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Il numero uno della Federazione ha spiegato: "Col tempo le esigenze della gente sono cambiate, dall'epoca di Italia '90 è cambiato tutto, e i club hanno bisogno di ricavi".

In odore di rielezione, il presidente della Figc, Giancarlo Abete, torna a bussare alle porte della politica per l'annosa questione della Legge sugli stadi, che il numero uno federale, intervistato dal 'Corriere dello Sport', vede come problema principale del calcio italiano.

"Sono stato criticato ma lo confermo, - ha detto Abete al quotidiano romano - il problema del calcio italiano, il più urgente è quello che ruota intorno alla costruzione di stadi moderni".

"I nostri club - ha spiegato - hanno bisogno di un mix diverso di ricavi, non possono confidare solo sulla Tv. Sono stato criticato qualche giorno fa quando l’ho detto una prima volta. Ma in realtà volevo dire una cosa semplicissima. Io non sottovaluto il fatto che un piccolo taglio degli organici in serie A, da venti a 18 squadre, possa essere uno strumento utile per guadagnare competitività a livello internazionale. Ma quello dello stadio resta il problema più grosso: la Premier ha venti squadre e produce grandi ricavi proprio perché ha risolto la questione".

Insomma, una questione fondamentale senza risolvere la quale il calcio italiano non potrà pensare di poter competere con gli altri Paesi europei, e che, tuttavia, è rimasta finora inascoltata. "Il provvedimento si era inizialmente incagliato alla Camera, - ha spiegato Abete - poi è stato sdoganato nel momento in cui si era previsto che alla fine dell’Iter, per garantire maggiormente la tutela dei siti di particolare interesse storico, l’ultima parola dovesse essere quella del ministero dei Beni Culturali".

"Poi in Senato - ha proseguito - si sono irrigidite le aree politiche con una vocazione più fortemente ambientalista chiedendo che nel provvedimento fossero totalmente escluse cubature aggiuntive, al di fuori di quelle previste per lo stadio in sé".

Con stadi vecchi e obsoleti per concezione e struttura, è normale, secondo Abete, che la gente non vada a vedere le partite. "Il fatto è che nel tempo le esigenze della gente sono cambiate. - ha sottolineato Abete - Basta vedere come sono oggi i cinema. Spesso si punta il dito contro Italia ‘90 ma all’epoca la concezione era diversa, si puntava soprattutto sulla quantità nella convinzione di poter aumentare gli incassi, la pay tv era di là da venire. Oggi si bada molto al comfort e alla qualità dei servizi. E dispiace che non sia stata colta da tutti questa urgenza: quella legge che è saltata a fine anno avrebbe consentito di rifare gli impianti a costo zero per lo Stato".

In attesa che il Parlamento approvi finalmente una legge in materia, il numero uno della Figc ha voluto fare un plauso alla Roma per il via del nuovo progetto. "Direi che si tratta di un ottimo segnale - ha detto - perché è una scommessa importante per la città e per la società. E’ evidente che all’interno del problema generale, vi sono sfaccettature specifiche".

"La valutazione della Roma - ha concluso Abete - nasce da una analisi prettamente finanziaria: lo stadio di proprietà per incrementare i ricavi e migliorare la competitività. Non è una scelta legata alla obsolescenza degli impianti perché a Roma e Milano abbiamo gli unici due stadi che possono ospitare una finale Champions".

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