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Il patron biancoceleste ha annunciato il proprio imminente impegno in politica. Tanti i temi toccati, dal futuro della squadra agli elogi per Petkovic e gli altri tecnici avuti.

Claudio Lotito show. Il presidente della Lazio annuncia la propria discesa nell'arena della politica, raccogliendo uno dei tanti inviti, dice, che gli sono stati recapitati in questi mesi. Ovviamente senza trascurare la sua 'creatura', che tante soddisfazioni gli sta regalando: come l'ultima vittoria nello scontro diretto contro l'Inter.

"Dobbiamo proseguire in questo tragitto intrapreso da nove anni, rispettando i famosi tre parametri di cui ho sempre parlato - ha spiegato Lotito, ospite di un forum organizzato dal 'Corriere dello Sport' - Oggi abbiamo una squadra quadrata, ma credo che manchi ancora la mentalità da grande squadra. Questo handicap nasce dall’ambiente. Molti parlano ancora di Lazietta, forse perché ha avuto in passato tanti problemi e non ha ottenuto risultati, a parte l’era cragnottiana in cui erano state spese ingenti risorse".

Prendere la Lazio, racconta, è stata una sfida: "Rilevarla significava salvaguardare un patrimonio tecnico, sportivo, culturale. E’ nata nel 1900, fa parte di una Polisportiva, è la prima squadra della Capitale. Capisco che a qualcuno possa dar fastidio, ma è la verità. Sarebbe stato più semplice farla fallire e prenderla a costo zero, come hanno fatto tanti miei colleghi".

L'attività presidenziale, confida, non gli frutta un euro: "La Lazio guadagna soldi per pagare i debiti. Quando uno chiede dei sacrifici, dev’essere il primo a farlo. Appena sono entrato, ho eliminato gli emolumenti del Cda, ho eliminato le consulenze. Il mio predecessore guadagnava 500mila euro, l’amministratore delegato un milione, il direttore generale 400mila. Ho fatto cose contro i miei interessi. Mettendo 25 milioni per il 21 per cento. Oggi ho oltre il 67%. E’ una società non scalabile, lo dico e lo ripeto a chi parla di arabi. Mi piacerebbe che la squadra ritornasse ad assurgere a quei risultati che aveva conseguito alla fine degli anni Novanta. Ho indossato il saio e mangiato a pane e acqua".

L'acquisto della Salernitana, invece, è il frutto di una precisa visione: "E' un bene che una squadra di A acquisisca una di Lega Pro. Significa salvaguardare il territorio e mettere i giovani in mostra. Alcuni territori non hanno le potenzialità per permettersi la serie A. Vanno rivisitati i format dei campionati, con le 18 squadre di A aumenterebbero le risorse per la Lega Pro. Promozione in A? Bisogna agire per tappe. La serie B sarebbe già un grande risultato. Eventualmente ci sarà qualcun altro che prenderà la Salernitana, non a caso ho messo mio cognato. E’ socio al 50 per cento, l’ho fatto proprio pensando al futuro".

Ora anche i rapporti con la tifoseria biancoceleste sembrano migliori: "Non ho nessun accordo. L’errore è questo. La tifoseria aveva assunto una posizione frontista, strumentale. A marzo del 2005, quando lanciai l’idea dello stadio, successe un terremoto. Oggi sono passati otto anni, c’è stato un processo di maturazione e di consapevolezza. La società non ha fatto un passo indietro, sta solo riconoscendo i comportamenti diversi della tifoseria. Come presidente devo coltivare i risultati, salvaguardare il bilancio, ma anche la passione e i sentimenti comuni. L’idea della Lazio, la passione, la storia è di tutti".

Con Diakitè, intanto, continua la battaglia: "L’ho preso dal Pescara e l’ho portato nella Primavera. L’allenatore di allora non lo vedeva. Prendeva uno stipendio di un certo importo, l’ho tutelato come se fosse un figlio, si ruppe una gamba, gli rinnovai il contratto quando stava male. E lo vorrei tenere. E’ un anno e mezzo che glielo dico, lui spara una cifra spaventosa per firmare, fuori da ogni logica. Più del doppio di quello che prende Biava. L’Inter? Dicitur... Non dicunt. La fonte mi ha negato. Ho parlato con Fassone e Moratti. Se domattina Diakitè si comporterà in modo diverso, vedremo. Sono per la parabola del figliol prodigo".

Risanare la società Lazio, stando alle sue parole, è stata un'autentica impresa: "Per chiudere la transazione con il Fisco, fui costretto a portare in 48 ore l’assenso dei creditori privilegiati. Rimasi due giorni e due notti dentro l’ufficio, senza mangiare e dormire, perché dovevo prendere le firme dei giocatori anche in Messico e in Argentina. Tornai indietro con un pacco d’assensi, altrimenti la Lazio non si sarebbe salvata".

Curare i bilanci va bene, ma la gente si aspetta anche le vittorie, che secondo Lotito "devono essere a 360 gradi, a tutto campo. E’ troppo semplice fare il risanamento e finire in serie B, bisogna coniugare il risanamento con i risultati sportivi".

Per la presidenza della Lega, il patron biancoceleste continua a spendersi per la riconferma di Beretta: "Non so nemmeno dove abita, ma è persona perbene, autorevole. Voglio un presidente che dia autorevolezza all’ente. Poi bisognerà fare un Consiglio di Lega forte. La Lega oggi è in mano ai funzionari. Abodi non è mio nemico, secondo me non ha lo standing per fare il presidente di Lega, l’ho detto anche a lui. Bisogna avere un presidente politico".

Oltre al calcio, a breve la politica diventerà un altro suo 'amore': "Ho dato la mia disponibilità, vorrei fare un patto per il risanamento dell’Italia, ci sono due o tre richieste. Non della stessa area politica, non coltivo interessi personali. Ragiono nell’ottica della polis. La Lazio? Non c’è conflitto di interessi".

Dall'altra parte (la Roma) c'è una proprietà straniera, ma Lotito preferisce non commentare: "Guardo a casa mia. A parte le battute tipo lo zio Tom e "America me senti", non vorrei esprimere giudizi. E’ successo il caos per quel paragone con la famiglia Sensi. I tifosi si vogliono identificare, hanno bisogno di un capofamiglia. Senza un interlocutore, puoi avere dei risultati, guardate all’estero cosa succede con investimenti ingenti, magari vinci, ma ti manca l’afflato, l’empatia, è un rapporto freddo. Una volta c’era il campione, le maglie bagnate di sudore. Ho cercato di ricreare un legame con la storia. Ho portato Gascoigne all’Olimpico. E non sapete quanto mi costa l’aquila".

I giallorossi hanno però un simbolo riconosciuto che è Totti: "E’ vero. Come simbolo è rimasto il giocatore, ma la società? La Lazio è Lotito, nel bene o nel male, forse per 99 su 100 nel male, l’interlocutore ti rappresenta. Così ti manca il contatto umano, ma non lo dico per spirito di contrapposizione alla Roma".

Capitolo allenatore. Prima di scegliere Petkovic, si era parlato a lungo di Zola: "E' stata una mia invenzione per stimolare Reja. Edy non sopportava la pressione della piazza, era arrivato sul punto di andare via. Non sapete quante volte ho difeso e spronato i miei allenatori. Ballardini era un buon tecnico, fu solo sfortunato, perché capitò nel momento della guerra, si erano create situazioni di ingovernabilità nello spogliatoio. Alla fine, quando non poteva esserci più rimedio, concordammo il divorzio".

Per il bosniaco, infine, Lotito spende solo belle parole: "Petkovic ha respiro internazionale. Non è un integralista, gli deriva dalla sua cultura umana, ha lavorato alla Caritas. Unisce l'esperienza alla capacità di tenere i rapporti nello spogliatoio, e in più ha una grande capacità comunicativa. Mi piace questa Lazio. Ho un gruppo fantastico, di gente perbene, rispettosa, sono orgoglioso della squadra".

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