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Il tecnico giallorosso è sempre in prima fila nel mandare segnali che riportino ad un calcio 'diverso': soprattutto adesso che vede l'italico pallone andare nella direzione opposta

Le anticipazioni date dell'intervista di Zdenek Zeman all'inserto settimanale del 'Corriere della Sera' avevano sollevato un polverone di polemiche soprattutto per una battuta al cianuro riservata dal tecnico della Roma (salvo poi fare parziale retromarcia dpo qualche ora) al presidente della Figc: "Se andrei a cena con Giancarlo Abete? Perché no? Abete non è nemico mio. E' nemico del calcio, non mio".

Ma il lungo colloquio sulle pagine di 'Sette' contiene molto altro, sempre all'insegna di quel 'calcio morale' che il boemo si sforza di propugnare con le sue continue sortite: "Il calcio è semplicità? Dovrebbe esserlo. Ma molti giocatori si complicano la vita. Si vogliono mettere in mostra e far vedere che sanno fare qualche cosa in più. Chi sa di più invece dovrebbe aiutare chi sa di meno. Ho sempre spiegato ai miei giocatori il concetto del collaborare, del recuperare un risultato uniti. La mia 'zona' è questo: il contrario di un calcio in cui i giocatori pensano solo al proprio spazietto...".

"Il calcio è sempre di più uno sport individuale - spiega Zeman - I giocatori pensano: faccio più goal, divento più famoso, guadagno più soldi. Ci sono giocatori che hanno bonus legati alla quantità di rigori che ottengono durante la stagione. Anche Totti & Co? Non credo. Contratti simili spingono a simulare cadute in area, no? La mia priorità tra serietà o talento? Serietà e impegno".

Il boemo apre poi un altro fronte nello sferzare i calciatori di oggi: "Ci sono giocatori di cui si dice che hanno 'carattere' perché non si contengono nelle proteste. Il carattere in realtà non c'entra. Devono imparare a dominarsi e a rispettare l'avversario e gli arbitri. Se avrei strigliato Totti quando diede un calcione gratuito da dietro a Balotelli? Certo. Un allenatore deve cercare di eliminare questi atteggiamenti negativi".

Zeman porta ancora su di sè alcune ferite del passato, e non lo nasconde: "Stampa e giornalisti hanno influenzato la mia carriera? Sì, soprattutto tra il 1998 e il 2006. In modo negativo. Sono stato un po' isolato. Un po' tanto... Per me è meglio vincere dimostrandosi superiori sul campo e non fuori dal campo. Sto parlando di intrighi di palazzo e farmacie? Sì, di tutto questo. Oggi c'è qualche miglioramento, ma temo che sia più per paura di essere scoperti che per convinzione. Servono più esempi positivi...".

"Ho sempre ottenuto risultati migliori alla Lazio (un secondo e un terzo posto, ndr) che alla Roma? La Lazio era penalizzata, ma meno della Roma. Nel mio secondo anno alla Roma (’98/99, ndr) la squadra perse 20 punti. Non sul campo... Il 'sistema' non esiste più? E' quello che mi auguro. Io sono felice di essere tornato a Roma perché sono tifoso della Roma. Quando allenavo il Licata a inizio anni '80 e già facevo giocare un bel 4-3-3, un amico romanista mi ossessionava con le imprese dei giallorossi. Non capivo perché. Quando sono arrivato qui è stato tutto chiaro. La squadra è nei cuori di molti romani. Qua è facile esaltarsi. Ma anche deprimersi. Serve equilibrio. E io ce l'ho...".

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