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L'ex presidente degli orobici ha spiegato i motivi del passaggio di consegne con Percassi: "Senza le intimidazioni degli ultrà non avrei mai venduto, il processo farà giustizia".

Dopo anni di silenzio, ecco lo sfogo. Alessandro Ruggeri, ex presidente dell'Atalanta, ha raccontato in una lunga intervista alla 'Gazzetta dello Sport', le incredibili vicende che lo hanno portato alla cessione del club orobico il 4 giugno 2010, quando il pacchetto di maggioranza della società fu rilevato dall'attuale patron Antonio Percassi.

"Bisogna fare un passo indietro - inizia Ruggeri - . Mio papà Ivan ha comprato l'Atalanta nel 1994 ed è rimasto presidente fino al 2008, quando ha avuto il malore. In 14 anni ha subìto pressioni di ogni tipo, nonostante i risultati fossero in linea con quelli di una squadra di provincia".

Ruggeri racconta come sia stato sbagliato intrattenere rapporti con certa gente, come il capo u ltrà Bocia: "L'ho fatto per alleviare le tensioni a mia mamma e a mia sorella. Ma da me non hanno avuto favori, non ho mai regalato biglietti o creato "corsie preferenziali". Gli ultrà fanno anche iniziative positive, e questo è lodevole, ma non è che se uno fa beneficenza poi è bravo a prescindere".

L'ex presidente orobico e ha anche per Cristiano Doni: "Se tornassi indietro non gli farei il contratto, soprattutto dopo avere saputo del calcioscommesse. Ma all'epoca era intoccabile, era troppo influente in uno spogliatoio senza personalità. E pensare che qualcuno ha detto che sarebbe stato il presidente ideale (Percassi al raduno del 2011, ndr)".

Nel giugno 2010, il periodo che portò alla cessione, la situazione si era fatta insostenibile: "A fare il doppio gioco erano anche persone che stavano nel consiglio d'amministrazione. C'erano presunti amici che, con la scusa di venire a trovare papà, monitoravano la situazione, davano consigli "disinteressati" alla mamma. Roberto Spagnolo era l'uomo di fiducia della mia famiglia. Un secondo dopo che abbiamo venduto è diventato direttore generale con Percassi. Non si è mai visto in nessuna azienda al mondo".

La scelta di Ruggeri è stata dettata dalla paura: "Senza le intimidazioni degli ultrà, mai e poi mai avrei venduto l'Atalanta. Sarei rimasto e avrei portato la famiglia lontano da Bergamo, una città che non merita niente.  I tifosi, i politici, persino il giornale cittadino, che non ci ha mai amato, spingevano per Percassi. Ho pensato al bene dell'Atalanta. Guarda caso, dopo la vendita si sono ritrovati tutti uniti".

Il giovane dirigente guarda al futuro e si affida alla magistratura: "Se il processo confermerà le tesi dei magistrati, qualcuno dovrà risarcire tutti i danni. Alcuni presidenti mi hanno chiesto di lavorare per loro, qualcuno mi ha proposto di rilevare società in difficoltà: in futuro, forse succederà. Ma mai più in Italia".

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