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Cairo: "Il Torino adesso è una società florida e linda, non come altre che spendono nel mercato i diritti TV della stagione successiva. Ho ripianato i debiti della società".

A quattro giorni dalla sfida con l'Inter, tutto il Torino inizia a sentire aria di derby. Secondo Urbano Cairo, intervistato da 'TuttoSport', è una dimostrazione che anche la sponda granata della città ha fame di grandi sfide, e non è un caso che alla prima grande sfida siano già stati quasi polverizzati tutti i biglietti: "Sono abituato a ragionare step by step, domenica dopo domenica. Ora voglio pensare a questa bella e difficile prova contro l'Inter che sta stimolando la tifoseria. Nel primo giorno, ai botteghini, sono stati bruciati 10 mila biglietti. Il derby arriverà, al momento non ci penso ancora. Sarà importante arrivare con la squadra più amalgamata possibile. E' anche bene, direi, che ci sia ancora un po' di tempo prima della stracittadina…".

Un retroscena anche su quanto sta per preparare la dirigenza del Torino in vista della sfida contro la Juventus: "Sulla data ci stiamo muovendo per avere anche noi, come la Juve, una settimana libera per poter preparare la sfida e quindi spostare l'impegno di coppa Italia col Siena. Dobbiamo avere l'assenso dei toscani".

Porte chiuse per l'entrate di nuovi soci all'interno del Torino, i quali avrebbero garantito un po' di respiro economico in questi tempi difficili. Ma Urbano Cairo ha le idee molto chiare a riguardo: "Il calcio è una realtà particolare. Nel calcio è difficile riuscire a trovare sodalizi che hanno funzionato nel calcio nel passato. Negli anni '90 l'accoppiata Mezzaroma-Sensi si ruppe dopo pochissimo. Non mi vengono in mente coppie di successo. Nel calcio si dice che si comanda uno alla volta. Il calcio è opinabile per definizione".

Il presidente ha anche parlato del suo ultimo mercato; non di certo scoppiettante, ma attento e oculato per garantire a Giampiero Ventura una squadra equilibrata in ogni reparto: "Il nostro non è stato il mercato più bello del mondo e poi tutto è perfettibile. Partiamo dal fatto che per comprare un giocatore occorre che la società sia intenzionata a venderlo. Nel caso di Almiron, per esempio, col Catania non c'era la possibilità di comprare il centrocampista, volevano mantenere l'ossatura. Anche l'amico Pozzo aveva una valutazione su Barreto, tra l'altro reduce da problemi fisici, che francamente non mi sono sentito di sposare. Il nostro obiettivo era mantenere la rosa arricchendola con inserimenti di qualità ed esperienza. Sono moderatamente soddisfatto. Ho però imparato a non valutare più il mio mercato, solo il campo è il vero giudice. Siamo partiti benino ma oggettivamente il cammino è ancora lunghissimo e ci aspettano banchi di prova più difficili di quelli che per adesso ci hanno visto impegnati. Stiamo con i piedi per terra".

Parole al veleno, invece, nei confronti di Massimo Cellino, presidente del Cagliari: "Non entro nella vicenda Canini perché è una pagina brutta del mercato di quest'anno e dovrei dire delle cose non belle di un presidente, però questo è quello che penso".

Non c'è però miglior giudice del campo, e quindi il presidente di origine piemontese ha deciso di tenere il freno a mano bello tirato, per evitare di illudere tutta la sua tifoseria, con il quale non ha proprio un rapporto idilliaco: "So di avere investito molto ma questo non è garanzia di risultati. La qualità sembra essere migliorata, ma se ripenso a questo ultimo anno e mezzo e a quelli precedenti, vedo che gli errori commessi da presidente del Torino erano di credere che il singolo giocatore o un paio di calciatori, nell'immediato, potessero essere in grado di cambiare le sorti della squadra. Invece è una base solida che rende competitivo un gruppo. Con Ventura abbiamo parlato molto di mercato e, nel corso dell'estate, abbiamo scritto gli obiettivi su un foglietto. Devo dire che per l'85% è stato portato a termine il mercato che ci eravamo prefissati. Ma quello che ho notato è che lui era sempre molto attento a un aspetto: i giocatori da inserire in rosa dovevano aggiungere davvero qualcosa in più, senza rischio di diventare un problema per quelli che c'erano già. Pazienza, per esempio, Ë un buonissimo giocatore. Ma essendo già coperti a centrocampo con i due nuovi, Gazzi e Brighi, ai quali vanno aggiunti Vives e Basha, non poteva essere funzionale alla nostra situazione. Pazienza non poteva certo arrivare e fare il quinto…".

Adesso però sembra aver imparato la lezione, dimostrando di essere cambiato in tutto e per tutto: "Il primo Urbano era determinato dall'entusiasmo del momento dopo un'estate disastrosa. Poi, la cosa che mi ha creato dei problemi è stata la retrocessione. E lasciamo stare come è avvenuta. Avrei dovuto dotarmi subito di una struttura più robusta e ne ho pagato le conseguenze. Pensavo di poter fare di più da lontano e invece non è cosÏ, da 120 chilometri di distanza non si possono gestire le dinamiche di una azienda particolare come un club di calcio. Ecco, tra le altre cose da fare, dobbiamo potenziare il numero degli osservatori".

Infine un avvertimento a quella parte della tifoseria che ancora oggi lo critica per ciò che ha fatto: "In sette anni penso di aver rispettato i miei impegni: il club non ha debiti, ho ripianato quello che c'era da ripianare e ho evitato di fare ciò che magari fanno altri. Cioè spendersi prima i diritti tv dell'anno successivo oppure non pagare l'iva. Il Toro è una società florida e linda".

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