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L'attaccante giallorosso si confessa a 'Repubblica': "Ho un carattere di merda, sono lunatico, sono stato costretto a crescere, ma c'è una parte di me dentro che rifiuta l'idea"

"A Roma non mi sento libero". Emerge un lato inaspettatamente triste e pensieroso dalla lunga intervista concessa da Pablo Daniel Osvaldo a 'Repubblica'. Come accaduto in passato a Lavezzi a Napoli, il bomber della Roma rivela di sentirsi soffocato dall'amore e dalle attenzioni dei tifosi giallorossi: "Io cerco la pace, ma ho i tifosi sotto casa, e se vado con mia figlia al ristorante non posso avere intimità. Non mi sento libero. Roma è affascinante, vorrei godermela di più. Beata Greta Garbo che riusciva a girare per New York indisturbata. Io tutta questa attenzione non la sopporto, invidio gli sconosciuti".

L'attaccante ammette poi di sentire il peso delle pressioni: "Mi sento troppo giudicato. Io gioco nella stessa maniera, non dipende dai soldi. Ma questo il tifoso non lo capisce: crede che siccome guadagni tanto, devi realizzare tanto. Ma anche con 600 euro al mese giocherei nello stesso modo".

Osvaldo parla poi del suo carattere, spesso sopra le righe: "Sono lunatico: un giorno mi sento forte, un altro scarso. Lotto, segno, reagisco. Tutto all'eccesso. Sono stato costretto a crescere, ma c'è una parte di me dentro che rifiuta l'idea. Faccio falli inutili, ma per me in quell'attimo sono giusti. Ho un carattere di merda. Mi piace essere così, ma non sono il solo a sbagliare. E mi devo difendere dalle cattiverie: un sito romano ha scritto che mia madre era morta. Allora chiamo casa, sono le quattro di mattina in Argentina, risponde mamma, mi metto a piangere. Chiedo: si può pubblicare una notizia così drammatica senza fare verifiche? Poi dicono: Osvaldo è nervoso".

Eppure a Roma è già alla seconda stagione consecutiva, cosa che non gli era mai accaduta in passato, con sei squadre cambiate in sei anni. Ma in futuro non si sa cosa potrebbe accadere: "È vero, mi piace cambiare - spiega l'attaccante - penso sempre che la felicità sia altrove".

Il periodo più difficile l'ha vissuto all'Atalanta: "Il giorno del mio ventesimo compleanno, il 12 gennaio, mi sono ritrovato a Bergamo solo in una stanza d'albergo, nel mezzo del nulla, e con fuori la neve. Non conoscevo la lingua, non c'era la mia famiglia, né i miei amici. Ero disperato, ho iniziato a piangere e non ho smesso più. A Bergamo per sentirmi meno solo dissi alla mia ragazza Ana di raggiungermi. Era incinta. Le cose non migliorarono: piangevamo in due".

L'Italia poi è diventata la sua seconda terra, tant'è che oggi indossa la maglia azzurra: "Però la mia infanzia interrotta è in Argentina, i miei amici sono lì, quella è casa mia. Sono contento della maglia azzurra e a quelli della Lega Nord che vorrebbero solo italiani doc chiedo: che senso ha? E' puro razzismo. Balotelli è nato a Palermo e parla bresciano, anche grazie all'oriundo Camoranesi gli azzurri hanno vinto il mondiale in Germania. E' sbagliato offendere qualcuno solo perché non è nato dove piace a te".

L'Argentina però gli è rimasta nel cuore: "Ci sono giorni in cui mi sento triste, vorrei essere un'altra persona, perdermi nel mondo. Ho nostalgia dell'Argentina, di Baires, di Lanus. Quando sto con i bimbi però il mondo non esiste. Imparo ad essere padre, loro mi aiutano. Chissà se un giorno riuscirò ad unire tutta la famiglia. Mi mancano, a me manca sempre qualcosa. Anche il mio paese".

Il calcio resta la sua isola felice: "Forse solo nei 90 minuti trovo un ordine, un po' di calma per la mia testa. Il calcio è la mia sosta. Io corro, fuggo non so dove. Vorrei essere un pirata, avere altre isole, ho bisogno di fantasticare. Per questo in mezzo all'area reagisco quando mi rovinano il sogno. Devo crescere sì, ma bisogna dirlo al mio inconscio".

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