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L'ex centrocampista ha chiuso nel 2009, tormentato da un infortunio: "Non ho dato l'apporto sperato". Ora la realtà è il Chievo: "Siamo risaliti, ma guai abbassare la tensione".

Tempo di amarcord per Eugenio Corini. Sabato l'allenatore del Chievo ritroverà quel Torino che ha costituito la sua ultima esperienza da giocatore, dal 2007 al 2009, prima di appendere gli scarpini al chiodo in seguito alla retrocessione granata in B. E non nega che il reincontro gli provocherà qualche effetto.

"Il Toro l'ho voluto fortemente a 37 anni, rimettendomi in discussione - dice a 'La Stampa' - ma non è bastato: ho avuto un infortunio al tendine, che mi ha tenuto a lungo lontano dal campo. Chiudere così la mia ultima stagione da calciatore mi ha fatto male. Avrei potuto proseguire anche in B, ma non volevo essere un peso per la società".

"Torino è una piazza che vive di calcio - prosegue - ha una storia straordinaria, ed è un vanto ma anche un onere. Devi avere due palle così, a volte, per scendere all'Olimpico. Io allenatore del Torino? Mai dire mai, le strade del Signore sono infinite, ma ora c'è Ventura, che è un maestro di calcio".

Il presente si chiama Chievo, lontano dalla zona retrocessione. "E' stata la mia rinascita da calciatore e ora la mia opportunità da tecnico. Siamo partiti in ritardo, ma gli ultimi successi danno forza al lavoro fatto. Per il Chievo ora la A è normale: ci hanno fischiato dopo il pari col Siena. Per questo non possiamo abbassare la tensione".

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