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ANALISI - Zlatan è profondamente mutato nel suo stile di gioco dall'addio alla Juve. Con l'innesto dello svedese, al servizio di Conte arriverebbero goal e assist a profusione.

La Juventus mi cerca? Per me sarebbe un onore”. Sette anni dopo l’alto tradimento consumato nel ritiro di Pinzolo, quando in piena bufera Calciopoli prese armi e bagagli destinazione Inter, Zlatan Ibrahimovic per la prima volta apre in maniera esplicita a una possibile seconda volta in maglia bianconera. Prima di ammazzare il vitello grasso per festeggiare il ritorno del figliol prodigo, occorre però chiarirsi le idee sul tipo di giocatore che la Juventus ha intenzione di (ri)portarsi in casa.

Tralasciando l’aspetto relativo all’ingaggio (davvero accetterà di abbassarlo secondo gli standard di Marotta?) e di integrazione nello spogliatoio (riuscirà ad andare d’accordo con Conte allo stesso modo che con Ancelotti?), è sufficiente soffermarci sull’aspetto tecnico tattico per trarre qualche valutazione interessante sull’evoluzione della carriera dello svedese. Se mai dovesse tornare a Torino, la Juventus accoglierebbe un Ibra ben diverso dal giocatore visto all’opera nel biennio 2004/06.

Parlano i numeri, innanzitutto: l’Ibrahimovic che si approcciò al calcio italiano, agli ordini di Fabio Capello, fu un mero terminale offensivo: 23 gol in due campionati e appena assist. Cifre alla mano, il merito del passaggio di Ibrahimovic da individualista puro, a leader consapevole (a denti stretti) dell’esistenza di dieci compagni intorno a lui, ha un nome e un cognome, quelli di Josep “Pep” Guardiola.

L’annata trascorsa a Barcellona, tanto sofferta da essere quasi rinnegata dallo svedese, è la prima della sua carriera a metterlo in mostra non solo come realizzatore, ma anche come uomo assist. Ibra non lo ammetterà mai, ma i 16 gol e 9 passaggi vincenti della sua stagione blaugrana rappresentano un punto di svolta fondamentale nel suo percorso di giocatore, e non a caso il trend è stato confermato anche al Milan, dove soprattutto nel suo primo anno a momenti il numero di assist (12) non supera quello dei gol (14). L’attuale esperienza di Ibrahimovic in Ligue 1 ci è utile per tirare le somme e capire cosa si può aspettare la Juventus da un eventuale arrivo dello svedese. Iniziamo anche qui dai numeri, e soprattutto dai 27 gol realizzati in campionato.

IBRA-STORY: TUTTI I NUMERI
STAG SQUADRA PRS GOL ASS
04/05 Juventus 35 16 1
05/06 Juventus 35 7 1
06/07 Inter 27 15 5
07/08 Inter 26 17 13
08/09 Inter 35 25 8
09/10 Barcellona 29 16 9
10/11 Milan 29 14 13
11/12 Milan 32 28 10
12/13 Paris SG 29 27 9
Statistiche relative ai soli campionati
L’uomo della strada può dire: “Facile segnare in Francia”. In realtà, se andiamo a vedere gli almanacchi scopriamo che l’ultimo in Ligue 1 a raggiungere questo bottino – alto, ma non così esagerato – fu un certo Jean-Pierre Papin nel 1992, non proprio l’altro ieri. E siccome i gol vanno prima contati, poi pesati, bisogna sottolineare come lo svedese abbia sbloccato per ben 7 volte il risultato di 0-0, abbia segnato ben 11 gol decisivi per il risultato del PSG, e soprattutto abbia distribuito 27 gol lungo 18 partite.

Spesso le marcature multiple non decisive – la classica doppietta sul 2-0 per intenderci – vanno a “drogare” le statistiche degli attaccanti: nel caso dell’Ibrahimovic parigino, ben 3 doppiette su 5 sono risultate decisive per la vittoria o il pareggio del PSG. A un apporto realizzativo non banale si aggiunge il contributo in fase d’appoggio, tradotto in 7 assist sparsi lungo 7 diverse partite, spesso decisivi come contro Lione e Montpellier.

Soprattutto, al di là dei freddi numeri, l’Ibrahimovic del PSG è un giocatore che, se preso nel modo giusto, sa accettare – oseremmo dire con un’insospettabile umiltà – di fare se necessario il proverbiale passo indietro e giocare come il più classico dei numeri 10, provando gusto nel dialogare con Lavezzi e Lucas e nel mandare in porta il Gameiro della situazione.

Un aspetto che è apparso ancora più evidente in Champions League, dove grazie a una maggiore partecipazione al gioco di squadra (rivedere per credere il 4-0 alla Dinamo Zagabria) è riuscito a sfumare le sue annose difficoltà in campo continentale. Su un aspetto però né Guardiola, né Mourinho, né Ancelotti sono riusciti a fare il miracolo, ed è l’aspetto disciplinare: anche in Ligue 1 quest’anno si è visto un Ibrahimovic difficile da arginare, spesso sopra le righe con arbitri e avversari, anche senza andare con la mente all’impatto da kungfu con il portiere del St Etienne Ruffier.

In Francia l’hanno buttata sul ridere chiamandole “Zlatanate”, ma abbiamo l’impressione che l’humour transalpino difficilmente verrebbe recepito da Antonio Conte.

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