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ESCLUSIVA - Vincenzo Esposito, tecnico del Prato ed ex allenatore della Primavera nerazzurra, ci aiuta a capire cosa vuol dire gestire un talento bizzoso come SuperMario..

Vincenzo Esposito, oggi, è l’allenatore del Prato, ma ieri (dal 2006 al 2009) è stato il protagonista di una delle più forti Inter Primavera che la storia ricordi: uno Scudetto nel 2006/2007, un torneo di Viareggio nel 2007/2008, oltre ad un altro Scudetto svanito in finale. E attore protagonista di quella Primavera era il giovanissimo Mario Balotelli: con il suo primo mentore, dunque, parliamo, in Esclusiva per Goal.com Italia, dei problemi che sta attraversando SuperMario…

Buongiorno Mister, allora, ha visto cosa sta combinando Mario? Che idea si è fatto? “Io sono di parte perché a Mario voglio bene. Ci ho lavorato per due anni, con lui ho parlato tanto, lo conosco, conosco la sua sensibilità, quanto sia affettuoso, la sua capacità di sbagliare, ma anche quella di pentirsi. Mario, se lo conosci veramente, è un ragazzo a cui non si può non volere bene”.

Dunque, ci sembra di capire che lei lo giustifichi in qualche maniera… “Innanzitutto, va detto che parliamo di un ragazzo giovane, esuberante, ma non di un delinquente, perché se no si perde la misura: parliamo di qualche fallo, di un’uscita in discoteca o qualche piccolo incidente con la macchina, non di un criminale. E’ chiaro che il suo talento lo mette sempre al centro dell’attenzione e, qualsiasi cosa faccia, finisce sotto la lente di ingrandimento. E’ anche un giovane che non ha avuto un’infanzia semplice e che poi, d’un tratto, ha avuto tanto, tutto e subito: la celebrità e la troppa ricchezza a volte non aiutano, anzi aumentano le difficoltà di relazionarsi con il mondo esterno perché ti senti onnipotente”.

Lei, però, è stato forse l’unico a “domarlo”: come ci è riuscito? “Anche io ho avuto i miei grattacapi (ride, ndr). Credo di aver provato a fare quello che sta facendo Mancini, che penso sia l’unica strada: l’ho punito quando era il caso, l’ho escluso in qualche occasione e l’ho difeso e gli ho parlato in altre. Non ho altre ricette, perché il resto ce lo deve mettere lui. Chissà, magari se veramente dovesse sposarsi, potrebbe trovare quell’equilibrio che ora non ha: ho visto tanti giocatori trasformarsi dopo il matrimonio, perché capiscono di avere maggiori responsabilità e si calmano”.

Visto che per il matrimonio non possiamo intercedere, come si può aiutare in altro modo? “Bella domanda: è soprattutto lui che deve capire che deve far parlare di sé in campo, per le sue giocate e non per quello che fa fuori. Fino a quando non riuscirà a dare continuità alle sue prestazioni, non farà mai il salto di qualità. Anche tutte queste esclusioni non gli giovano, perché non riesce a dare continuità e un allenatore non può fidarsi di uno che fa una partita sì e tre no. E questo per lui è un problema, perché fa fatica a rendere quando c’è concorrenza o quando è costretto a partire dalla panchina. Io lo vedo il dispiacere di Mancini quando parla, la sua delusione, perché ce la sta mettendo davvero tutta per farglielo capire, ma è lui che ci deve mettere del suo”.

Avrà sentito, però, che lui ha nostalgia dell’Italia: fosse in una squadra italiana, punterebbe ancora su di lui? E a lui consiglierebbe di tornare in Italia?
“Guardi, io ho una mia idea che non ho problemi a esporre, perché Mario sa come la penso: per me non è una questione di squadra, né di paese, è una cosa sua. Ha ragione Mancini quando dice che deve rendersi conto della fortuna che ha e che la sta sprecando, solo così può veramente cambiare le cose. Svestendo una maglia per metterne un’altra, sarà solo un passaggio se lui non farà nulla per migliorare le cose”.

Dal punto di vista squisitamente tecnico, però, sarebbe un acquisto azzeccato? “Mario è un talento straordinario, un ragazzo giovane con ancora tantissime qualità inespresse proprio per i problemi di continuità a cui accennavo prima. Ma se parliamo di doti, le sue sono infinite e – si noti bene – tutte naturali: lui è così non perché ci abbia lavorato, ma proprio perché ce le ha innate: è fortissimo fisicamente, è strutturato, vede la porta come pochi ed è capace di gesti tecnici meravigliosi. Parliamo di cose che fanno solo i più grandi, tipo Messi e Ronaldo, solo che loro le fanno con continuità. L’unica cosa che manca a Mario per diventare veramente uno dei più forti calciatori al mondo”.

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