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Non tutti sanno che una delle soluzioni al problema degli “stipendi d'oro”, il salary cap, in Inghilterra è esistita per una sessantina di anni. Ed oggi Wenger lo rivorrebbe...

Francamente non sapevamo dell'esistenza di un 'think tank' britannico chiamato High Pay Centre, ma il suo ultimo rapporto è quanto mai interessante, visto che si concentra sull'entità dei salari dei calciatori della Premier. I più affermati tra loro, è risaputo, possono contare su stipendi da favola. Stipendi che si sono innalzati anche del 1.500 per cento fra il 1992 (anno di nascita della Premier) e il 2010 e che se nel 1997 equivalevano al 47 per cento degli introiti dei 20 club del massimo campionato inglese, due anni fa hanno raggiunto il 70 per cento.

Non c'è quindi da stupirsi se tante società sono indebitate. Ma anche questo lo sapevamo già.

Una cosa meno nota, anche oltre Manica, è che una delle soluzioni al problema degli “stipendi d'oro”, il salary cap, in Inghilterra è esistita per una sessantina di anni. Ci riferiamo a un sistema rigidamente ancorato a un massimo salariale, che nel 1901 era di quattro sterline a settimana e nel suo ultimo anno di vita era arrivato a venti, premi esclusi. Poca roba, tanto che grandi campioni del calibro di John Charles, Jimmy Greaves e Gerry Hitchens appena possibile emigrarono in Italia, allora il sogno proibito dei calciatori britannici. Secondo le stime del sindacato di categoria, nel 1955 i giocatori percepivano in media otto sterline a settimana, tre in meno di quanto guadagnava un operaio qualificato – i cui bonus erano però inferiori. Se non si era campioni toccava arrotondare con qualche lavoretto, anche in prospettiva futura. Il potere che i dirigenti dei club esercitavano sui giocatori era pressoché assoluto, rafforzato dalla presenza di un’altra regola, quella del retain and transfer system, che dava alla società la possibilità di trattenere un tesserato fin quando lo ritenesse utile alla causa. I contratti erano a vita: non a termine e con tanti zeri.

È pur vero che il retain and transfer system all’inizio era stato pensato per favorire esclusivamente i club e in particolare quelli più piccoli, che non avrebbero corso il rischio che i giocatori con più talento si concentrassero solo nelle squadre di maggior successo. Un espediente, con lo scopo di garantire il più grande equilibrio possibile nelle varie competizioni. Per i calciatori era unicamente un dogma infernale, che cancellava la loro libertà in tutto e per tutto. La rivolta montò inesorabile: atleti in lotta per uno stipendio “adeguato”. Da non credere. La Professional Footballers’ Association nel 1961, guidata dall’ex del Fulham e poi commentatore televisivo Jimmy Hill, riuscì a ottenere l’abolizione del tetto salariale e con la minaccia dello sciopero provò a intaccare anche il retain and transfer system, poi in teoria mandato in pensione dalla decisione dell’Alta Corte di Londra nel caso Eastham.

George Eastham, affermato centrocampista del Newcastle, infatti aveva provato in tutti i modi ad abbandonare il club, che invece lo voleva suo per sempre. Dopo essere rimasto fermo per un anno, grazie al pronunciamento emesso in suo favore se ne andò all’Arsenal, con buona pace dei dirigenti dei Magpies. Tuttavia il cambiamento fu più apparente che reale. Se per decenni le società non avevano esitato a versare somme sotto banco per aggirare il limite degli ingaggi, dopo il 1961 ci fu una sorta di salary cap tacito che i grandi club imposero per altri dieci-quindici anni. In realtà si sussurra che i Gunners lo abbiano applicato sino alla fine degli anni Ottanta. Singolare come ora tra i sostenitori del tetto salariale ci sia proprio Arsene Wenger, evidentemente stufo di vedersi soffiare i pezzi pregiati della sua argenteria da club come il Manchester City, che non si fanno scrupoli a inondare di quattrini giocatori di alto profilo.

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