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Il direttore del moderno impianto londinese spiega: "E' importante progettare la struttura come uno stadio di calcio immaginando però di utilizzarlo anche per altro".

In Italia persiste da anni la questione stadi. Nella nostra Serie A infatti solo la Juventus è riuscita nella titanica impresa di costruire un impianto tutto proprio, da poter sfruttare sette giorni su sette, con tutti i benefici che questo comporta a livello economico e di immagine.

Su questo campo però, come su tantissimi altri, l'Inghilterra è ancora il modello da seguire. Ecco allora che John Beattie, direttore dell'Emirates Stadium e organizzatore dell'intera gestione relativa al modernissimo stadio dell'Arsenal, in una lunga intervista concessa alla 'Gazzetta dello Sport', ha provato a spiegare alcuni segreti del proprio successo.

"All'interno della società c'è un dipartimento specifico che si occupa del giorno della partita e ce n'è un altro che cura gli eventi durante la settimana, soprattutto le conferenze e i banchetti business. La preoccupazione maggiore è rivolta alle sessantamila persone che affollano lo stadio nel matchday. Utilizziamo 650 steward a volta, tutti sotto contratto con l'Arsenal e formati dall'Arsenal. La responsabile della sicurezza sta nella control room assieme alla polizia, con cui si lavora in sinergia".- rivela Beattie.

Il direttore dell'Emirates individua anche gli aspetti ancora migliorabili in una macchina organizzativa che appare già quasi perfetta: "Cerchiamo di ascoltare ciò che vogliono i tifosi e ci sforziamo di istruire gli steward in modo che siano ancor più amichevoli col pubblico. Siamo molto contenti con le attività dello stadio e credo che sia difficile fare di più in termini di ricavi, perché l'Emirates è sempre esaurito e non possiamo continuare ad aumentare i prezzi. Potremmo rendere ancor più attraente il servizio di ristorazione ma la legge inglese vieta di bere alcol in tribuna, mentre si guarda la partita".

Quindi Beattie racconta la gestazione dell'impianto: "Sono serviti due anni per la progettazione e altri due per la costruzione, ma abbiamo perso un altro anno per ottenere i finanziamenti. Abbiamo affrontato una serie di questioni normative. È stata una vera e propria riqualificazione urbana, con interventi sul 42% del municipio di Islington. La zona dove ora sorge lo stadio ospitava 74 attività diverse, abbiamo dovuto ricollocarle e sviluppare altre aree di Londra fino ad allora inutilizzate".

Infine il direttore Beattie conclude con qualche utile consiglio rivolto alle società italiane interessate alla costruzione di un impianto di proprietà: "Per prima cosa bisogna considerando attentamente la giusta capienza, che non significa quella massima possibile. Poi devi decidere come sfruttare l'impianto al di là delle partite, tenendo sempre in mente che il business principale è il calcio. È estremamente importante progettare la struttura come uno stadio di calcio dandole la flessibilità necessaria per utilizzarla per altro, come per i concerti. Bisogna fare in modo che il futuro manager dello stadio venga coinvolto sin dalla fase di progettazione. Serve uno che capisca come si gestisce uno stadio, se lasci tutto in mano agli architetti rischi di ritrovarti con uno stadio bello a vedersi ma poco funzionale".

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