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L'ex portiere del Napoli vuole mettersi tutto alle spalle: "Non ho mai scommesso, e la giustizia mi ha dato ragione. E sopratutto non ho mai tradito il Napoli ed i miei compagni".

Ventuno mesi di squalifica per riflettere, redimersi e ritrovare la strada giusta, che non deve essere per forza quella del pallone. Gianello è caduto del vortice di Scommessopoli, ma alla fine è riuscito a non tirarsi dietro i suo compagni, i suoi amici, Cannavaro e Grava. E' questa la sua vittoria, più di un suo stesso proscioglimento.

"La sentenza della Corte mi ha tolto un peso enorme dalla coscienza, perché anch’io ho sofferto e tanto, anch’io ho provato dolore e tanto. Sapevo di aver messo a rischio la carriera di Cannavaro e Grava, ai quali voglio bene sempre, e di aver pregiudicato il cammino del Napoli, al quale mi legano stagioni indimenticabili", racconta Gianello al 'Corriere dello Sport'.

Adesso l'unica cosa che vuole fare è chiedere scusa, senza essere lapidato più di quanto siano state le sue colpe: "Chiedendo il perdono per averli trascinati in quell’inferno di cui hanno parlato. Ma chi ha fatto loro del male non è stato Matteo Gianello, che dopo sette ore e mezza in Procura, dove non ero mai stato, s’è lasciato andare. Il traditore è un altro, è un uomo che si spacciava per nostro amico. Io devo delle scuse, che ritengo un atto d’umiltà doveroso: spero che stiano meglio, che possano continuare a vivere serenamente. Io resto tra le fiamme".

Ingenuità, stupidità. Gianello sa bene di aver commesso errori evitabili: "Io non ho tradito, mai, né Paolo, né Gianluca, né il Napoli. Se vuole, scriva pure: sono stato un ingenuo, un facilone o anche un coglione. Ma è stata la sciocchezza d’un momento, la prima e l’ultima della mia esistenza. Sono entrato in depressione. Ho pensato al suicidio.  Io sono devastato, però dal 17 gennaio mi sento meno inutile: almeno il Napoli ha riavuto ciò che doveva e Cannavaro e Grava possono ricominciare".

Adesso c'è una squalifica da scontare, ma Gianello ha già dimostrato le sue ragioni: "Io non ho mai scommesso e lo posso urlare ad alta voce: devo un grazie particolare all’avvocato Eduardo Chiacchio, che mi ha sempre sostenuto e m’ha spinto al ricorso. Mi ha creduto, perché m’ha guardato in faccia e dentro. La giustizia sportiva mi ha prosciolto da quell’ipotesi di reato".

Il calcio, invece, almeno per ora, fa parte del passato: "Non guardo più un partita, nemmeno in tv. Avvertivo come un senso di colpa, che deve scomparire. Spero di poter ricominciare un giorno, per poter spiegare ai bambini cosa non si fa ma anche quello che si fa, perché io lo so come ci si comporta".


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