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Il rinnovo di Prandelli è un ottimo segnale. Tra alti e bassi, sta portando avanti un'idea coraggiosa: cambiare profondamente il nostro calcio.

Contro ogni pronostico, visto che tutte le fonti più autorevoli avevano praticamente già annunciato l’addio post-Mondiali, Prandelli rinnova la sua promessa di matrimonio con l’Italia. E questa, nel complesso, è un’ottima notizia. Per una serie di motivi.

Innanzitutto perché andare ad affrontare una competizione con un allenatore “a scadenza”, non è mai opportuno. Vero che in un Mondiale le motivazioni dovrebbero essere talmente alte da non farsi condizionare dall’eventuale addio del selezionatore, ma sappiamo anche che la psicologia del calciatore è materia oscura e non si può escludere che qualcuno “molli” o il clima si “surriscaldi” per mancanza di certezze.

Il rinnovo preventivo è ottimo
segnale in vista del Mondiale
D’altronde, succede spessissimo – ci arrischieremmo a dire sempre – nelle squadre di club: quando l’allenatore è delegittimato, o si sa già che nella stagione successiva non siederà più sulla panchina, nel gruppo comincia a regnare l’anarchia. Per questo un rinnovo “preventivo” è un ottimo segnale al gruppo che ora – qualora ne avesse bisogno – ha anche l’ulteriore pungolo di dover impressionare il selezionatore se vorrà far parte anche del prossimo ciclo.

Un ciclo che, comunque, ripartirà nel solco di quello – ottimo – già tracciato dal Prandelli 1, che si è contraddistinto per una rivoluzione etico-cultural calcistica che definiremmo epocale (almeno nelle intenzioni). Con tutti i suoi limiti, ovviamente, ma non c’è rivoluzione che non comporti discussioni o controindicazioni. Il codice comportamentale, ad esempio, ha comunque introdotto un principio meritocratico ineluttabile: rappresenta il proprio Paese solo chi lo onora. Si può migliorare sulla modalità di applicazione, ovvio, ma non si può transigere sul valore.

Per quanto riguarda il punto di vista tecnico, diciamo che la rivoluzione si è un po’ spenta col passare del tempo: l’idea iniziale di una nazionale in versione Barça – tanta qualità a centrocampo, possesso del pallone e predominanza del gioco – contrapposta alla nostra atavica cultura speculativa – difesa, rapide verticalizzazioni e contropiede – si è scontrata con una forte resistenza al cambiamento (il risultato prima di tutto), ma anche contro un ricambio generazionale sconfortante: “Se i giovani non sono maturati – aveva detto qualche giorno fa il C.T. – Potrei anche richiamare Cassano”. Insomma, sono mancate le forze e le risorse per coltivare un’idea audace (e comunque non ancora accantonata).

Se la FIGC gli darà i poteri che ha
chiesto, sarà vera rivoluzione
Cassano, come Totti, Del Piero e altri, sono stati subito accantonati (o mai presi in considerazione) dal tecnico proprio per incentivare un rinnovamento che, alla fine, si è concretizzato in modo decisamente limitato (De Sciglio, Verratti e pochi altri sono entrati in pianta stabile nelle convocazioni). Insomma, la “nuova” nazionale di Prandelli si è dovuta appoggiare ancora sulle poche certezze di cui già disponeva (Buffon, Barzagli, Chiellini, Pirlo) in attesa che i campioni del futuro maturino definitivamente (primo fra tutti Balotelli). Considerato tutto questo, il bilancio della prima Era può considerarsi positivo e il rinnovo consentirà di continuare a lavorare sulla testa dei giocatori, sulle loro abitudini tattiche e sullo sviluppo delle nuove leve. 

La cosa che, comunque, ci tranquillizza maggiormente è la serietà dell’uomo Prandelli. Nessuno è infallibile, naturalmente, ma il C.T. ha dimostrato coraggio, competenza e dedizione. E il rinnovo gli sarà anche “costato” (e non solo economicamente, comunque aspetto non trascurabile, visto che ovunque avrebbe potuto guadagnare molto di più): “E’ inutile nasconderlo – ci aveva detto qualche tempo fa – Il profumo del campo mi manca molto. L’allenamento quotidiano è la cosa che più mi manca di più in assoluto”. Per questo si pensava ad un addio, ma Prandelli ha deciso di sposare la “Rivoluzione Azzurra”. Per farlo, però, ha chiesto pieni poteri, per avviarla dal basso. Se glieli daranno, questa volta, potrebbe davvero essere una rivoluzione epocale.

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