduto a Mou, guarda caso. Ma se dovesse davvero succedere l’imponderabile, siamo convinti che, a quel punto, i tifosi della Juve lo porterebbero volentieri in trionfo. A Londra, Madrid, ovunque desideri.

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