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Il tecnico romano ha dimostrato al suo esordio di essere più smaliziato di quanto si potesse pensare alla vigilia, portando grande entusiasmo nell'ambiente nerazzurro.

A Roma, quelli come lui li chiamano 'paraculi'. Amichevolmente, s'intende. A Milano, i giovani come lui, li chiamano sgamati. Furbi, non nell'accezione negativa del termine, ma svegli, smaliziati, che hanno già capito come gira il fumo. Anzi, sono loro a improfumarsi abbondantemente e a lasciare la scia per farsi seguire. Ha già conquistato tutti Andrea Stramaccioni, da Moratti all'ultimo dei tifosi, dalla sala stampa di San Siro, alle televisioni collegate in diretta. Mediaticamente ineccepibile (a Mourinho piacerebbe un casino), Andrea si è presentato a San Siro elegantissimo, con passo sicuro. Oltre che a Mou, piacerebbe a tutte le mamme, che farebbero pazzie per averlo come genero. Non si può dire che non abbia il physique du role, come dicono i francesi. Eppure... Eppure le gambe avranno tremato, nonostante l'aplomb.

COME AL LUNA PARK

“E' stato emozionante vedere da vicino lo speaker – raccontava Andrea in conferenza stampa davanti ai divertiti giornalisti – Mi son sempre chiesto chi fosse quel pazzo che urlava a squarciagola il nome dei marcatori, mi ha fatto uno strano effetto averlo lì a fianco a strillarmi nell'orecchio”. Un po' come nelle favole, bimbo Strama nel Luna Park San Siro. Assolutamente padrone di sé e della situazione, Stramaccioni non ha mai fatto trasparire l'emozione, né prima, né dopo la partita. In panchina, sempre in piedi, impartiva istruzioni e, proprio come Mou, quando l'Inter segnava lui richiamava il giocatore più vicino per impartirgli lezioni inutili nella sostanza, ma fondamentali per nascondere l'entusiasmo. Prima un abbraccio con Zanetti, poi la ramanzina a Poli e infine un'indicazione tattica che Cambiasso, probabilmente, neanche ascoltava. Dietro di lui, come un'ombra, il fido Baresi a suggerire. Non si sa se Andrea l'abbia ascoltato, ma di certo la sua presenza non è passata inosservata. Il suo “Tutor”, così Andrea ha definito Beppe nel dopo partita. Ora qualcuno dovrà spiegare a Beppe cos'è un Tutor...

IL GLADIATORE

Colore, ma anche tanta sostanza: “Prima della partita, alla squadra ho detto poche parole: “Ci ho messo sei mesi a far capire alla Primavera che erano i più forti e, dopo l'esordio con sconfitta per 7 a 1, siamo andati a giocarci la finale contro l'Ajax come se davvero fossimo i più forti e, probabilmente, invece, non lo eravamo. Con voi è più semplice, perché siete veramente i più forti”. Un discorso da motivatore vero, di cui la squadra forse non aveva bisogno (o forse sì, chissà), ma che probabilmente ha sortito il suo effetto (o magari no, ma non lo sapremo mai). Sta di fatto che proprio il redivivo – e da lui resuscitato – Zarate ha messo a segno forse il goal più importante della partita. Ed è a quel punto che Andrea ha perso un po' le staffe, esultando come un tifoso qualsiasi e indicando con trasporto Maurito: “Tu quoque – il fumetto uscito dalle sue labbra – fili mi”. Solo che Giulio Cesare, nel cuore, aveva conficcato un coltello. Andrea, un mare di gioia.

PARACULISMI ROMANESCHI

Romano come Giulio Cesare, ma anche come Valeri, arbitro della storica gara contro il Genoa. Storica per lui, Stramaccioni da Roma (appunto), ma anche per i tre rigori contro in una sola gara, anzi, in un solo tempo: “Sono l'ultimo che può parlare di arbitri, ma a Valeri gliel'ho detto in romanesco: “Ao', che jella! Tre rigori all'esordio m'hai dato, nun c'e' male...”. E la sala stampa di San Siro continua a ridere. Come quando una collega gli fa notare che su internet gira già un nuovo inno dell'Inter: “Str-Amala, pazza Inter Str-Amala”.

“Mi fa piacere – sorride – Ma mi sembra eccessivo. L'affetto dei tifosi nerazzurri l'ho scoperto da tempo, già con la Primavera. Ignoravo, ma perché ero ignorante nel vero senso del termine, che l'Inter avesse così tanti tifosi sparsi in tutta Italia, ma mi sono accorto presto di quanto siano numerosi e appassionati”. Bello, simpatico, ammiccante, parla in romanesco, ma è giovane, aitante e non disdegna citazioni anglosassoni: “Abbiamo commesso qualche errore difensivo – ha risposto – ma solo una rete l'abbiamo subita su grave disattenzione, le altre sono tutte border line”. Già, border line, che fa il paio con tutor. Un bel salto per chi era abituato ai ritornelli “Mai visto giocatori allenarsi così bene”. E poi in campo giocare così male. Ma è col romanesco che Andrea si trova decisamente a suo agio, soprattutto quando c'è da chiarire il concetto: “Se mi è dispiaciuto non poter fare il giro di campo coi ragazzi della Primavera e la coppa prima della partita? Sinceramente? Je vojo bene, loro lo sanno, ma zero proprio. Come faccio a dire di sì?”.

BACI & ABBRACCI

Non ci sorprende, dunque, che il presidente sia rimasto ammaliato da questo ragazzino che governa la panchina, ma anche i microfoni, con grande sagacia. Buca lo schermo, direbbero gli esperti televisivi, ma probabilmente colpisce anche i cuori dei giocatori: “Mi ha fatto molto piacere che Palo, Maco e Snaidi (proprio così come li ha pronunciati, ndr), siano venuti nello spogliatoio prima della partita. Non so se sia sempre così, perché per me è la prima volta, però devo dire che è stato proprio un bel gesto”. Ci sono Palo, Maco, Snaidi e pure Deki, mai chiamato Stankovic in nessuna delle interviste post partita. D'altronde, difficile tenere le distanze quando alcuni dei tuoi giocatori sono quasi più grandi di te.

Ma nel momento in cui c'è da decidere, non si guarda in faccia nessuno, neanche quel Maurito che hai rilanciato e che ti ha appena tolto le castagne dal fuoco: espulso Julio Cesar (già, proprio Giulio Cesare, corsi e ricorsi), esce Zarate. L'unica concessione, è un abbraccio paterno. E a proposito di abbracci, pieni di significato quelli dopo la partita: “Alla squadra dopo la gara non ho detto nulla – ha continuato a raccontare Andrea – li ho solo abbracciati uno per uno. L'ho fatto con ognuno di loro, con il presidente, il figlio del presidente e tutti gli altri”.

IL GIOVANE VECCHIO

Il ragazzo ne sa, più di quanto millanti di non saperne: “Io non ho inciso nulla – ha spiegato umilmente dopo la partita - ho solo cercato di non snaturarmi e trasferire alla squadra quel poco che so. E' vero, è andata proprio così e l'avrei detto anche in caso di pareggio o sconfitta. Ripeto, io ci ho messo quel poco che so, che è quel poco che ha convinto il presidente a fare questa follia”. La definisce proprio così: “follia”. E il perché lo spiega poco dopo: “Tolto Poli, che si affaccia quest'anno al grande calcio, gli altri hanno una bacheca da far paura, come fai a incidere in quattro giorni su questi campioni? Impossibile”. Tuttavia, c'è già chi lo sponsorizza per la panchina del prossimo anno: “Non è che non voglio rispondere a questa domanda – ha nicchiato – ma noi non possiamo guardare oltre la prossima partita. Non voglio fare tabelle, anche perché non ne sono capace. In passato abbiamo dato spesso illusioni ai tifosi, non vorrei deluderli ancora: in questo momento, non posso e non possiamo fare programmi a lungo termine”.

Eppure che Moratti ci stia pensando davvero, diventa molto più di un sospetto ogni giorno che passa. D'altronde, la somiglianza col Vate di Setubal è impressionante e la parabola del portoghese è cominciata proprio quando al Porto, il suo presidente, tra lo scetticismo generale, affidava la panchina al “traductor”. E' stato proprio Andrea a raccontare che sulla panchina della Roma Primavera, una volta, un tifoso avversario, pensando di offenderlo, gli aveva dato del Mourinho. Il “Mourinho de noantri”, appunto.

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