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Se da più parti si elogia il nuovo corso della Nazionale, apparsa propositiva nel gioco ed anche pratica sul piano dei risultati, c'è chi eccepisce sulla capacità di vincere del Ct

Il sogno dell'Italia - come tale era stato definito dagli stessi giocatori azzurri alla vigilia della finale degli Europei contro la Spagna - si è infranto contro la muraglia delle 'Furie Rosse', non solo spettacolari nelle loro classiche trame di gioco fraseggiato, ma anche solidissime in difesa e ciniche sotto porta.

Il risultato è stato un 4-0 che lascia con l'amaro in bocca un po' tutti, anche se le attenuanti - soprattutto relative alla condizione fisica e agli infortuni - non mancano davvero. E poichè il calcio è materia opinabile e volatile come poche, e in Italia è facile passare dall'esaltazione alla crocifissione nello spazio di un battito di ciglia, ecco che quello stesso Prandelli che fino a ieri era indicato come il principale fattore positivo della svolta azzurra nell'ultimo bienno viene ora visto sotto un profilo più in chiaroscuro.

In sintesi, la critica che si rivolge all'allenatore di Orzinuovi è che una cosa è essere bravi, meritare elogi, lavorare bene, etc etc, altra cosa avere quel quid che ti fa vincere i 'tituli'. In questa chiave di lettura, insomma, Prandelli sarebbe il classico 'perdente di successo'. Esemplificativo al riguardo un paginone della 'Gazzetta dello Sport' di oggi, con titolo "L'incompiuta: l'uomo delle imprese sfiorate, storia del maestro Prandelli".

"Razionale, metodico, lavoratore infaticabile e anche ammiratore dei fantasisti e delle teste matte. Ma resta un tabù: nessuna grande vittoria", è l'impietoso catenaccio della 'rosea'. E il dibattito si sposta nei bar del post-legnata...

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