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L'ex Lazio spazia dalla politica al calcio inglese: "Quando scoppiò il caos minacciai di andarmene e la dirigenza mi invitò a restare, ma se non salvo la squadra riemerge tutto".

E' un Paolo Di Canio, come di consueto, senza peli sulla lingua quello che parla a ruota libera di politica e calcio inglese. Dal polverone sollevato per le sue idee politiche all'impatto sulla realtà Sunderland, l'ex laziale traccia un bilancio della sua nuova avventura.

"Qui in Inghilterra si fa quest'equazione: fascismo uguale bombardamenti della Seconda guerra mondiale, uguale nazismo. Io non ho mai condiviso la deriva del fascismo - ha spiegato alla 'Gazzetta dello Sport' - Ho sostenuto le politiche del Ventennio nella fase iniziale, ma ho preso le distanze dalle leggi razziali in poi. Io non sono mai stato razzista e la vita parla per me. Sono un uomo di destra, ma non sono razzista".

Visto il caos scatenatosi, mise subito le cose in chiaro: "Sinceramente sono rimasto sorpreso. Quando nel 2011 mi chiamarono allo Swindon, ci fu qualche polemica, ma poi rientrò tutto. Pensavo che certi discorsi fossero superati, invece è stato sollevato un caso politico. La strumentalizzazione è stata evidente perché il laburista David Miliband aveva fatto sapere da un mese che si sarebbe trasferito negli Stati Uniti, ma con le dimissioni legate al mio arrivo si è tornato a parlare di lui. Dissi ai dirigenti: 'Se rappresento un caso, me ne vado'. La risposta è stata: lei resta qui, ha la nostra fiducia", ha rivelato Di Canio.

Impossibile non tornare con la mente al saluto romano: "Il saluto dopo un derby era un modo di condividere con un gruppo di amici il nostro passato - ha detto - A Livorno, quel gesto fu una provocazione: perché il pugno comunista sì e il saluto romano no? Dicono: il saluto romano è apologia di reato. Io ritengo però che in uno stadio non sia corretto neppure esibire il pugno chiuso. Oggi, molti anni dopo quegli episodi, sarei comunque più attento ai miei comportamenti".

A proposito di politica, sottolinea: "Grillo è lo specchio dell'Italia. Se il Paese è condizionato da lui, la colpa è del sistema, non di Grillo. La politica è una cosa seria e richiede competenza, non improvvisazione. Religione? Vengo da una famiglia cattolica, ma crescendo ho seguito un percorso personale. La mia spiritualità si riconosce nel paganesimo moderno e in alcune filosofie orientali".

Passando al calcio giocato, ecco le sensazioni di Di Canio nuovo 'timoniere' del Sunderland: "È un'esperienza straordinaria. Ho conquistato 7 punti e migliorato la media del mio predecessore, ma se non salvo la squadra fallisco e scoppia di nuovo il caos. Non è facile salvare una squadra che ha perso per infortuni e squalifiche Fletcher, Cattermole, Sessegnon e Gardner. Se al mio posto ci fosse un allenatore inglese, lo avrebbero scritto da un pezzo. Qui c'è la stessa passione di una città come Napoli. Una volta che sono andato dal barbiere, si è formata una folla per stringermi la mano".

Tra Inghilterra e Italia, il tecnico non ha dubbi: "Meglio la Premier, per me resta un posto fantastico per lavorare. Ma l'Italia sarebbe una bella sfida. Come riferimenti seguo Capello nella gestione e Delio Rossi nel lavoro sul campo. Mou torna in Premier? Non sarà una minestra riscaldata. Darà maggior visibilità. Detto questo, giù il cappello di fronte a Benitez. Ha dimostrato di essere un grande allenatore".

Infine, Di Canio dice la sua sul campionato di casa nostra e Champions: "Era scontato vincesse la Juventus. È troppo superiore agli avversari. Il giocatore decisivo del campionato italiano? Vidal. E poi Marquinhos: è il nuovo Thiago Silva. Finale Bayern-Borussia Dortmund? Per me il calcio tedesco è il massimo".

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