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L'ex portiere del Napoli ha chiesto scusa per l'ingenuità commessa e per aver gettato discredito sul club e sui due compagni di squadra Cannavaro e Grava.

Ieri la Disciplinare ha messo sotto processo il Napoli, Matteo Gianello ha voluto fare 'mea culpa' riguardo tutta la delicata quesione che si è venuta  creare. L'ex portiere del club partenopeo ha chiesto scusa alla società e ai suoi ex compagni di squadra Paolo Cannavaro e Gianluca Grava.

Come si legge sulle pagine del 'Corriere dello Sport', l'ex portiere dice di sentirsi tradito, riferendosi al poliziotto che lo seguiva in incognito: "Tradito da una persona che consideravo un amico. Tradito da una persona che ho conosciuto e che mi è stato presentato all’interno del club.

Gli avevo dato la mia fiducia, anche lui mi aveva fatto delle confidenze. Ma non ha tradito solo me, ha tradito anche Cannavaro e Grava, con i quali andava a mangiare. Secondo me, soffriva, avrebbe voluto essere “protagonista”, gli altri lo trattavano con superficialità, io gli davo magliette e biglietti, ma non è mai venuto a casa mia, figuriamoci poi se lo invitavo ai festini, che non ho mai fatto
".

Gianello si discolpa poi quando gli viene ricordato che a tirare in ballo Cannavaro e Grava è stato proprio lui: "Ma non lo avrei fatto, quella fu quasi una battuta, la mia, mica una proposta vera e propria. Fra l’altro, non ero neanche convocato, cosa avrei potuto fare, anche volendo? Mi resi conto che stavo facendo una stupidaggine nel momento stesso in cui mi sono trovato davanti loro due, due amici.

Io non ho mai fatto quelle cose, sapevo che Giusti era uno scommettitore, ma quando gli dissi di sì al telefono lo feci più per togliermelo dai piedi, visto che mi chiamava dieci volte al giorno. Ho commesso un’ingenuità dietro l’altra, come quella di adeguarmi al loro linguaggio. Mi sono fatto prendere la mano
".

Il senso di colpa prevale su tutto, ricordando anche l'intera avventura cominciata con la maglia azzurra in serie C: "Mi rimprovero tutto, soprattutto di aver gettato discredito sul Napoli, sulla società, su due miei compagni, che erano amici, e dico erano perché credo che loro non se ne facciano più nulla delle mie parole.

Club e spogliatoio, per come li ho vissuti io, sono eticamente molto corretti. Ho sposato un progetto, nato da un fallimento, dalla serie C, al ritiro di Paestum non c’erano neanche i palloni...In B mi chiamavano il portafortuna del 3-1, quando giocavo io vincevamo sempre con quel risultato
".

L'ex portiere si dice dispiaciuto particolarmente per aver perso la stima dei suoi ex compagni: "Onestamente non ho mai cercato Cannavaro e Grava. Ormai, credo, sia andata così.... Ma avrei preferito pagare solo io piuttosto che loro: con Grava eravamo insieme dalla serie C, con Paolo dall’anno della B, ci capivamo al volo.

Mi sono dispiaciuto molto quando ho saputo che De Sanctis ha detto di non aver avuto un rapporto genuino con me. Eravamo come... fidanzati, allenamenti sempre insieme, giornate intere. Io, fra l’altro, l’ho pure scagionato, poteva scegliere un silenzio di qualità".


Per quanto riguarda invece il rapporto con la società, non c'è stata mai nessuna chiamata: "Nessuno lo ha fatto, neanche il presidente, neanche Bigon. Ho commesso un’ingenuità, per la quale non finirò mai di chiedere scusa, ma non sono un “bandito”. Ho pagato, sto pagando e pagherò. E mi dispiace: io, per questa maglia, ho preso insulti perché sono di Verona. E sapete perché? Perché Napoli era la mia vita".

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