Speciale Goal.com - Vi siete emozionati per l’Italia del Rugby? Era piena d’oriundi! Altro che Amauri…

Nella palla ovale c’è il concetto di equiparati, scopriamo cos’è…

Italy-New Zealand - Rugby (Getty Images)
A San Siro abbiamo visto tutti cantare l’inno a squarciagola, giocatori e pubblico e anche qualche neozelandese brillo aveva provato ad unirsi al coro. Tutti con la mano sul cuore per il “motivetto” di Mameli, concentrazione massima, neanche una scivolata. Eppure… Eppure tra i 15 titolari della sfida contro gli All Blacks, più della metà facevano parte della schiera di quelli che, nel calcio, chiameremmo “oriundi”. La definizione, però, non sarebbe esatta, almeno non per tutti.

EQUIPARIAMO
Nel rugby, come nel calcio, chi ha un doppio passaporto può scegliere liberamente per quale nazionale giocare. Unico limite, è quello di non aver già rappresentato un Paese. Un po’ come nel calcio, dunque. Per cui, chi ha antenati italiani (come nel caso di Camoranesi), chi sposa un’italiana ed ottiene la cittadinanza (come nel caso di Amauri), ha il diritto e la facoltà di rappresentarci. Ma nella palla ovale si va oltre gli “oriundi”, arrivando fino al concetto di “equiparati”. Spieghiamoci meglio: chiunque non abbia mai vestito la maglia di una Nazionale – come detto in precedenza – ed abbia giocato continuativamente per tre anni nel campionato italiano, può indossare l’Azzurro. Dunque, per intenderci, Amauri nel rugby – anche senza cittadinanza - sarebbe in Nazionale già da anni.  

L’IMPORTANTE E’ VINCERE
Lo scopo dell’introduzione di una norma di questo tipo, neanche troppo velato, era ovviamente quello di alzare il livello qualitativo della squadra, altrimenti ritenuto decisamente non competitivo: “Volete che vinciamo qualche partita al Sei Nazioni? – aveva spiegato l’allora tecnico della Nazionale Johnstone (neozelandese, ndr) - e allora dovrete abituarvi agli stranieri in Nazionale, perchè grazie a questo potremo migliorare di molto. Altre squadre già lo fanno, e non vedo perché solo l'Italia dovrebbe crearsi problemi e discutere se sia giusto o meno”. Insomma, il teorema di Machiavelli applicato allo Sport. Da allora, il rugby azzurro ha accolto sudafricani, inglesi, argentini e fin anche neozelandesi, spesso con l’unico denominatore comune di aver trovato fortuna professionale in Italia.

ORIUNDI E ORIUNDI
Durante la conferenza stampa post-partita, ci eravamo sorpresi dell’accento sudamericaneggiante del capitano Parisse: “No, lui è figlio di italiani – ci avevano spiegato - è che ha vissuto un periodo in Argentina, ma non dargli dell’oriundo che s’incazza a morte. Lui si sente veramente italiano”. Come lui, molti altri per i quali – probabilmente – l’Azzurro rappresenta una scelta di cuore (un altro esempio potrebbe essere Martin Castrogiovanni) o comunque ragionata, ma pur sempre non solo d’interesse (come chi - ad esempio – ha ricevuto doppia convocazione e ha scelto liberamente l’Italia). Per altri, però, l’Italia rappresenta l’unica occasione per giocare il Sei Nazioni, perché in Paesi come Francia, Inghilterra, Sudafrica, Australia – che hanno un bacino d’utenza dal quale attingere molto diverso e qualitativamente elevato rispetto al nostro – andare in Nazionale non è così semplice. Ecco – dunque – l’interesse reciproco: da una parte l’Italia “acquista” un giocatore e colma una lacuna, dall’altra il giocatore di turno cresce professionalmente e aggiunge la tacca più importante della sua carriera (come nel caso di Amauri, ad esempio).

NEO ITALIANI
La cosa che sorprende, però,  è il trasporto con il quale gli “stranieri” del rugby vestono i panni da “italiani”: se da una parte – nel calcio – abbiamo il Camoranesi di turno che “Io non canto l’inno perché sono argentino”, dall’altro c’è l’inno di Mameli vissuto con una ritualità e un trasporto da fare invidia anche a Cannavaro e compagni. Mano sul cuore, diaframma che lavora e ugola che balla. Insomma, sudafricani, argentini, neozelandesi o di dove siano, ma il nostro inno lo conoscono e lo cantano che è una meraviglia. Perché? Diverse le ragioni: c’è chi lo fa per onorare la Nazionale che li “ospita”, chi per rispettare i colleghi o il protocollo della Federazione, chi perché – più semplicemente – crede che sia giusto. Intendiamoci, nessuno li obbliga presentando loro il ciclostilato con le strofe di Mameli, ma tutti si premurano di impararlo.

ITALIANI VERI
Ma tutto questo, come viene vissuto dall’ambiente e dai colleghi? Nessuno nel Rugby ha mai alzato la voce contro oriundi od equiparati del caso, forse – volendo essere maliziosi - perché il livello qualitativo è talmente diverso che difficilmente un italiano potrebbe aspirare al posto di uno “straniero”. Dunque, dall’interno, poche rimostranze. Per quanto riguarda i tifosi, invece, c’è ancora chi si divide, ma col tempo l’introduzione della nuova norma ha finito per essere accettata, anche perché – diciamolo chiaramente – i risultati sono stati evidenti. L’unico effetto collaterale di questa “rivoluzione” è stato quello di “italianizzare” anche il campionato: in un torneo in cui vige la regola secondo la quale almeno 12 giocatori in distinta devono essere italiani, una norma così flessibile rappresenta – ovviamente - un’induzione alla equiparazione, con inevitabili strascichi polemici da parte dei club più danneggiati. Insomma, il capolavoro del controsenso: come a dire, ok una Nazionale di stranieri, ma il campionato non si tocca…

Sergio Stanco

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