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L'ex magistrato che ha sostenuto l'accusa nel processo penale di Napoli su uno degli scandali maggiori del nostro calcio difende la memoria di Facchetti dalle recenti accuse.

Dopo aver lasciato la magistratura ed essere transitato come assessore alla legalità del Comune di Napoli nella giunta De Magistris, Giuseppe Narducci torna a parlare di calcio. Inevitabilmente il colloquio con quello che è stato il principale accusatore della Juventus nel processo penale su Calciopoli riapre una delle ferite più laceranti per il calcio italiano.

Intervistato da 'Fc Inter 1908', Narducci spiega i motivi che lo hanno spinto a scrivere un libro sulla vicenda. Per non dimenticare: "L'obiettivo è quello di non far cadere la memoria. L'Italia come paese soffre di un problema di amnesia e si dimentica facilmente le cose che succedono. E' un aspetto grave non solo per quanto riguarda il calcio, ma che coinvolge tutti gli ambiti. L'obiettivo era quello di cercare di non far smarrire la memoria dopo che erano passati diversi anni dalle vicende. Ricalcare i fatti. Evitare una campagna di revisionismo che potesse mistificare la realtà dei fatti".

In particolare l'ex Pm non vuole che si cerchi di girarla nel 'tutti colpevoli, nessun colpevole', e si erge a difesa della memoria di Giacinto Facchetti, la cui condotta da presidente dell'Inter è stata messa da qualcuno sullo stesso piano di quella di Moggi: "Lo abbiamo detto, io e i miei colleghi, più volte nel corso del processo. Quando si fa un'operazione di questo tipo si travisano i fatti e li si fanno apparire in modo diverso da quello che realmente sono stati. L'affermazione secondo la quale tutti direbbero le stesse cose nei colloqui è un falso clamoroso.

Non si fa i conti con la qualità delle conversazioni, che ha confermato fino a questo momento quelle che sono state le condanne. Queste conversazioni sono certamente e totalmente diverse dalle conversazioni di altre persone e di altre situazioni che non avevano nessun tipo di rilievo come illecito penale. Come hanno appunto confermato le sentenze".

Stuzzicato sulle roventi polemiche seguite a Catania-Juventus, con il contestato operato del sestetto arbitrale ed in particolare del guardalinee Maggiani (accusato peraltro di tifo bianconero dal presidente etneo Pulvirenti, con tanto di 'mistero' sulla scomparsa dello stemma della Vecchia Signora su un suo presunto profilo su Facebook), Narducci fa poi una clamorosa rivelazione.

"Questo fu un pezzo importante di requisitoria ed è una parte che ho curato in prima persona. Io e il mio collega avevamo scoperto delle cose interessanti estrapolando le intercettazioni, fine 2004-2005, tra Moggi e il moviolista del 'Processo del Lunedì', Baldas. Da quelle intercettazioni vennero fuori i riferimenti per stilare la lista nell'ambito della quale veniva identificato il diverso trattamento giornalistico verso gli arbitri. C'erano quelli indifferenti, quelli da premiare e quelli sui quali scaricare le polemiche.

Mi ricordo a proposito la partita nella quale Maggiani fece l'assistente di gara. Era Lazio-Bologna del novembre 2004. Nell'ambito di queste telefonate Maggiani rientrava nella categoria degli 'amici', cioè persone nei confronti delle quali operare un trattamento giornalistico positivo. Maggiani non è mai stato né indagato, né imputato, ma queste indicazioni ci hanno permesso di operare un'attenta ricostruzione dei fatti e degli atteggiamenti di determinate persone, confrontando tutte le cose che sapevamo. Oltre ad avere l'importanza di dimostrare che uno dei modi per fare carriera in serie A e in serie B era quello di essere soggetti proprio a questo trattamento mediatico...".

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